martedì, 31 marzo 2009

La crisi
Il bambino negro e i bianchi dell'oro

mariorigonistern

E' cattiva, ma io in certi momenti augurerei una bella crisi economica, in maniera che certi valori tornassero ad avere il vero valore. Vedi, c'è il verso di un poeta che dice: "Un bambino negro annunci ai bianchi dell'oro / L'avvento del regno della spiga", è Garcia Lorca in Poeta a New York e qualche volta mi viene da ripetere questo, può darsi che stia avvenendo.
Da Ritratti - Mario Rigoni Stern, 1999, un film di Carlo Mazzacurati e Marco Paolini (Fandango 2006)

Però, purtroppo, la grande crisi prende sempre di mezzo la povera gente... Ma piuttosto che una guerra, è meglio una grande crisi per stravolgere un po' il mondo, per metterlo un po' sulla strada giusta, per far capire che non è più la borsa che deve governare...
Da Storia di Mario. Mario Rigoni Stern e il suo mondo, conversazione (raccolta il 22 giugno 2002) a cura di Giulio Milani (Transeuropa 2008)

BILLY_BOB

E' tutto troppo facile. Ci vorrebbe una bella era glaciale. I sopravvissuti potrebbero ricominciare, con una vita più faticosa. Rendiamo di nuovo le cose difficili, andrà meglio. Oggi per muoverci usiamo l'auto, per mangiare ordiniamo cibo. Dobbiamo tornare a sudare, abbiamo bisogno che mamma torni a cucinare.
Billy Bob Thornton, Vanity Fair, 4 marzo 2009

quando inizia una crisi è un po' tutto concesso
quasi come a carnevale
quando è in corso una crisi dimentico tutto
e posso farmi perdonare
[...] molto spesso una crisi è tutt'altro che folle
è un eccesso di lucidità
Bluvertigo, La crisi (1999)

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categoria:politica, pensiero, societĂ 
mercoledì, 28 gennaio 2009

Mondo

Tutto il mondo pareva sangue, ché gli cavagli andavano nel sangue insino a mezza gamba; lo romore e 'l pianto era sì grande d'i fediti ch'erano in terra, ch'era una maraviglia a udire lo dolore che facevano.
Marco Polo, Milione (1298)

CĂ  Vighi

Intanto, dopo 710 anni, in un altrove del mondo che mi sono scelto, ogni cosa è glassata dal ghiaccio e io cerco di capire il linguaggio apparentemente silenzioso della neve e di allontanare il rumore di fondo.

Peter

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categoria:personal, fotografie
lunedì, 10 novembre 2008

À propos de Facebook

Facebook è un gioco di prestigio, un geniale e perfetto paradosso. E' una piattaforma sociale che per sua natura è anticomunicativa. Magia. E' la comunicazione nella logica dei cibi pronti nel reparto surgelati al supermercato. Non ha l'ampio respiro del blog (usato bene) e ancor meno, figuriamoci, di una cena fra amici, preferibilmente ubriachi. Non consente né di sviluppare né di articolare un pensiero, un discorso, qualsiasi cosa che abbia senso. E' tutto pronto, senza sapore, odore, suono, tatto. Basta un click per diventare amici (con persone che se non vedi o senti da anni ci sarà un motivo no?), per spedire un regalo, par fare tanti bei giochini, per invitare in un "gruppo" (che bello, far parte di un gruppo!) e, cosa malata in modo sommo, per appoggiare una causa. Vuoi salvare Saviano dalla camorra? Appoggia la causa di Saviano... E' una meraviglia. Il cuore è sgravato dall'angoscia di non essere abbastanza impegnati. Il cuore è cullato nell'illusione che il nulla sia in realtà qualcosa.

Sul Domenicale de Il Sole 24 Ore di domenica 9 novembre c'è un articolo di Andrea Bajani a proposito di Facebook. Dopo averne scritto con un intelligente sguardo da antropologo della rete, cita in maniera perfettamente opportuna Michel Foucault quando in Sorvegliare e punire parla del Panopticon di Jeremy Bentham (1748-1842):

<<Ogni giorno, anche il sindaco passa per la strada di cui è responsabile; si ferma davanti a ogni casa; fa mettere tutti gli abitanti davanti alle finestre. Ciascuno chiuso nella sua gabbia, ciascuno alla sua finestra, rispondendo al proprio nome, mostrandosi quando glielo si chiede. Questa sorveglianza si basa su un sistema di registrazione permanente>>. All'inizio della "serrata" viene stabilito il ruolo di tutti gi abitanti presenti nella città, uno per uno; vi si riporta <<il nome, l'età, il sesso, senza eccezione di condizione>>. E' un sistema, dice Foucault, che ha un effetto sicuro: <<indurre nel detenuto uno stato cosciente di visibilità che assicura il funzionamento automatico del potere perché l'essenziale è che egli sappia di essere osservato>>.

La metafora del casinò è calzante, secondo me: il banco vince sempre. Perché è di questo che parliamo. E allora per non perdere, forse, bisogna aver la forza, la volontà, di sottrarsi al gioco, di non entrare nel casinò. Decidere che ok, grazie mille, davvero, ma preferirei di no. Devo leggere Seneca. Devo andare a fare una passeggiata. Devo parlare. Devo vivere con... senso.
Un gioco che il "potere" ha approntato per tutti noi, funzionalmente alla sua natura di controllore, di untore, di allevatore di consumatori: abbassare il livello culturale, cognitivo, di pensiero, di concentrazione, di coscienza delle cose (complicate) che ci stanno intorno. Forse allora è meglio comprarsi un coltello Opinel e intagliarselo nel legno, da soli, il proprio gioco. E poi impegnarsi per condividerlo alzandosi dalla propria scrivania.

Sì, Facebook è un gioco di prestigio, come la ghigliottina del mago. Solo che la testa te la taglia veramente, e senza che tu te ne accorga. Sembra uno scherzo, tipo la fiala che quando la rompi puzza di uovo marcio, ma è uno scherzo fallato. Nella fiala c'è un virus. E la platea, quando la tua testa cade nel cesto, non può sentire l'odore del sangue, non può esserne macchiata, non può fare "ooooooh!". Perché sei solo, non c'è nessuno lì con te. Gli altri sono tutti a giocare, a collezionare amici e a combattere la fame nel mondo. Con un click. Felicemente autoschedati.

Peter

PS: se si decide di affrontare la Questione Facebook in maniera seria e completa è necessario confrontarsi anche con questo post del collega Archicatto.

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categoria:pensiero, societĂ 
domenica, 14 settembre 2008

Pro loco
Daniele Maggioli e la sua Rimini

Daniele Maggioli, un mattino, dopo una nottata brava
Daniele Maggioli, riminese (Foto di Peter)

E finalmente qui a parlare del primo lavoro ufficiale di Daniele Maggioli, anch'egli Allenatore del Diavolo, che dopo alcune produzioni indipendenti può ora contare su un editore che crede in lui pubblicando questo bel cofanetto (14 euro) con cd musicale (11 canzoni) e un libretto contenente uno splendido e malinconico racconto intitolato "Ercolino o il mare d'autunno - favola di un mondo perduto" (che [di]mostra quanto il Nostro sia anche valente narratore, oltre che musicista di razza) e molte fotografie in bianco e nere di Chico De Luigi.
Con piglio felicemente arrogante, questo "riminese ladro e mascalzone" che "ride forte dietro un ghigno serio" canta della sua terra muovendosi fra critica sociale (come nella bella Publifono: e i maschi non si accorgono / che le belle morose / lentamente si stan disamorando / nei ristoranti squallidi / rimpiangono il telecomando), "ironia pagliaccia" e un tocco di malinconia (L'estate d'inverno, "più è vuoto e più è sensato il lungomare"). Un concept album su Rimini che usa la cittadina, i suoi paesaggi e la sua umana fauna per arrivare anche a parlare d'altro, cioè di noi, dell'Italia, dell'Occidente. Turisti come formiche o bisonti, cocainomani, puttane e puttanieri, ubriaconi, politici indulgenti purché i soldi arrivino, come in Estate Adriatica (che sarebbe un singolo perfetto): "se il denaro compra tutto / vi daremo pure la pura illusione / che siate voi a decidere / come impiegare i giorni di villeggiatura / delfinario, molo, ristorante caro, / discoteca o bar in spiaggia / o una gita rilassante / a San Marino a respirare l'aria fresca", cogliendone sia il lato grottesco (Pro loco: se Bertolt Brecht / avesse visto Rimini d'estate / certamente avrebbe riso / con le mani sui coglioni) che segretamente disperato.

Pro Loco Daniele Maggioli

Musicalmente molto curato, oscilla tra cantautorato, folk, blues e citazioni di musica popolare romagnola affidate soprattutto alla fisarmonica e a un ritmo danzereccio. Il tutto dal punto di vista di un indigeno costiero trentenne a cui voglio bene e del suo mare Adriatico che spesso non è solo quel che sembra. Un prodotto culturale che consiglio anche a chi non è mai stato a Rimini. Bravo Danino!

PS: la Romagna ha sempre vantato esemplari molto interessanti di umarells (leggi: anziani) e uno di questi, Licio, è addirittura protagonista del racconto del Maggioli; colgo l'occasione per segnalare che una mia foto è stata pubblicata nel glorioso sito a loro dedicato.

Peter

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categoria:musica, personaggi
lunedì, 01 settembre 2008

L'intrepido Re e la fiera feroce
Favola per stronzi

C'era una volta un Re talmente virile da liquidare il fascismo con un distratto gesto della mano. "Roba da gay!", amava ripetere nel suo grande castello dorato. Un giorno se ne andava bel bello in giro per i suoi boschi senza nulla di preciso da fare. Fischiettava recando seco, com'è di costumanza per ogni passeggiata imperiale, una schiera di vassalli dotati di telecamera, casomai fosse stato costretto dal destino esigente a un gesto eroico, a salvar una vita, che ne so, a salvarne due, magari tre, o a fare una giravolta. E volevi non essere lì a filmarlo? Volevi privare i semplici del suo regno di quel moto d'orgoglio commosso che tutti coglie nel vedere la propria Guida far cose oltrumane? Anche noi, d'altra parte, ne sappiamo qualcosa.
Quand'ecco d'improvviso che dietro a un grande rovo siberiano una delle quindici tigri siberiane rimaste nel globo è schiava d'una vecchia trappola siberiana lì dimenticata dall'antica, distratta e rozza gente dei novgorodiani. Bestia rara, ma famelica! Infatti d'improvviso la fiera si libera dalla trappola e invece di scappare si avventa accecata da odio e ingordigia sul gruppo di patrioti ecologisti. Ma è solo una bestia, e non può sapere che più di lei può Lui, il Re, coi suoi sensi sviluppati fino al 6° dan, oltre il quale c'è il Cielo di Saturno degli Spiriti contemplativi.

Vladimir Putin
Re Vlad mentre dice: "Al mio tre!"

Estrae da una piccola tasca segreta delle sue mutande un lungo fucile carico di gocce di buone intenzioni e le spara. Un eterno secondo di silenzio e poi il sospiro di tutti, com'unico panteistico polmone. Colpo perfetto, l'ha neutralizzata un battito d'ala di colibrì prima ch'ella s'avventasse alla giugulare del suo migliore amico e sodale da una vita. Ma non porta rancore, Vlad il grande. E' superiore alle grette leggi di natura e tra lo stupore degli astanti, che poco dopo si trasformerà in sentita commozione e smisurata stima, Egli s'affretta alla valigia del pronto soccorso e con navigata abilità subitaneo disinfetta la ferita che la rossastra trappola gravida di tetano aveva provocato nella rara zampa del raro e malvagio animale. Il regno fu salvo, e i georgiani l'ebbero nel culo anche in quel glorioso giorno.
Fine.
Buonanotte.

