Il vecchio delle lamière
Al Museo per la memoria di Ustica - Bologna
La verità è figlia del tempo.
Francesco Bacone
La conoscenza è potere.
Francesco Bacone
Questa sera è giovedì e il museo ogni giovedì chiude alle 22. Il vecchio è lì, come ogni giorno. Come ogni giorno si sveglia, mangia qualcosa, beve un caffè e va al Museo per la memoria di Ustica. Torna a casa per pranzare velocemente, e poi torna di nuovo qui, trascorrendo tutto il pomeriggio a guardare le persone che vanno a vedere il relitto Itavia del volo IH 870. I primi giorni, dopo anni di attesa, li ha passati a fissare i resti dell’aereo e a pensare a suo figlio morto nell’incidente. Ormai sono ventisette anni che ogni giorno ci pensa. Ora, poterlo fare con quella cosa davanti agli occhi, quella cosa che ha ospitato in cielo suo figlio e altre ottanta persone, gli dà un senso di parziale compimento. Ma non cancella la rabbia, né il dolore. Quel dolore che è cambiato nel corso del tempo. Ora è un sottofondo costante, un singhiozzo sommesso dentro lo stomaco. Prima era un urlo assordante. Senza fine.
Insieme al relitto è arrivata una piccola porzione di verità. Una verità che sapevano tutti, ma che nessuno, lassù – o laggiù – nelle stanze delle Istituzioni, aveva mai pronunciato. L’aereo è stato abbattuto nel corso di un combattimento aereo, dice l’ultima sentenza. Grazie, dice lui insieme agli altri famigliari delle vittime.
Una delle cose più strazianti, pensa per l’ennesima volta il vecchio, è vedere il relitto e sapere che quella carcassa immobile potrebbe essere la soluzione di tutto. Ma il relitto non può parlare, è un corpo muto. È come un cadavere, che prima di essere cadavere era una persona, una persona massacrata a morte ma senza ferite utili per l’autopsia, una persona che ha visto il suo assassino e non può farne un identikit. Ma gli occhi non sono fotografie, non sono nemmeno macchine fotografiche. Sono solo un obiettivo. Un 50 millimetri di lenti trasparenti e inutili, senza il corpo macchina. E lui è lì a guardare quella cosa che non è più un aeroplano: è un testimone neutralizzato che se potesse parlare direbbe tutto quello che è successo. Forse racconterebbe dei caccia fantasma americani, dei Mig libici, dei Phantom della Nato, dei Mirage francesi, e direbbe chi colpì il DC9 e come e perché, e spiegherebbe come mai molti pezzi dell’aereo sono stati fatti sparire dal fondo del mare. Racconterebbe di tutti i documenti relativi al traffico aereo di quel 27 giugno 1980 fatti sparire dai registri delle basi militari, fogli tagliati con una taglierina. Il vecchio si immagina l’uomo che l’ha fatto, e lo vede come un bambino che di nascosto ruba una banconota da 5 euro dal portafoglio della sua mamma.
Racconterebbe, infine, di come gli infiniti depistaggi siano stati spesso maldestri e nonostante questo non si riesca ancora ad avere un porcodidio di nome. E di come sia possibile che l’Aeronautica militare, evidentemente più interessata all’Atlantico che alla popolazione italiana che la finanzia, sia talmente incancrenita e abbia un potere tale da riuscire a non essere penetrata in alcun modo dalla magistratura. Due stati, uno dentro l’altro. Il nascosto che mangia come un parassita il visibile, cioè noi, ingrassandosi all’ombra di molti alberi, uno dei quali si chiamava P2 e che adesso, se ha un nome, il vecchio non lo conosce.