Peter

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categoria:personaggi, geopolitica, delirium tremens, informazione
giovedì, 12 giugno 2008

Disavventure aeroportuali di un mio amico viaggiatore di poca 'sperienza

Un mio amico mi ha raccontato un sacco di cose davvero tragicomiche che gli sono capitate occorse durante un viaggio che ha fatto in Islanda. Ed è curioso, perché anch'io sono tornato da circa un mesetto dopo una settimana trascorsa colà. Del viaggio in sé non m'ha detto nulla, a quello provvederò io più avanti, perché il suo racconto si è concentrato solamente su alcune disavventure aeroportuali che vi riporto di seguito con le sue parole, tali e quali.

Merda vecchio (leggi Peter, NdR) mi son perso all'aeroporto Marconi. Come in che senso? Nel senso che mi son perso. Sono arrivato con la macchina davanti all'entratona e ho scaricato l'Ubalda coi pacchi, le valige, quelle storie lì, no? Poi sono andato a parcheggiare e quando sono tornato dopo tot minuti all'entrata lei non c'era più. Allora ho pensato: merda no scaricatore s'è infrattata con un capoverdano! E sono solo le cinque e trenta antimeridian! Poi mi chiama al cell e il clima è di gelo, altro che scaricatore, perché lei è lì che m'aspetta e io sono lì che l'aspetto, però non ci vediamo. E mi dico: l'ho lasciata proprio qui cazzo. Allora mi autopresso a dei livelli che tu non puoi sapere e penso: E' un incubo? E' una gag spazio-temporale? E' una candid camera del mago Silvan? E' Dio che giuoca a rimpiattino? Macché, lei era al piano di sopra dove l'avevo scaricata con la macchina, gran ferro, l'hai già vista no? Solo che quando sono tornato dal parcheggione non mi sono mica accorto della rampa che avevo fatto prima col ferro, e così io andando a piedi mi sono ritrovato al piano di sotto che ha la facciata uguale a quello di sopra. E così tra una pugnetta e l'altra abbiamo perso l'aereo. Sì, perso. Però solo per un minuto... Quegli spezzabolge della KLM non transigono. Sì, ho proprio detto "transigono", perché il check-in era chiuso da un minuto, e allora noi niente. Sì, lo so, è da geppi. Infatti poi lei m'ha lasciato, adducendo motivazioni di idiosincrasia nei confronto del volo e di geppaggine esperienziale. Poi ci siamo rimessi insieme e abbiamo trovato un biglietto per il giorno dopo, e con un pacco di soldi a testa in più per una nuova andata siamo andati, porco il clero.
Solo che non è mica finita qui. No. Come com'è possibile? E' possibile! Al ritorno son tornato da solo perché lei doveva andare a vedere delle storie pese nei ghiacci del polo nord per le sue storie pese di biologia marina, no? Allora lei dall'Islanda va a sinistra-in su, io in giù verso la Patria. Mi faccio la mia coda check-innica con un'ora e mezza di anticipo. Un polleggio che non ti dico, quasi me la brandavo, tanto era il polleggio. Sono le sette di mattina. Arriva il mio turno, la tipa islandese carica nel compiuter il codice del mio volo che ricopia dal mio brogliaccio. In anglo-islandese mi dice: merda vecchio devi andare in biglietteria. Allora sorrido e dico: polleg, non pressarmi, ci vado. Ma in un angolo della mente bestemmiavo senza sapere il perché, solo al mondo e inadatto alla sopravvivenza come un merlo con un'ala rotta in un gattile. Che infatti arrivo in biglietteria e la tizia armeggia cinque minuti buoni in silenzio per risolvere il mio caso. Ma io penso: quale cazzo di caso? Allora dico: so? Che per lei è "allora", ma per noi anche la contrazione, sì, ho detto contrazione, di Sochmel. Acciocché me la butta lì così, in anglo-islandese: merda vecchio i tuoi biglietti di ritorno Keflavik-Amsterdam-Bulagna non son mica validi. Cazzo dici? Dico che non son validi, fa, te hai perso l'andata e poi non l'hai detto, dovevi dirlo, geppo! Perché? chiedo. Perché così ti è stato annullato il ritorno... E' un'altra gag? No. Sei solo geppo. E caddi a terra come corpo morto cade. Dopo ricordo pochi momenti convulsi: telefonate, lo stesso biglietto ricomprato con un altro pacco di altri soldi, corsa, fiatone, sete, cecchini che sparano dai tetti, e l'intima sensazione che per saperne a pacchi delle cose del mondo bisogna soffrire. E pagare.

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categoria:viaggi, personal, delirium tremens
domenica, 18 maggio 2008

Due mesi
Saluti, brevi considerazioni e aggiornamenti

Ostia. Son due mesi che taccio. Ma spesso "il silenzio vale più di mille parole". E non mi riferisco solamente alla trionfale vittoria di Berlusconi e amici vari (Veltroni). Non mi sembra una gran tragedia. Primo perché per fortuna siamo in Europa. Secondo perché prima o poi di qualcosa bisogna pur morire, e ogni evento si attiene rigorosamente ai cicli della biologia. Nasce, cresce e muore. Mentre la Cina compra il mondo risparmiando sui materiali degli edifici delle proprie scuole e l'Occidente agonizza, mi sembra insensato preoccuparsi per gli omuncoli che ci governano grazie al popolo italiano sovrano, libero di scegliere il proprio glorioso destino di eterno aspirante star nel mondo dello spettacolo e derivati.
Inoltre sono stato contento della batosta a Bertinotti. E non perché sia lontano dalle istanze della cosiddetta Sinistra Arcobaleno, ma perché sono lontano da chi la rappresenta(va) senza alcuna credibilità, con vuote parole, come tutti gli altri, del resto (ricordiamo che Lord Bertinotti fece cadere il primo governo Prodi con la scusa irrealistica della lotta per le 35 ore, che infatti non si sognò mai più di tirare fuori). L'analisi migliore l'ha fatta proprio lui, Fausto: "mea culpa, mea culpa, ci eravamo dimenticati delle fabbriche e del fatto che la gente vive di stenti". Acuto, ma troppo tardi. Avanti un altro. Come molti altri schiacciati dal nulla ho votato Di Pietro, ma avrei voluto votare per Per il Bene Comune (150mila voti circa ricevuti, mi pare, cioè nulla), partito ispirato, almeno credo, a molto di ciò che propugnò Ivan Illich, uno dei miei baluardi.
E insomma, sì, la politichetta la seguo senza perderci il sonno. Ogni tanto consento loro di invadere la mia vita e rido. Mattamente. Estremamente e sarcasticamente scettico sul valore del voto in Italia. Poi chiudo e mi calo nel mondo reale, traendone gran benefizio spirituale. Lavoro, passeggio pei boschi, osservo li uzzelli riprodursi e gli ungulati pascolare, studio, amo, leggo. Convinto che non c'è giustizia senza bellezza, e che produrre bellezza sia l'atto politico più estremo e rilevante (e di lungo respiro). Bevo meno ma meglio, mangio di più ma meglio. E ogni tanto gironzolo. Con S. sono stato una settimana in Islanda, di cui scriverò. Benritrovati. E grazie a Pulc3tta e a Samuele per le sollecitazioni.

Peter

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categoria:politica, personal
martedì, 18 marzo 2008

Il viaggiatore notturno
Romanzo di Maurizio Maggiani

Maurizio Maggiani
Maurizio Maggiani

C’è l’uomo. C’è la natura. E c’è l’uomo nella natura, con tutto il suo bagaglio. Con tutto il suo fardello, a complicare le cose. Da questa semplice ma grande complicazione viene la necessità di semplicità. E di bellezza. E la semplice bellezza è la chiave che apre il meccanismo di questo romanzo. Lo apre. Ma anche lo compone. È un anelito, nell’esistenza. Mentre in questo romanzo, paradossalmente, è reale. Mentre leggi dici: eccola. Non ne parla solamente il libro… è il libro (Feltrinelli 2005, 194 pagg).

Il viaggiatore notturno

C’è un uomo che studia le rondini. Si trova nelle montagne dell’Algeria. Sta aspettando la pioggia. Perché la pioggia, dopo anni che non compare, porta vita e rondini. E intanto quest’uomo ricorda. Ricorda di quando viaggiò per i Balcani con un camionista armeno che tutti vorremmo come guida. Anzi: come maestro. Si chiama Zingirian, ed è “un pezzo grosso del commercio mondiale”, col suo camion scassato pieno di prodotti americani da vendere perlopiù a dignitosi poveracci. Ricorda suo padre Dinetto, che costruiva gabbie per uccellini. Gabbie che si accatastavano, una sopra all’altra. Belle, complesse, e sempre vuote. Perché erano idee. Non oggetti. Ricorda di quando andò in Bosnia per studiare gli orsi. Gli orsi che migravano per scappare dalla guerra. Ricorda la guerra e di come ha dimenticato per un po’ gli orsi per aiutare gli uomini. Per aiutare gli uomini a sappellire altri uomini, a Tuzla, scoprendo che “non ci sono sopravvissuti a una guerra, solo resti viventi”. Ricorda, poi, un grande amore. Una donna, chiamata la Perfetta, che tutti hanno sempre visto camminare, a migliaia di chilometri di distanza. Ricorda di quando ha sentito il suo odore e di quanto era bella. E di come l’ha amata pur non avendole mai rivolto una parola.
Ricorda tante cose, e le racconta a un capo tagil, di notte. Mentre aspettano le rondini. Mentre il capo tagil fa il pane per tutti. Perché sembra che fra poco finalmente pioverà, nel mistico e incredibile deserto algerino. Gli racconta tante storie e ne ascolta altrettante. Un po’ come faceva il poeta dimah Tighrizt, vecchio e scherzato da tutti. Ma che quando incominciava a parlare, anche se tutti sapevano che erano solo storie, lo ascoltavano in religioso silenzio.
Le storie si accavallano. Il tono è sommesso, estremamente poetico ma per nulla ridondante. Tutto è limpido e intenso. Si racconta tanto, in queste duecento pagine e si dicono anche cose importanti. Ma come se fossero scritte (dette) sottovoce. Come una storia raccontata per farsi compagnia, in una notte insonne fra due persone che sono fra altri che intanto dormono. E alla fine scopri che raccontarsi le cose a vicenda salva la vita. Come in un racconto di Jack London…
La comunicazione è uno dei fattori che rende l’uomo ciò che è, nella sua accezione migliore, certo. Ed è come se nella vita fossimo tutti sperduti in una bufera di neve. E se non ci fosse nessuno con cui parlare per far passare la notte moriremmo assiderati. Addormentandoci. Assiderati di nulla. Se invece riusciremo a passare la notte vivi… ricorderemo sempre. Ricorderemo anche quella forma di amore. E coglieremo la bellezza utile. Non importa che sia tutto vero. Perché forse non è l’autenticità di una storia a salvarti. Ma la storia stessa - e il senso.

Peter

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categoria:letteratura
lunedì, 03 marzo 2008

Elogio della bicicletta
Ivan Illich: energia, viabilità e morte

Opporsi alla bruttezza va di pari passo, secondo me, con l'emersione di un nuovo senso etico che sviluppi la tendenza a rifiutare tutto l'Inutile che questo sistema economico ci propone (o impone?). Rifiutare il Troppo, fare un passo indietro, essere insomma disposti a perdere qualcuno dei privilegi che abbiamo nel nome di una decrescita che ha tutti i connotati della Vita (in opposizione all'idea a senso unico che mette lo Sviluppo come supremo valore). La cosa sarebbe ancor più facile analizzando la vera natura di questi privilegi. Credo che lo si possa fare con un po' di apertura mentale, qualche informazione e con lo studio dell'opera di Ivan Illich, uno dei pochi liberi pensatori in grado di suggerire soluzioni a questo tempo. E come ogni suggerimento... dipende tutto dall'ascoltatore.

Ivan Illich
Ivan Illich

Di stretta attualità è il caro-benzina, che lego indissolubilmente a una questione sempre affrontata in modo innocuo dagli organi di informazione ufficiali: la qualità dell'aria che respiriamo. Prendiamo - paradossalmente - per buona l'informazione dell'Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS): in Italia a causa delle polveri sottili muoiono ogni anno 39 000 persone. E' un dato vero o alterato? Poco importa, a questo punto. Perché la qualità della nostra vita non si misura dal numero di morti, e la qualità della nostra vita è, oggi, pessima e sotto gli occhi di ognuno di noi. Interessa invece sapere che lo smog delle nostre città potrebbe essere evitato, e che ai 39000 morti (o 20000? o 60000?) segue una serie impressionante di altri numeri, riguardanti persone/bambini con problemi respiratori o le semplici difficoltà che un pedone (l'energia più pulita della storia) incontra per muoversi, con recenti esempi di cronaca sanguinosi, perché scegliere se dedicare infrastrutture alle auto o ai pedoni è, anche questa, una scelta politica. 
Ma gli occhi sono aperti? Le mamme che portano in passeggino i figli piccoli lungo i viali di circonvallazione di Bologna ad altezza di tubo di scappamento, sono in grado di fare collegamenti fra la tosse e il colorito del pargolo e le loro scelte? Oggi, negli anni tremila, non si muore più per una polmonite, ma si vive male per stress, smog, cibo industriale, infelicità e depressioni apparentemente senza cause.
Trovo quindi di incredibile attualità un libretto di Ivan Illich intitolato Elogio della bicicletta (Bollati Boringhieri, 7 euro - VEDI recensione). E' un libello del 1973 interamente dedicato all'energia e alla viabilità, cioè al nostro (piccolo) mondo. Parla di "confezione industriale dei valori", di "rituale di velocità progressivamente paralizzante", di "immaginario colonizzato" e della nostra storia occidentale, una storia di rinuncia all'autonomia. Mentale, prima di tutto. Con effetti catastrofici.

Peter (da Walden)

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categoria:segnalazioni, politica, pensiero, societĂ 
lunedì, 25 febbraio 2008

Vignetta senza disegno

"L'Italia è un Paese in mano alla criminalità organizzata!"

"Bisognerebbe mettersi d'accordo su quel che intendi con criminalità organizzata."

"Hai ragione. Io per criminalità organizzata intendo Mafia, Camorra, 'Ndrangheta, Sacra Corona Unita, Banca d'Italia, IOR, Opus Dei e una parte dei servizi segreti."

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categoria:mafia, società, così parlò peter
domenica, 17 febbraio 2008

Ogni cosa è politica
Un indistinto blob (elettorale?)

La Riva (foto di Peter)
Foto di Peter (la Riva)

Poggiolforato (foto di Peter)
Foto di Peter (Poggiolforato)

Anche se l'inverno sembra tutto mortificare, nella nuova luce del bosco si riprende a vivere. Camminando immersi in quel bianco di luce propria, tra gli alti tronchi muschiati d'argento, pure il tempo diventa irreale e vivi in un mondo metafisico come dentro un sogno: non ha più peso il tuo corpo, non è faticoso il passo e cammini vagando da pensiero a pensiero. In un infinito tra gli alberi innevati anche le cose della vita appaiono più chiare.
Mario Rigoni Stern - Stagioni (Einaudi 2006)

Come un cuore che pulsa (contrazione-riposo-contrazione, diastole/sistole) così è la mia vita, in un alternarsi tra solitudine/natura e persone/società. Contrazione, risposo, contrazione, con Lei a far da ventricolo. Scendo nella civiltà e c'è da firmare questo:

Storia vecchia, che dura - in maniera moderna - almeno dai tempi dell'Inquisizione. Il corpo delle donne (che allora erano streghe) come strumento di potere degli uomini. Mi piacerebbe svegliarmi un giorno e vedere le Streghe al potere... Artefici di pozioni che zittiscano gli stronzi.

Poi, già che sono quaggiù, c'è da decidere a proposito delle elezioni, questo grande troiaio in cui ci viene ricordato che, se ce ne fossimo dimenticati (birichini distratti), siamo in una Democrazia, e si è chiamati a fare una X su un simbolo. Così, forse per 5 anni saremo a posto. Grazie, Democrazia, che ci hai dato uomini che ti tengono in vita così con tanta passione.
Ho deciso cosa farò questa volta, in ottemperanza al Libero Pensiero con cui questo blog si riempie la cavità orale rischiando a volte di sbrodolarsi addosso. Essendo io utopicamente di sinistra, con cedimenti filosofici verso l'anarchismo (mentale), Veltroni non mi avrà (non mi ha mai avuto), e annullerò la scheda. Che è diverso da non votare. Il non-voto viene interpretato come disinteresse, mentre capiterà senz'altro che molti, questa volta, non andranno a votare dopo attenta riflessione dominata dalla nausea, dunque come scelta politica profonda. Ma è un errore, secondo me. Il segnale che, in massa, si lancerebbe a questo poterucolo canceroso uscendo di casa, facendo la fila, annullando la scheda scrivendo FOTTETEVI A CASA VOSTRA, è diverso...
Sì, sogno un 15 aprile di sgomento. Giornalisti esterrefatti per un 15% di schede nulle. (Dimenticatevi le schede bianche: in molti seggi - in che percentuale non so, ma alta - gli scrutatori se le dividono perché comprati dai partiti, apponendo croci come se piovessero). Beh, se la pensate così anche voi... annullate! Che sono stanco, molto stanco, di votare il meno peggio.

Già che ci sono (per colpa di Lilith) metto a nudo le mie convinzioni "religiose" con un test che c'ha azzeccato in maniera impressionante (è vero anche che c'è chi prega per me), ma non mi è ben chiaro cosa significhi essere satanisti, a parte chiamare un blog Devil's Trainers...

Qual è la religione giusta per te? (translated version for Italian users)
created with QuizFarm.com         You scored as Ateismo

Il tuo risultato è Ateismo. Sei... ateo, anche se forse lo sapevi già. Inoltre, probabilmente ci sono molte persone che pregano per la tua anima quotidianamente. Piuttosto che essere "non religiosi", gli atei credono fortemente nella non esistenza di un'entità superiore come Dio.

Ateismo

 
90%

Agnosticismo

 
85%

Buddismo

 
80%

Satanismo

 
80%

Paganesimo

 
75%

Islam

 
60%

Confucianesimo

 
50%

Induismo

 
20%

Cristianesimo

 
20%

Ebraismo

 
10%

Paranormale

 
10%

Nel mentre c'è chi, per fortuna, continua a opporsi.

Peter

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categoria:segnalazioni, politica, letteratura, personal, religione, fotografie, societĂ 
lunedì, 04 febbraio 2008

Auschwitz e Birkenau (2ª parte)
Irrealtà e le anime

Appena entrato ad Auschwitz ho provato una sensazione strana difficile da focalizzare. Poi ho capito. Era senso di irrealtà. Perché Auschwitz non sembra ciò che è. Sembra, piuttosto, un campus universitario. Un villaggio agrituristico. Una colonia estiva dove puoi mandare i figli. Bei caseggiati, erba verde (che ai tempi veniva mangiata), pioppi, betulle. E tanti alberi al di là... delle torrette di guardia e del filo spinato elettrificato, che tante persone ha aiutato a salvarsi da quella vita, "andando al filo".

Auschwitz (foto di Peter)
Auschwitz

Auschwitz (foto di Peter)
Auschwitz

Ma vedere solamente Auschwitz non avrebbe alcun senso. Perché la vera percezione del fenomeno la si ha a Birkenau. Auschwitz è un campo tutto sommato piccolo e con gli edifici in muratura. Birkenau, invece, è sterminato (sì, le parole a volte possono avere un'etimologia feroce), 2 km e mezzo per 2. Ed è qui che l'aberrazione era totale e completa, con i forni crematori davvero "efficienti" e 25 gradi sotto zero in baracche di legno con ampie feritoie.

Birkenau (foto di Peter)
Birkenau

Qui il senso di irrealtà è, se possibile, ancora più forte. E ancora di più quando arriviamo in fondo al campo. Dove c'erano i 4 forni crematori. Cerco di immaginarmi quelle persone appena scese dal treno, con la SS che aveva indicato loro di andare di qua, e quelli più forti invece di là. Quelle persone arrivavano qui e aspettavano di fare una doccia. Si sedevano per terra, donne, bambini, vecchi, molto spesso incoscienti di quello che sarebbe accaduto. Ci sono foto, sembrano persone che fanno un picnic. Ed è qui che l'irrealtà è forte. Perché i forni crematori sono in mezzo a un bosco bellissimo.

Birkenau (foto di Peter)
Birkenau (crematorio 4)

Birkenau (foto di Peter)
Birkenau (crematorio 4)

Margherita, la nostra guida spesso commossa, dice che qui, in primavera, è meraviglioso. Lei ci viene a passeggiare da sola, e incontra lepri, daini, uccellini ovunque. Così pensa che quegli animali abbiano dentro le anime di tutte quelle persone (lo senti che ogni zolla del campo è insanguinata e ha memoria di un orrore). Anche io lo penso, anche se non credo nell'anima. Ma tutta quella fuliggine, tutta quella cenere, si è depositata a terra, ha nutrito gli alberi, le piante e l'erba di cui le bestie si sono nutrite. Mi guardo intorno, e penso che sì, tutta questa vita, in questo posto assurdo, è una meravigliosa vendetta.

Tutti i luoghi sono ormai transitabili, sono conosciuti, sono pieni di traffici, tenute assai ridenti hanno cancellato dalla nostra memoria deserti un tempo famosi, i campi coltivati hanno circoscritto le foreste, gli animali domestici hanno allontanato le fiere [...]. Ormai ne' le isole, ne' gli scogli incutono piu' timore; dovunque sorge una casa, dovunque vive un popolo, dovunque vi e' uno stato, dovunque c'e' vita.
Tertulliano - De Anima

(Vedi anche il bellissimo post di Simona - Qui la mia prima parte)

Peter

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giovedì, 31 gennaio 2008

Auschwitz e Birkenau (1ª parte)
Il treno della memoria: 25-30 gennaio 2008

Ho imparato molto in questi giorni. Ho imparato, anche, per esempio, che per avvicinarsi a ciò che è accaduto bisogna, in ultimo, guardare profondamente dentro se stessi. E capire che nessuno è immune dall'orrore. Che tutti hanno un angolino, dentro, che può farlo diventare un carnefice, una SS. Tutti, nessuno escluso. Ma poi c'è la possibilità di scegliere. Per sopravvivere, scegliere di essere Uomini che si rifiutano di farsi spossessare della propria Umanità, nella migliore accezione, nonostante tutto. Come dice Carlo. Come scrive Primo Levi in Se questo è un uomo.