Ma chi lo sa cosa hanno da raccontare veramente questi pezzi di lamiera assemblati su una struttura di metallo a forma di areoplano? Lui la guarda, quella cosa imponente e definitiva, e gli sembra di sentire distintamente le urla di panico, subito seguite da qualcosa di impenetrabile e incomprensibile, che è il silenzio. Non un silenzio buono, in cui puoi rilassarti, pensare, trovare te stesso. No, è un silenzio sbagliato, politico, che reitera quotidianamente la morte di quelle ottantuno persone. E pensa intanto che anche Christian Boltanski, per cui nutre non solo stima, ma vero e proprio affetto anche se non l’ha mai conosciuto di persona, deve aver percepito le cose che sente lui guardando quelle lamiere e quegli oggetti, ora chiusi in grandi scatole nere che contengono anche il corredo da barba del figlio. Prova affetto perché sente che suo figlio sarebbe contento di un museo del genere, se potesse essere un visitatore come quel gruppo di cinque persone, all’incirca sui trent’anni, che stanno entrando adesso allontanandosi gli uni dagli altri, forse perché la sacralità della morte è una questione solitaria.
Questa sera è giovedì e il museo ogni giovedì chiude alle 22. Sono quasi le 21 di uno dei primi giorni di luglio, Bologna è calda, e ci sono una ventina di persone, dentro al capannone che protegge il relitto fra sussurri provenienti da dietro ottantuno specchi neri. Fuori c’è ancora luce, la si vede filtrare, nonostante i finestroni oscurati. E si vedono ancora meglio le ottantuno lampadine appese alle travi del soffitto, sempre accese, prima deboli, poi più intense, poi di nuovo deboli. Grandi lampadine rotonde che illuminano le lamiere alternativamente, all’unisono, ma mai spente, così deve aver pensato Boltanski. La memoria non può spegnersi. Non deve. E forse queste cose le pensano anche le persone che sono qui, che camminano e guardano con serietà e concentrazione, a volte commosse.
Il vecchio vede uno di quei ragazzi appena entrati, dall’altra parte della grande sala, scrivere su un taccuino appoggiandosi alla ringhiera. Lo vede riporre taccuino e penna nei pantaloni, per continuare il giro intorno al relitto. Con passi molto lenti il ragazzo arriva vicino al vecchio. I due si ritrovano a fissarsi negli occhi, uno di fronte all’altro. Forse il vecchio vede nel suo sguardo qualcosa, e senza pensarci lo saluta, dicendogli buonasera con gli occhi tristi e stanchi fermi in quelli del trentenne, le sopracciglia alzate e il mento basso, vicino al petto, come se si vergognasse di qualcosa. Il ragazzo, un po’ stupito, si ferma per un lungo secondo e non sa fare altro che sorridergli con un sorriso triste, stanco e sincero, come se pensasse di aver capito chi è quel vecchio e cosa fa lì. Come se sapesse che non c’è soluzione tranne quella, perché forse il vecchio semplicemente osserva le persone osservare il relitto dentro al quale è morto suo figlio insieme ad altre ottanta persone, e vedere le reazioni partecipi di questi estranei lo fa sentire un po’ meno solo, chiudendogli, anche se solo parzialmente, quell’abisso che gli si è aperto nella pancia e nella testa subito dopo l’abisso in cui è caduto l’aereo, che ora pare indossi una pelle di leopardo fatta di spazi vuoti e lamiere contorte.
Il ragazzo prosegue il giro, e ogni tanto si volta per guardare il vecchio. Lo vede fermo, accostato al muro in modo da non intralciare le persone che gli passano davanti. Persone che il vecchio guarda, sembra riempirsene, ma senza salutarle. Il ragazzo, ora, forse si domanda perché abbia salutato proprio lui, ma è una domanda alla quale non sa rispondere. Quel ragazzo che, nel suo taccuino, questa sera ha scritto: “La cosa più straziante è vedere il relitto e sapere che quella carcassa immobile potrebbe essere la soluzione di tutto. Ma il relitto non può parlare, è un corpo muto. È come un cadavere, che prima di essere cadavere era una persona, una persona massacrata a morte ma senza ferite utili per l’autopsia, una persona che ha visto il suo assassino e non può farne un identikit.”
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Peter