Primo Levi
Primo Levi

Allora per la prima volta ci siamo accorti che la nostra lingua manca di parole per esprimere questa offesa, la demolizione di un uomo. In un attimo, con intuizione quasi profetica, la realtà ci si è rivelata: siamo arrivati al fondo. Più giù di così non si può andare: condizione umana più misera non c'è, e non è pensabile. Nulla più è nostro: ci hanno tolto gli abiti, le scarpe, anche i capelli; se parleremo, non ci ascolteranno, e se ci ascoltassero, non ci capirebbero. Ci toglieranno anche il nome: e se vorremo conservarlo, dovremo trovare in noi la forza di farlo, di fare sì che dietro al nome, qualcosa ancora di noi, di noi quali eravamo, rimanga.

Prima di riflettere sui carnefici, si empatizza con le vittime in modo emotivamente dirompente. A me non dispiace avere freddo, avere la pancia quasi vuota, la testa pesante, l'unghia dell'alluce destro che fa male e sta per staccarsi. Non mi dispiace nemmeno sentirmi stupido nel non fare nulla per risolvere questi problemi per sentirmi (stupidamente) più vicino a chi ha vissuto problemi simili, in maggior numero e amplificati. Amplificati... di quante volte? Un numero infinito. Cioè fino alla morte, nel cui istante il numero infinito scende fino allo zero. E' un tentativo che porta invariabilmente al fallimento, ma ci si prova, sapendo il possibile e immaginando l'impossibile. Senza questo tentativo forse ridicolo, come si può tentare anche lontanamente di capire?

Peter

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giovedì, 24 gennaio 2008

Lettera dall'India

India - traffico creativo
Foto di Roberta S.

Caro Pit, qualche pensiero sconnesso e banale scritto di getto da un internet café di Udaipur, rilassante, splendida città in riva a un lago. Non mi attarderò troppo qua al chiuso. Poi, dopo dieci giorni non sono certo un esperto. Dell'India conoscevo solo le cartoline e gli stereotipi fino a dieci giorni fa. Ma l'India, lo sintetizzo così perché non trovo le parole, è meravigliosa.
    Quella che sto vedendo non è certo - solo - quella raccontata da Federico Rampini, che colma di speranza cavalca una crescita del pil a due cifre verso un futuro luminoso. C'è anche quella, certo. L'ho incontrata in aereo: studenti che tornano a casa con le felpe delle università americane, o commercianti e industriali che parlano in inglese fra loro. O nelle pubblicità di banche e finanziarie, compagnie di servizi che non fanno che parlare di new india e mostrare mondi possibili, o già esistenti in alcune zone di Bombay, Delhi o Bangalore. Il pil va bene fino a un certo punto...
    A Delhi quest'India non l'ho vista. Peccato non avere un amico indiano. Probabilmente quest'India sta nei locali costosi, nei compound, nei quartieri dei ricchi. A Delhi ho visto solo il bazaar caotico e folle della citta' vecchia, ho visto le scimmie, le vacche in mezzo alla strada e alla gente, ma anche un traffico demenziale in tutta la città, un inquinamento folle, che si mescola all'umidità dell'aria rendendola irrespirabile.
    A Delhi non si respira e c'è sempre una foschia persistente. Diverse persone mi hanno detto che è l'inquinamento. Sinceramente credo sia l'umidità ma vorrei sapere i valori di benzene e polveri sottili nell'aria, le statistiche delle malattie respiratorie. Qui non interessa a nessuno, qui la lotta per vivere di moltissimi indiani è giorno per giorno. Un passeggero portato su un risciò a pedali può fare la differenza.
    Per vedere un'altra delle mille indie basta farsi un giro nei villaggi del Rajasthan o dell'Uttar Pradesh, pochi cubi di cemento, con le fogne a cielo aperto che quando si intasano allagano tutto, con gli animali che pascolano fra i rifiuti e le cataste di plastica. E un'India,  che campa con non più di un dollaro al giorno (come gli stati più poveri del pianeta).
    E qui la new india non si vede proprio. Al massimo penetra coi cellulari. Anche nei villaggi piu' poveri i ragazzini hanno cellulari della mia stessa marca ma molto piu' nuovi e belli. Ovunque. Spesso si indebitano per acquistarli.
    Una lettura del Times of India di qualche giorno fa è rivelatrice, per me. Nella stessa pagina si legge che Bangalore avrà il grattacielo più alto del mondo. Ma anche che gli adivasi (termine generico che indica le popolazioni tribali, che in alcuni stati superano il 20%) del Gujarat hanno scoperto i cellulari e che si stanno indebitando pesantemente per acquistarli. Lascio a te i commenti... - Patrick
.
Accadono cose in Italia davvero impreviste e interessanti. Mastella che mette in crisi il governo... chi l'avrebbe mai detto?! In attesa che ritorni Berlusconi a ricordarci la nostra vera natura, sono davvero molto appassionato di quel che accade (di così imprevedibile), ma mi occupo d'altro, mi scuserete, e le due cose sono collegate strettamente, anche se non apparentemente. Domani, per esempio, parto per 5 giorni ad Auschwitz.
Così grazie, caro Pat. Come sai Simona è tornata da poco dal Sierra Leone. Cartelloni in mezzo al nulla e alla morte che pubblicizzano compagnie telefoniche. Anche là, a quanto pare, hanno molto poco ma i cellulari non mancano. Due paesi, India e Sierra Leone, che forse stanno vivendo qualcosa di simile ai nostri anni '50 (sbagliando si impara?). Argomento molto complesso. Ogni giorno però trovo conferma che ciò che ha scritto Ivan Illich è più che mai attuale e fondamentale... Creare bisogni. E' questo il segreto più segreto del potere per rendere schiavi illudendo libertà? Ma c'è l'antidoto. Illich parla anche di questo.
.
Peter
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domenica, 23 dicembre 2007

Buon Natale
Col buon vecchio Guido Ceronetti

Guido Ceronetti
Guido Ceronetti

Quest'anno gli auguri di questo antico qualcosa che è il Natale li eseguo con una poesia del "poeta, filosofo, scrittore, giornalista, traduttore, drammaturgo, teatrante e marionettista italiano" Guido Ceronetti. Un uomo che nel suo libro La lanterna del filosofo (Adelphi 2005) ha scritto almeno un paio di cose che amo particolarmente:
"Cosa resta, quando resta poesia? Nient'altro che l'essenziale, dunque quasi niente." E:
"Ci si poteva iscrivere ad un partito di sinistra - ma quale tessera può surrogare una passione tragica? L'amore che fa morire è una delle due o tre cose (non credo siano più di tre) che fanno vivere... E queste generazioni di piombo, spettri dell'inquinamento, coppie a cui è consentito tutto salvo di annullare ogni morte nell'amarsi, vivono?"

La gustosa e da noi condivisa poesia sul Natale, tratta dal Domenicale de Il Sole 24 Ore di oggi, è questa:

[...] Il Solstizio d'Inverno è lumivàgo,
Quantunque è notte.
Della cristiana ex festa non ho tracce.
Allegrie smorte, flaccide
Naufragate parole, una orrenda strage
Di animali al Dio Stomaco: è la Tenebra
Che rinnova se stessa nel furore. Fuggitela!
Scioglietevi dai lacci dove latra
La Famiglia avvinghiata in finti abbracci.
Oh Tannenbaum, che festa impura!
E' il Solstizio d'Inverno, esci dal buio
Di queste luminarie d'abiezione.
Per te crea uno spazio senza umani,
O con taciti compagni di ventura
Sali a una vetta del pensiero pura
Dove inviolabile da apostasie
La Luce sola è signora del sentiero.
Io amo e celebro il Solstizio d'Inverno,
Quantunque è notte.

Guido Ceronetti

Nell'attesa che giunga il solstizio d'inverno e il sole torni finalmente a riscaldare la Terra (nel Nome del Signore), bon appetit a tòt! E buone letture. Ah, già che ci siamo buttiamo dentro a questo post anche un Buon Anno (1995)! Alé.

Peter

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mercoledì, 12 dicembre 2007

Antonino "Nino" Randazzo
Nuovo idolo per chi ancora si ostina

Il senatore Nino Randazzo, onorevole di nome e di fatto
Antonino Randazzo

L'Italia è come il "Cile del generale Pinochet" con "telefoni intercettati continuativamente, parlamentari sotto controllo e filmati mentre si recano ad un appuntamento, cittadini privati del loro diritto fondamentale alla privacy", dice Paolo Bonaiuti. Si riferisce forse a quello che il suo partito e An hanno organizzato durante il G8 di Genova? No. Si riferisce al fatto che il vecchio amico del suo capo Berlusconi, Licio Gelli, fosse tra i promotori e finanziatori di Pinochet? No no.

"Questa violazione sistematica della legge e i veleni che periodicamente vengono inoculati nel corpo della nostra democrazia spingono l'Italia verso uno stato di cronica inciviltà dalle conseguenze devastanti e incalcolabili", dice Sandro Bondi. E' forse una sua nuova immortale poesia? Nooo no no no, macché.

Si riferiscono, colle loro voci potenti non adatte al vaffanculo, ai fatti narrati nel bell'articolo di Giuseppe D'Avanzo su Repubblica. Illuminante, su come funziona in Italia. Fondi neri, favori, assegni di 400.000 euro per un voto, e tanto tanto altro, noto grazie alle intercettazioni telefoniche che tanto immalinconiscono Mastella.

Il succo comunque è: Silvio Berlusconi corrompe uno dei suoi Omini Rai Agostino Saccà, uno che dice di sè: "io voto Forza Italia come tutta la mia famiglia". Poi, sempre il Silvio tenta di corrompere il senatore 75enne Antonino "Nino" Randazzo, eletto con 152.000 voti degli italiani residenti in Oceania, Asia, Africa, Antartide, e dei soldati in Iraq e Afghanistan.

Nino Randazzo
L'umarell Nino Randazzo

Randazzo, questo bel super-umarell, è un editore residente in Australia. Ha una moglie di 25 anni più giovane di lui (elemento rilevante ai fini del ritratto). E un conto in banca non proprio nababbico, visto che dopo aver indagato sui suoi averi, Berlusconi e i suoi uomini lo hanno scelto come morto di fame ideale per essere comprato con 2 milioni di euro, per non andare a votare in Senato e far così cadere il governo Prodi insieme ad altri traditori.
E lui che fa di fronte a questi soldi e a promesse di una folgorante carriera politica finanziata da Silvio Primo? Al contrario dell'affascinante Sergio De Gregorio, dice NO, GRAZIE. Una prima volta. Poi una seconda. Poi racconta tutto alla magistratura. E ride.
Ride! Cazzo se ride! E noi con lui, nel vedere questo vecchierello che ride in faccia ai soliti mercenari meccanismi italiani di scambi di favori e di privilegi della casta.
Lui peraltro è educato, ma secondo me un "vaffanculo" l'ha anche pensato.

Peter

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mercoledì, 05 dicembre 2007

Calore
Le avventure culinarie di B. Buford tra New York, Porretta e Chianti

Bill Buford, autore di "Calore"
Bill Buford

Calore, ed. Fandango Mario Batali
Copertina del libro e Mario Batali, chef

Prendiamo come assunto che ogni buon libro dovrebbe ampliare la propria visione periferica sulle cose e allontanare di un po' l'orizzonte, rendendo più nitido tutto quello che c'è prima. Dato l'assunto, Calore, di Bill Buford, edito da Fandango Libri (2007, 434 pagg, 20 euro - Tit. or. Heat) è un buon libro. Buono, o più.
Uno si siede al ristorante, ordina, mangia, beve, paga. Poi di quel che ha mangiato può dire "commovente!", oppure "buono", oppure "sano", oppure "che schifo, gran tristezza, fa cagare!". Più raro è chiedersi cosa c'è dietro a quel cibo che abbiamo mangiato. Quali sono per esempio i meccanismi interni dell'habitat-cucina fra le persone che ci lavorano, da dove proviene il cibo, come è stato coltivato/allevato, quale è la storia dello chef e cosa pensa delle cose del mondo. Lo stesso vale se siamo noi a cucinare in casa nostra, da dilettanti appassionati.
Calore è un reportage/memoriale che apre al lettore questi mondi, in modo divertito e divertente, intenso, profondo e a volte anche commovente. Così Bill Buford, autore e protagonista, è un editorialista del New Yorker che sente mancare qualcosa, nella sua vita. E' un cuoco dilettante, e vuole sapere tutto il possibile sull'argomento. Dall'interno. Cinquantenne, inizia l'avventura come sguattero nell'incensato (tre stelle) ristorante newyorkese Da Babbo, del geniale, famosissimo e gargantuesco chef italoamericano Mario Batali. Ne ripercorre anche la formazione, passando lunghi periodi a Porretta Terme, dove Batali ha imparato tutto quel che doveva imparare per reinterpretarlo poi nel suo ristorante a New York e in un programma televisivo di successo.
Ecco così un aspetto diffuso di questo mondo: tutti i grandi cuochi americani imparano all'estero. Soprattutto Italia e Spagna. Ma anche Francia e Inghilterra. Lavorano gratis nei ristoranti italiani, lontano da casa, per uno, due, tre anni o più. Spesso iniziano a cucinare solo dopo un anno passato a guardare gli altri e a fare i lavori più umili, come tagliare le carote.
La zona d'indagine di Bill Buford, mentre parallelamente patisce le pene dell'inferno nella cucina di Babbo e arriva addirittura a cucinare alla prestigiosa griglia della carne, è l'Emilia (per la pasta e i salumi) e successivamente la Toscana, per la carne e l'olio. Passa molto tempo a Porretta, dove una zdaura di montagna (le mie montagne, dove ci sono ancora lupi e linci) gli insegna, solo dopo alcune settimane, a fare la sfoglia, il ragù, i tortellini. Poi la Toscana, dal macellaio più famoso del mondo, ovvero Dario Cecchini, un artista il cui soggetto principale è il lutto.

Dario Cecchini, macellaio toscano
Dario Cecchini

E l'olio, dove un produttore raccoglie a settembre invece che a novembre perché, anche se produce molto meno olio, anche se guadagna molto meno di quel che potrebbe, le olive hanno meno acqua e l'olio viene più buono e aromatico.
Tra molti segreti, consigli, ricette, meditazioni filosofiche sul cibo, leggiamo anche della vita di Bill Buford, dei suoi incontri, delle scelte delicate che ha dovuto fare con la moglie, delle sue emozioni. E del fatto, per esempio, che in cucina (e non solo in cucina, naturalmente...) la cosa più difficile da raggiungere è la semplicità, e che "meno significa più". Un grande cuoco dimostra di essere tale da come cucina un uovo. 
Leggiamo che la cucina, per uno chef, è una forma di memoir, e ogni piatto un ricordo della sua vita. Dalle ricette che cucina nel proprio ristorante un buon osservatore può sapere molto di lui. E lui può sapere molto di noi vedendoci mangiare.
Leggiamo poi che "Dario morirà. Io morirò. I ricordi moriranno. Il cibo fatto a mano è un gesto di sfida e va contro tutto ciò che costituisce la nostra modernità. Trovatelo, mangiatelo: scomparirà. E' esistito per millenni. Adesso è evanescente come una stagione."
Un libro contro il cemento. Contro il livellamento industriale del gusto. Per un passo indietro. Per una emancipazione culinaria che significherebbe ben altro.

Peter

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giovedì, 29 novembre 2007

The Village
Un film squisitamente politico sulla natura del potere

Ho visto Lady in the water, di M. Night Shyamalan. Uno dei film più retorici e brutti, insieme a The Majestic, della mia esperienza di individuo. Per recuperare e controbilanciare, rispolvero questa recensione del suo film precedente, che invece è un capolavoro.

The Village (di M. Night Shyamalan)

Regia di M. Night Shyamalan, USA 2004, 107 min.

La vita nel villaggio procede felice. Una specie di limbo terrorizzato dall’ignoto che sa tanto di lobotomia di massa. Il villaggio è delimitato dal bosco e nessuno può oltreppassare il confine, perché oltre ci sono le Creature Innominabili (simboli forse di tutto ciò che è altro, e che, molto modernamente, ci obbliga a capire, confrontarci, affrontare il perturbante impossibile da rimuovere). Gli anziani del villaggio sono come capi di Stato e come tali fanno leva sulla paura per preservare l’ordine sociale e il proprio obiettivo di un’esistenza isolata, monadica, sicura, priva di dolore. Anche se in questo caso è a “fin di bene” e frutto di dolore, i capi fondano il loro progetto sulla menzogna. Ma l’isolamento non può durare per sempre. E sarà proprio il dolore e la forza dell’amore a spingere la ragazza cieca (Bryce Dallas Howard) ad affrontare e superare i propri limiti. È ancora l’amore segreto del fondatore del villaggio Edward Walker (William Hurt) per la madre (Sigurney Weaver) di Lucius morente (Joaquin Phoenix) a spingerlo fuori dalle regole e permettere alla figlia cieca promessa sposa del moribondo di andare nella più vicina città per procurarsi le medicine necessarie. L’amore e la conoscenza sembrano quindi essere le uniche soluzioni per “salvarsi”. L’amore e la conoscenza, che tanto poco spazio e rilevanza hanno nel nostro mondo.
Ogni personaggio principale è un’allegoria all’interno di un film che è totalmente allegorico. Come se ogni epoca buia partorisse la sua Divina Commedia…
La regia è originale, gelida, virtuosa, come nella scena dell’accoltellamento del giovane Lucius da parte del matto del villaggio (Adrien “Pianista” Brody), in cui un silenzio totale è accompagnamento dell’aberrazione che ha portato a quel gesto.

Nulla è in grado di suscitare azioni e reazioni frenetiche, sregolate e turbolente come la paura dello smantellamento dell’ordine che è veicolata dall’immagine del «vischioso». (…) La «paura del vischioso», sedimentata dagli individui senza potere, è sempre un’arma allettante da aggiungere all’arsenale di coloro che hanno sete di potere. Alcuni di questi provengono dalle stesse file degli impauriti e possono tentare di usare l’accumulo di paura e di collera per scalare le mura del ghetto assediato; possono tentare cioè di condensare il rancore diffuso dei deboli guidandolo all’assalto degli ancor più deboli stranieri: in questo modo adoperano la paura e la rabbia come ingredienti per cementare il loro potere personale – un potere assolutamente tirannico e intollerante – e allo stesso tempo gridano ai quattro venti di voler difendere i deboli dall’oppressore”.
Zygmunt Bauman, La società dell’incertezza (pag. 72) Il Mulino, 1999.

Viviamo tutti nello stesso Villaggio. E non abbiamo ancora imparato a deviare dai soliti percorsi e a camminare nel bosco.

Peter

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mercoledì, 21 novembre 2007

Propaganda 3
Ieri, nella stessa pagina di Corriere.it

MP
Zigotecomics

In piccolissimo, in fondo, il Cittadino Italiano ha potuto apprendere che la ex Cirielli ha colpito ancora, e che contro Mediaset non si può procedere per falso in bilancio perché il reato è prescritto. Chi l'avrebbe mai detto?

La prima notizia però era la seguente, ed era anche la più letta: a 12 anni tutti scopano con tutti anche senza protezioni, fumano spinelli, si ubriacano e infine fanno una cosa brutta. Interrogate sulle loro aspirazioni, le cucciole di mignotte al primo posto sognano di diventare velina/personaggio famoso, al secondo dicono "non so".

Simona Ventura, idolo delle masse, qui trasfigurata probabilmente da un uso smodato di cocaina
Simona Ventura

Che è così difficile fare dei collegamenti logici... correlare ogni voce delle cose del mondo a un significato, e ogni significato al significato di tutto, se esiste. La testa è pesante. Siamo stanchi. Abbiamo lavorato tutto il giorno. E quello che vogliamo sono consigli per gli acquisti, vip che si lanciano torte in faccia in tv e vedere il vicino di casa partecipare a un quiz, perché anche lui, rispondendo a domande semplici (perché lassù ci sono amici, nessuno vuole metterci veramente in difficoltà) può avere il suo momento di riscatto dagli incomprensibili dolori dell'esistenza. Leggere libri, invece, è faticoso e oldstyle.

Licio Gelli, giovane e determinatoIndiscutibilmente venerabile
Licio Gelli

Così uno magari legge il giornale e può anche capitare che non venga naturale di fare dei collegamenti tra le due notizie. Collegamenti che esistono, io li vedo (Albert Hofman non c'entra). Perché venne un giorno in cui fu scoperta una (finta) loggia massonica che si chiamava P2. Il suo capetto Licio Gelli, uomo dei servizi segreti di formazione particolarmente atlantica, il 28 settembre 2003 disse a La Repubblica: «Ho una vecchiaia serena. Tutte le mattine parlo con le voci della mia coscienza, ed è un dialogo che mi quieta. Guardo il Paese, leggo i giornali e penso: ecco qua che tutto si realizza poco a poco, pezzo a pezzo. Forse sì, dovrei avere i diritti d'autore. La giustizia, la tv, l'ordine pubblico. Ho scritto tutto trent'anni fa. Tutto nel piano di Rinascita, che preveggenza, è finita proprio come dicevo io»

Silvio Bananas, forse mentre parla con amici siciliani o campani
Silvio I il Libero

Ma anche se non l'avesse detto, qualcuno se n'era accorto. Quanti danni ha fatto la mediasettizzazione che dura da quasi trent'anni? Esattamente questi danni. Danni perfettamenti funzionali. Perché Mediaset non è più solo un'azienda. E' l'Italia stessa. Cambiare la mentalità di un popolo già ben predisposto (dux! che lux!) bombardandolo con del nulla spacciato per tutto, abbassando il livello e distraendoci coi fuochi d'artificio. Certo, Gelli aveva ragione. E uno dei suoi iscritti, Berlusconi, pupazzo e punta di un iceberg di potere ben più rilevante, ha eseguito bravamente. Prima Milano 2 e Mediaset, chissà con quali soldi e appoggi. Poi, grazie al terreno preparato da Mediaset a suon di quiz, Forza Italia, chissà con quali soldi e appoggi. Libertà! Democrazia! E nessuna pernacchia, dopo. Nessuna!
Così può capitare che tutto può accadere nell'indifferenza più totale, tutti proiettati a diventare veline e briatori come siamo. Può capitare quel che è accaduto al G8 (preparativi per un colpo di stato) e può capitare che Gelli, Andreotti e Cossiga conducano una vecchiaia tranquilla, senza alcun timore per la propria incolumità, nonostante tutti i morti che hanno sulla... coscienza. Gelli, condannato fra le altre cose per depistaggio per la strage di Bologna. La strage di Bologna, qualcuno sa cosa significa? Sa cosa è lecito pensare se uno depista su una cosa tanto grossa? O è preferibile aspettare la prossima puntata di Matrix o Porta a Porta per saperlo? Allegria!

Peter

PS: quanti siamo a ricordarci di questo libretto Fininvest?

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giovedì, 15 novembre 2007

Scappo dalla città
La vita, l'amore e i cinghiali

L'amico Patrick mi manda questo sms:

La calma, il luogo ameno, la bellezza della montagna, la serenità del cielo, il mormorio delle acque, la tranquillità dell'anima, contribuiscono molto a far sì che le muse più sterili diventin feconde e producan frutti che riempiono il mondo di meraviglia e di soddisfazione.
Cervantes, Don Chisciotte

Perché per ora almeno metà settimana vivremo su, nell'alto Appennino bolognese. Nelle montagne che amo da più di quindici anni. A pochi chilometri da Enzo Biagi.

Necrologio Enzo Biagi (@ Farnè)

Durante il suo funerale a Pianaccio la gente ha intonato Bella ciao. Quando l'ho letto ho sentito un brivido. Perché secondo me non c'entra il comunismo (cos'è?) o la Resistenza della Seconda Guerra mondiale. C'entra... la Resistenza di oggi ("Resistere, resistere, resistere!" - ricordate?). L'ho interpretato non come un canto ideologico, ma come un canto di chi si oppone (tutti diavoli?). A tante, tantissime cose che non vanno bene e che ci stanno schiacciando.
L'altra sera mio padre mi ha detto che dopo aver letto Rovina ha notato l'orrore dei condomini che stanno costruendo, e ha provato rabbia. E prima no? gli ho chiesto. No, prima accettavo con tristezza, guardavo ma non vedevo.
Con questo spirito di non accettazione dell'assurda vita di città, per quanto possibile visto che per mangiare servono soldi, è dunque arrivato il momento di non farsi derubare (del tutto) del proprio Tempo, della propria Salute, del proprio Benessere. Della propria Vita. Andando qui, in ritiro a costruirsi. Lontano dal ronzio. Lontano dallo smog. Verde dei boschi. Bianco della neve. Aria che profuma. Camino acceso. Silenzio interrotto solo dagli uccellini, di giorno, e dai rapaci, di notte. E poi stelle. Molte stelle, finalmente visibili, senza le luci delle città.

Valle del Dardagna e "Riva" fotografate dal Monte Belvedere - Foto di Peter
Valle del Dardagna e "Riva" dal Monte Belvedere (Bo)

La "Riva" vista da CĂ  Vighi - Foto di Peter
La "Riva" vista da Cà Vighi

Anche questa è politica.

Peter (Ps: WALDEN è vivo e lotta insieme a noi)

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mercoledì, 07 novembre 2007

Padre Pio ci visita porta a porta
Grazie al dono dell'ubiquità

Appadre Pio

Ministero e Ministro della Propaganda

E così una notte, autopressatomi col libro di Sergio Luzzatto che nemmen ho letto, mi sono domandato: chissà cosa ne pensa quella gran càrtola del Ministro della Propaganda approposito delle stimmate di Appadre Pio e della di Lui agiografia!
Afferro speranzoso il telecomando, la mano trema, premo il tasto 1 e in men che non si dica, grazie allo Stato italiano ch'è padre amorevole e padrone indulgente, Egli m'appare avvolto da una densa nuvola di profumo (all'inizio mi pare profumo di rose e mughetto, poi m'accorgo che è la salama da sugo e il cotechino di Carlo, che sto nel mentre digerendo ininterrottamente da giorni).
Comunque le vie del gentile sig. sono infinite. E' proprio incredibile che il Vespa Bruno discorra proprio di questa storia pesa, per giunta con dei regaz niente male, per non parlare poi di Piergiorgio Odifreddi, indiscutibilmente r
e della balotta sul suo trono. A buttarlo giù dal trono ci prova inutilmente un borioso frate che sotto al saio sicuramente non porta le mutande (tutti sappiamo perché). E se anche le porta sono sicuramente sporche.
Così la mamma del bambino che stava per morire racconta la storia del bambino che invece per fortuna, ci mancherebbe, non è morto perché gl'apparve Appadre Pio in una gragnuola di profumi di fiori. Aprendo e chiudendo la "manina destra" in quella della madre fresca di parrucchiera egli bimbo chiedeva cogli ultimi fiati di Appadre Pio. E così gl'apparve proprio (pesissimo!), e il fatto che il bimbo vivesse a San Giovanni Rotondo non deve portare a pensare niente. Anche se Piergiorgio, che è un gran spezzabolge, dice una storia tipo: strano che non gli sia apparso la dea Kalì. Non sarà mica che è tutta la vita che lo pressano col Forgione e alla fine si è autopressato?

La bomboniera che regalerò se mai mi sposerò (dai S., sposiamoci...)

Tutti urlano scaricatore! Ma si va a fondo questa sera sul fenomeno Appadre Pio. E anch'io posso annusare odore di limone, di violetta o di fragola, e non perché sia un collezionista di Arbre Magique, ma perché sono pazzo. Sì. Muahahah! 
Tutti possiamo sentire il Messori dire che Ciester Ton diceva che "il vero libero pensatore è il credente", a causa del limitante dogmatismo del non credente ("dogmatismo brevio", dice. Cagati addosso!). Per fortuna Piergiorgio gli risponde per le rime, dicendogli: merda vecchio ma che sbocciate tiri? Senex, sei veramente a pezzi, devi ripigliarti. E messori dice: serenase, gerontissimo. Te diffondi del gran scaricatore, il Sig. invece è per il... caricatore!
La tenzone è peserrima, perché va detto che Piergiorgio è solo e Messori e il Vespa hanno dalla loro Rispoli, che è stato sposato proprio d'Appadre Pio alle 5 d'un lieto mattino (sic); Ron, che perora la causa del benessere divino con la voce spezzata dagli psicofarmaci e senz'altro la uoma Pivetti, che ha pochi dubbi sulla limitatezza del metodo scientifico e su questo non manca di pressarci, anche se potrebbe brandarsela per un po'. Poiché è noto che il polleggio limita i problemi gastrointestinali e rassoda la pelle.
Dopo una lettera ricevuta da Messori dalla sua corrispondente "spastica" grazie a un miracoloso teletrasporto, evidente miracolo di Appadre Pio, s'arriva al punto. Storia malata, dice Piergiorgio, che tempo fa qui a Porta a Porta faceste una puntata sulla Marchi Wanna e dopo due giorni su Appadre Pio. La Wanna usa il sale e per questo è geppissima, e tutti le dicono: shame on you, uoma rubona! Appadre Pio invece fa i giochetti, si scortica con l'acido fenico, profuma, predice, cura come un re taumaturgo ma è un santo. Sì, storia pesa. Qualcosa non torna. E forse l'unica conclusione possibile è che c'è da cagare le lamette. Ame.

PS: ai blogger non bolognesi alcuni termini del sociolemma qui utilizzato (utilizzato per fini di studi linguistici finanzati dal M.I.T di Bastan) potrebbero risultare oscuri. L'autore se ne scusa, ma quando l'arte pesa spinge sulla pancia bisogna anche sapere lasciarsi andare e farla uscire così com'è.

Peter

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categoria:religione, delirium tremens, televisivo
venerdì, 26 ottobre 2007

Rovina - tutt'intorno e in libreria
Il ciclo del cemento visto/scritto da Simona Vinci

Non so voi che vivete sparsi in giro per l'Italia, ma qui in Emilia ho la sensazione che il sacco di Palermo sia stata roba da principianti, con quelle 4205 licenze concesse in 4 anni.
Sì perché basta guardarsi intorno, soprattutto nelle periferie e nelle campagne più oltre, e quello che si vede sono gru. Gru che spostano cemento da un punto all'altro di infiniti cantieri atti a erigere l'altra cosa che si vede oltre alle gru, cioè il loro prodotto finito, ovvero condominii tutti ugualmente e inspiegabilmente brutti, composti da miniappartamenti in cui potersi rifugiare alla sera dopo una dura giornata di lavoro e parecchi chilometri percorsi per spostarsi da casa al lavoro e dal lavoro a casa, con grande gioia dei petrolieri e degli Agnelli e almeno 39.000 morti all'anno solo in Italia per polveri sottili, senza contare i problemi respiratori di migliaia di bambini e adulti.
Ivan Illich nel breve saggio del 1984 Abitare (in Nello specchio del passato, Boroli editore) definisce questi quartieri, già negli anni '70, come "garage per il deposito notturno dei lavoratori". Lavoratori-consumatori che pare non abbiano alcuna intenzione di salvarsi, perché a salvarli ci penserà Miss Italia.

Così è successo che solamente nel 2006 in Italia siano state costruite 331.000 unità abitative (cfr. Rapporto Ecomafia 2007, Ed. Ambiente). Poco meno negli anni precedenti e poco di più, pare, nel 2007. C'è veramente bisogno di tutte queste case?
Chi ci guadagna? Tutti, tranne noi. Ci guadagnano sicuramente le mafie, che hanno in mano gran parte del cemento italiano. Mafie che non hanno più nemmeno bisogno di gesti eclatanti, almeno dopo aver fondato Forza Italia.

In genere funziona che destra e sinistra comunali sono saldamente unite in un fulgido orizzonte di interessi comuni che tanto bene muovono l'economia. Un punto aggiunto all'ultimo momento nell'ordine del giorno: riqualificazione area agricola, variazione d'uso, etc. Tutti d'accordo, riqualifichiamo, ora lì si può costruire. Di chi è il terreno? Incidentalmente del figlio di un assessore. O della moglie. O di amici prestanome. Chi costruirà? Amici, con o senza un bell'appalto truccato. Amici che non sono nemmeno più camorristi o mafiosi. Questo è il passato. Ora sono imprenditori. E hanno in mano il Parlamento.

Da questi temi prende le mosse il nuovo romanzo breve di Simona Vinci, intitolato Rovina (Ed. Ambiente, collana VerdeNero, 10 euro), in cui ognuno degli attori della vicenda dà la propria versione di un caso di speculazione edilizia finito male. Riuscito tentativo di cercare di sensibilizzare l'opinione pubblica attraverso la bellezza propria della letteratura.

Simona Vinci - Rovina

Perché senza bellezza non potrà mai esserci giustizia, di questo sono convinto. E se ci si fa derubare della bellezza senza opporre nulla si finisce esattamente nel modo in cui stiamo finendo. Orizzonti di cemento che cambiano il cervello. Lo mutano, c'è poco da fare. I pensieri si fanno brevi. E i ragionamenti sono incanalati, dritti verso l'ovvio e l'innocuità nei confronti del potere. Proprio come in una eterna autostrada. New jersey a sinistra. Una rete a destra. E l'obbligo di guida eterna con lo sguardo ben diritto, senza variazioni né distrazioni dalla strada, da quell'asfalto con righe geometricamente ossessive.
Ma vivere così è tutt'altro che innocuo, e infatti stiamo trovando sempre nuovi modi per morire. Sia un cantiere, un'auto, un tumore o un infarto poco cambia. La qualità della vita ha poco o nulla a che fare col cosiddetto sviluppo.

E' da alcuni anni che il mio sguardo, mentre guido nella solita campagna, si sofferma su tutta questa bruttezza, condominii e sempre nuove strade che dividono e pongono ostacoli alla vita, invece di facilitarla. La malinconia e la rabbia che provo da tempo... le ho ritrovate in Simona.
E' per questo che su sua idea è nato da poco un umile tentativo di cambiare qualcosa, questa volta in rete. Si chiama

Osservatorio Walden

e si tratta di un gruppo di persone che ha deciso di muoversi secondo il sensato principio che per migliorare le cose bisogna partire dal proprio orticello.
Chiunque può partecipare, perché quel gruppo spera di allargarsi presto. Basta armarsi di macchina fotografica digitale e possibilmente anche di parole. Avete la nausea per ciò che vedete? E' più che sufficiente. Diventerà innanzitutto un post. Scrivete a:

osservatoriowalden [at] gmail.com

Quasi duemila anni fa l'imperatore filosofo Marco Aurelio scrisse: Il modo migliore di vendicarsi è quello di non adeguarsi.
E' davvero sufficiente Mediaset per dimenticarlo?

Peter

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categoria:segnalazioni, politica, letteratura, mafia, dossier, societĂ 
mercoledì, 24 ottobre 2007

Sport e doping
Intervista (definitiva) a un ex ciclista

Un paio di anni fa parlammo di questo argomento con un ex ciclista, che per alcuni motivi qui rimarrà anonimo. Nel mentre nulla è cambiato. Il buon lettore tenga presente che nel calcio è ancor peggio. E che impiegare il proprio tempo vitale per occuparsi di questi poveretti gestiti da mentecatti è da considerarsi come un danno a se stessi, al genere umano e ai classici.

“Il corridore sa che accanto al letto, nella camera dove dormono in due, c’è sempre una cyclette. Nella notte il corridore che ha preso l’Epo porta necessariamente un cardiofrequenzimetro al polso oppure attorno al torace, perché di notte, mentre dorme e non fa attività, il cuore rallenta. Se però i battiti sono troppo pochi, manca l’ossigenazione. E allora il cardiofrequenzimetro emette un segnale acustico di allarme, il corridore salta sulla cyclette mettendosi a pedalare. Con lo sforzo, il cuore pompa di più, e in questo modo consente l’ossigenazione del sangue…
Il campioncino, stanco del duro allenamento, si addormentò e non sentì il segnale acustico. Aveva ormai meno di venti battiti al minuto. Meno male che il compagno di camera, vedendo che l’amico non si alzava, intervenne secondo le istruzioni: gli praticò la rianimazione cardiopolmonare, la cosiddetta respirazione bocca a bocca, e poi appena l’amico si riebbe lo mise di peso sulla cyclette avviandogli la pedalata. Altrimenti sarebbe morto.”
L’ex direttore sportivo conclude: “Il gregario ebbe un premio dalla società ciclistica perché aveva salvato una vita, ma più che altro perché aveva evitato un grosso scandalo.”
Questa è una testimonianza raccolta nel libro Generazione Epo, di Renzo Bardelli (edizione Edifir).

Il ciclista in allenamento

Caro Ex Ciclista, è proprio così?
Purtroppo sì. Negli anni novanta, quando la Federazione non aveva ancora fissato nessun limite al tasso di ematocrito, i corridori raggiungevano valori del sangue altissimi di ematocrito (55-60%) rischiando la vita, perché il tuo sangue, a 60, è simile alla marmellata. Rischi infarto, ictus, trombosi…

Innanzitutto, in due parole, puoi spiegare cos’è l’ematocrito e l’Epo?
L’ematocrito e la parte corpuscolare del sangue, formata dai globuli rossi, trasportatori di ossigeno per l’intero organismo. Il valore del 50% sta a significare che il tuo sangue é formato per il 50% da parte corpuscolare e per il restante 50% da plasma. L’Epo è un ormone, secreto dal midollo spinale, che stimola la produzione di globuli rossi da parte dei reni. Più Epo produci e più globuli rossi hai. Più ossigeno trasportato ai muscoli hai, più l’ematocrito è alto e maggiore è l’aumento delle prestazioni.

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categoria:interviste, scienza, dossier, societĂ 
giovedì, 18 ottobre 2007

Partendo dal silenzio
Un appunto sillogistico

Valli - Foto di Peter

Questo secondo elogio del silenzio prende spunto da una pagina (p. 407) de La fine è il mio inizio di Tiziano e Folco Terzani, che in questo giorni ho riaperto.
Folco racconta brevemente della sua esperienza con Madre Teresa (ch'egli stima, al contrario di me) e ne riporta il pensiero, che è questo:

il SILENZIO porta alla PREGHIERA;
la PREGHIERA alla FEDE;
la FEDE all'AMORE;
l'AMORE all'AZIONE.

Io non posso che pensarla diversamente, ma non poi così tanto, a ben guardare. Così, secondo me:

il SILENZIO porta alla COSCIENZA;
la COSCIENZA alla CONOSCENZA;
la CONOSCENZA all'AMORE;
l'AMORE all'AZIONE;
l'AZIONE alla BELLEZZA;
la BELLEZZA all'ARMONIA.

Quindi il silenzio è armonia, cioè concordanza di suoni (o elementi diversi...). Ed è conversazione, comunicazione, dunque costruzione di senso.

Peter

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categoria:fotografie, pensiero
martedì, 16 ottobre 2007

Breve storia della merda

Di seguito viene pubblicato un approfondimento - per lettori attenti - su un argomento di pressante attualità: la merda. E' una libera analisi di un libro di Stefano Cagliano, e il tono è spesso divertito e ironico. Scrissi questa roba per un esame universitario un paio di anni fa (Sociologia della letteratura). Va detto che non è un trattatello esattamente accademico: so che per voi bloggers mediasettizzati questo può essere un forte incentivo alla lettura. Ergo, e per chi ne ha voglia, buona lettura.
Peter

Stefano Cagliano - L'impronunciabile bisogno

“Personalmente, ormai quando qualcuno m’apostrofa coll’irriguardoso nome del cilindro, non lo nascondo: provo un brivido d’orgoglio. << Ma dice sul serio? >>, osservo commosso. E sempre ringrazio, grato dell’apprezzamento.”
 
Così il medico e giornalista Stefano Cagliano conclude l’introduzione al suo libro intitolato L’impronunciabile bisogno (Raffaello Cortina Editore, 2002, pagg. 189).
L’impronunciabile bisogno, o il cilindro, o “un caleidoscopio in cui scorrono distanze culturali e abitudini alimentari, fatturato di lassativi e produzioni artistiche. Evoluzione biologica e progresso tecnologico”… è insomma Lei la protagonista del libro che qui tratteremo: la merda. Affrontata di petto in modo agile e con abbondanza di toni e di contenuti. Spesso in modo divertente, altre volte seriamente: perché se non la si rispetta, la merda può essere causa di “morti ed epidemie”.

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categoria:politica, letteratura, arte, scienza, dossier, historia, societĂ 
giovedì, 11 ottobre 2007

ISMI & ESIMI

Ogni -ismo ti dà qualcosa e ti toglie tutto il resto.

Peter

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categoria:così parlò peter
lunedì, 01 ottobre 2007

Reduce di guerra
Afghanistan

Pranzo di famiglia. C'è anche un trentenne che di mestiere fa il pilota di caccia. E' un ufficiale dell'Aeronautica, quella stessa accolita di supereroi che ha depistato e insabbiato il caso Ustica.
Dopo il pranzo, nel chiacchiericcio di tutti, si mette in un angolo e apre la sua valigetta per estrarre il computer. E' da poco tornato da una missione in Afghanistan lunga sette mesi. Un paio di anni fa è stato un anno intero in Iraq. Ancora prima è stato in Kosovo, in Libia, e poi in altri posti a fare delle cose che nessuno può sapere.
Di mestiere esegue gli ordini. Gli ordini sono di bombardare il punto segnalato nelle coordinate. Ribelli? Terroristi? Civili? Non importa. Esegui e basta.
Armeggia un po' nel portatile, in disparte. Potrà stare a casa in riposo fino a Natale. E' talmente bravo che volevano tenerlo là ancora un anno, ma lui ha detto no, grazie, vado un po' a casa mia. 
Poi c
hiude il computer. E sta lì. A parlare da solo.
E' un bel ragazzo il trentenne. E' sempre stato un tipo esuberante e sicuro di sé. Così mia madre va da sua madre. Non chiede nulla. Si siede di fianco a lei. La madre del pilota la guarda con uno sguardo che non è dato sapere.
"E' un reduce", dice. "Mio figlio è un reduce. Da quando è tornato... non è più lui. Fa cose che prima non faceva..."

Afghanistan - James Nachtwey
Fotografia di James Nachtwey

Nessuno sa cosa ha visto e vissuto. Ma forse è guarito, penso io. Ha capito, sebbene troppo tardi, cos'è la guerra. Che certamente la guerra non è un mirino da posizionare in un monitor mentre si fa roteare il culo a 10.000 metri di altezza, con l'adrenalina nel sangue e tanti soldi nel conto.
La guerra sono i civili che ammazzi per eseguire ordini di figli di troia messi lì da altri figli di troia, con nome e cognome. La guerra è anche la disperazione di chi amava quei corpi sbrindellati. La guerra è il gasdotto che deve passare dal tale punto per risparmiare. La guerra è la coltivazione d'oppio tanto utile per i fondi neri di cui la Cia ha bisogno, così che dall'invasione la produzione annua è aumentata a dismisura. La guerra è lo stabilimento Eni a due passi da Nassirya, coi carabinieri che capiscono solamente là il reale motivo della loro presenza, cioè difendere il petrolio. Prima non lo sapevano...
La guerra è anche questo trentenne colpevole della propria ignoranza, che ha pagato caro, sulla propria pelle, l'aver visto troppe volte da adolescente Top Gun.
Ma io non so cos'è la guerra. So però che sarei un disertore.

Peter
auspicando l'avvento di nuovi tabù

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categoria:personal, geopolitica
giovedì, 20 settembre 2007

Il linguaggio delle spirali
Suggestioni sparse sul Tutto

Guardare e non saper vedere. Come tentar di guarire? Per esempio con la felice unione di arte e scienza, come va ripetendo da anni il caro Odifreddi Piergiorgio.
Ossessionato dalla ricorsività di identiche forme naturali in scale e ambiti molto diversi, dopo aver guardato come tutti molti alberi son sobbalzato a fauci aperte nel vedere questa immagine:

Urs-P- Twellmann (serie "Kaleidoscope Bois")
Opera di Urs-P. Twellmann

Che come scrisse Galileo Galilei ne Il Saggiatore (1623): "La filosofia è scritta in questo grandissimo libro che continuamente ci sta aperto innanzi agli occhi (io dico l’universo), ma non si può intendere se prima non s'impara a intender la lingua, e conoscer i caratteri, ne' quali è scritto. Egli è scritto in lingua matematica, e i caratteri son triangoli, cerchi, ed altre figure geometriche, senza i quali mezi è impossibile a intenderne umanamente parola; senza questi è un aggirarsi vanamente per un oscuro laberinto."

Così ecco che, tagliato a fette e riposizionato con genio e visione, il tronco d'un albero mostra l'ennesima forma naturale strutturata a spirale logaritmica, ben celata dalla verticalità propria dei fusti.
Scoperta da Descartes, al contrario della spirale archimedea la spirale logaritmica ha i bracci che si distanziano fra loro in una progressione geometrica con angolo costante. L'esempio più noto è forse quello del Nautilus e di molte altre conchiglie di molluschi. Ma è la struttura anche di ragnatele, del volo dei falchi quando avvicinano la preda e della disposizione delle foglie sui rami di molte specie vegetali.
In ben altre scale di grandezza le spirali logaritmiche le troviamo nei cicloni e nelle galassie, con ogni braccio strutturato a spirale. Via Lattea - di cui facciamo parte - compresa.

Affascinante inoltre che la cosiddetta (aritmetica) successione di Fibonacci (1,1,2,3,5,8,13 etc, in cui il numero che segue è la somma dei due precedenti) sia riscontrabile nel numero di petali di molti fiori (le margherite hanno 34 o 55 petali), nei semi del girasole (disposti su più spirali), nelle pigne, nell'ananas (etc), nella struttura (8 tasti bianchi, 5 neri) e nelle note (13) del pianoforte, nella forma dei violini...

Il mistero si infittisce perché il rapporto tra un numero di Fibonacci e quello che segue (0.61803) più si va avanti nella successione e più si avvicina con precisione al reciproco della sezione aurea (1.61803).
Sezione aurea il cui rapporto costituisce il rettangolo aureo, rettangolo che è possibile costruire (geometricamente) oltre che con riga e compasso, su un foglio a quadretti usando la successione di Fibonacci. Se si disegna poi una spirale dal rettangolo più piccolo a quello più grande salta fuori una... spirale logaritmica. (Vedi)

Pare di trovarsi in un nastro di moebius in cui tutto torna e s'incastra alla perfezione. Ma questo è solo un post e qualsiasi conclusione è assolutamente superflua. In questo modo poi si evita di incorrere in errori aberranti, come attribuire a un qualche dio la perfezione della natura e del suo linguaggio.
Ma forse dio e natura sono solo sinonimi, e la limitatezza umana non riesce a farsene una ragione. Dunque essere atei significherebbe avere fede nelle leggi della natura...

Peter

AGGIORNAMENTO del 12 ottobre

E poi c'è questa:

Coda arrotolata di camaleonte
Coda di camaleonte

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categoria:scienza, linguaggio
mercoledì, 12 settembre 2007
Oltre il sipario
Romanzo di Juan Goytisolo
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Telon de boca – Trad. di Chiara Vighi
l’ancora del mediterraneo 2004, pagg. 107

Juan Goytisolo
Juan Goytisolo

“Non era un sogno la vita ma un’allucinazione, un’allucinazione che diventava sempre più consistente con l’accumularsi dell’esperienza e degli anni”. Anni che incominciano a pesare sulle spalle del protagonista. Da uomo a vecchio. Dove sta la linea? E cosa comporta, se esiste? Una cosa sicuramente: più passano gli anni e più aumenta la possibilità di sopravviverre alle persone che ami, dunque di vivere nelle sofferenza ed essere costretti a dover razionalizzare, per andare avanti.
Questa è una componente importante dell’intensissimo romanzo di Goytisolo, spagnolo antifranchista nato nel 1931. Il protagonista infatti, simbolo del genere umano in quanto Uomo Solo, è da poco diventato vedovo. La compagna di tutta una vita non c’è più e lui, che rimane, deve fare i conti, senza consolazioni e illusioni, con la propria esistenza.
“Al bambino che era si strinse il cuore e gli occhi si fecero umidi. Comprese di colpo cos’era la vita: una fossa o un buco famelico in cui sprofondava il ricordo.”
Il ricordo, che qui è sostanzialmente dolore, richiede così impoverimento: “Il suo passato era stato abolito: non era più lui, ma una pagina bianca.” E una pagina bianca può decidere cosa fare di sé. Può decidere se, una volta che il sipario è levato, affrontare la vertigine del vuoto oppure se restare in mezzo agli spettatori nella platea del teatro che è la vita.
Dopo aver viaggiato in lungo e in largo dentro se stesso, dopo aver intrapreso un allucinante dialogo con Dio/Mefisto (un dio creato “a colpi di speculazione e concili”, che porta il protagonista a pensare: “Forse i genocidi e le epidemie erano l’arma segreta del macchinista per camuffare le conseguenze della sua temerarietà creatrice”) egli capisce che non può raggiungere alcuna conclusione, e che non è “la somma dei suoi libri ma la loro differenza”, perché la scrittura “non traccia piste ma cancella impronte.”
Un centinaio di pagine scritte in sei anni. Il risultato spiega il perché di una gestazione così lunga. Ogni capitolo non è scritto, ma scalpellato. Ogni frase è essenziale. E noi, dopo essere stati risucchiati da questo potente libretto, capiamo perlomeno una cosa, che “c’è la bellezza occulta dietro al sipario”, ma prima di morire, prima che qualche simbolica divinità chiuda “la parentesi tra il nulla e il nulla”, viviamo, amiamo e soffriamo, in tutta la nostra adorabile imperfezione.
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Peter
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categoria:letteratura
martedì, 10 luglio 2007
Il vecchio delle lamière
Al Museo per la memoria di Ustica - Bologna
 
La verità è figlia del tempo.
Francesco Bacone
 
La conoscenza è potere.
Francesco Bacone
 
Questa sera è giovedì e il museo ogni giovedì chiude alle 22. Il vecchio è lì, come ogni giorno. Come ogni giorno si sveglia, mangia qualcosa, beve un caffè e va al Museo per la memoria di Ustica. Torna a casa per pranzare velocemente, e poi torna di nuovo qui, trascorrendo tutto il pomeriggio a guardare le persone che vanno a vedere il relitto Itavia del volo IH 870. I primi giorni, dopo anni di attesa, li ha passati a fissare i resti dell’aereo e a pensare a suo figlio morto nell’incidente. Ormai sono ventisette anni che ogni giorno ci pensa. Ora, poterlo fare con quella cosa davanti agli occhi, quella cosa che ha ospitato in cielo suo figlio e altre ottanta persone, gli dà un senso di parziale compimento. Ma non cancella la rabbia, né il dolore. Quel dolore che è cambiato nel corso del tempo. Ora è un sottofondo costante, un singhiozzo sommesso dentro lo stomaco. Prima era un urlo assordante. Senza fine.
            Insieme al relitto è arrivata una piccola porzione di verità. Una verità che sapevano tutti, ma che nessuno, lassù – o laggiù – nelle stanze delle Istituzioni, aveva mai pronunciato. L’aereo è stato abbattuto nel corso di un combattimento aereo, dice l’ultima sentenza. Grazie, dice lui insieme agli altri famigliari delle vittime.
            Una delle cose più strazianti, pensa per l’ennesima volta il vecchio, è vedere il relitto e sapere che quella carcassa immobile potrebbe essere la soluzione di tutto. Ma il relitto non può parlare, è un corpo muto. È come un cadavere, che prima di essere cadavere era una persona, una persona massacrata a morte ma senza ferite utili per l’autopsia, una persona che ha visto il suo assassino e non può farne un identikit. Ma gli occhi non sono fotografie, non sono nemmeno macchine fotografiche. Sono solo un obiettivo. Un 50 millimetri di lenti trasparenti e inutili, senza il corpo macchina. E lui è lì a guardare quella cosa che non è più un aeroplano: è un testimone neutralizzato che se potesse parlare direbbe tutto quello che è successo. Forse racconterebbe dei caccia fantasma americani, dei Mig libici, dei Phantom della Nato, dei Mirage francesi, e direbbe chi colpì il DC9 e come e perché, e spiegherebbe come mai molti pezzi dell’aereo sono stati fatti sparire dal fondo del mare. Racconterebbe di tutti i documenti relativi al traffico aereo di quel 27 giugno 1980 fatti sparire dai registri delle basi militari, fogli tagliati con una taglierina. Il vecchio si immagina l’uomo che l’ha fatto, e lo vede come un bambino che di nascosto ruba una banconota da 5 euro dal portafoglio della sua mamma.
            Racconterebbe, infine, di come gli infiniti depistaggi siano stati spesso maldestri e nonostante questo non si riesca ancora ad avere un porcodidio di nome. E di come sia possibile che l’Aeronautica militare, evidentemente più interessata all’Atlantico che alla popolazione italiana che la finanzia, sia talmente incancrenita e abbia un potere tale da riuscire a non essere penetrata in alcun modo dalla magistratura. Due stati, uno dentro l’altro. Il nascosto che mangia come un parassita il visibile, cioè noi, ingrassandosi all’ombra di molti alberi, uno dei quali si chiamava P2 e che adesso, se ha un nome, il vecchio non lo conosce.
            Ma chi lo sa cosa hanno da raccontare veramente questi pezzi di lamiera assemblati su una struttura di metallo a forma di areoplano? Lui la guarda, quella cosa imponente e definitiva, e gli sembra di sentire distintamente le urla di panico, subito seguite da qualcosa di impenetrabile e incomprensibile, che è il silenzio. Non un silenzio buono, in cui puoi rilassarti, pensare, trovare te stesso. No, è un silenzio sbagliato, politico, che reitera quotidianamente la morte di quelle ottantuno persone. E pensa intanto che anche Christian Boltanski, per cui nutre non solo stima, ma vero e proprio affetto anche se non l’ha mai conosciuto di persona, deve aver percepito le cose che sente lui guardando quelle lamiere e quegli oggetti, ora chiusi in grandi scatole nere che contengono anche il corredo da barba del figlio. Prova affetto perché sente che suo figlio sarebbe contento di un museo del genere, se potesse essere un visitatore come quel gruppo di cinque persone, all’incirca sui trent’anni, che stanno entrando adesso allontanandosi gli uni dagli altri, forse perché la sacralità della morte è una questione solitaria.
            Questa sera è giovedì e il museo ogni giovedì chiude alle 22. Sono quasi le 21 di uno dei primi giorni di luglio, Bologna è calda, e ci sono una ventina di persone, dentro al capannone che protegge il relitto fra sussurri provenienti da dietro ottantuno specchi neri. Fuori c’è ancora luce, la si vede filtrare, nonostante i finestroni oscurati. E si vedono ancora meglio le ottantuno lampadine appese alle travi del soffitto, sempre accese, prima deboli, poi più intense, poi di nuovo deboli. Grandi lampadine rotonde che illuminano le lamiere alternativamente, all’unisono, ma mai spente, così deve aver pensato Boltanski. La memoria non può spegnersi. Non deve. E forse queste cose le pensano anche le persone che sono qui, che camminano e guardano con serietà e concentrazione, a volte commosse.
            Il vecchio vede uno di quei ragazzi appena entrati, dall’altra parte della grande sala, scrivere su un taccuino appoggiandosi alla ringhiera. Lo vede riporre taccuino e penna nei pantaloni, per continuare il giro intorno al relitto. Con passi molto lenti il ragazzo arriva vicino al vecchio. I due si ritrovano a fissarsi negli occhi, uno di fronte all’altro. Forse il vecchio vede nel suo sguardo qualcosa, e senza pensarci lo saluta, dicendogli buonasera con gli occhi tristi e stanchi fermi in quelli del trentenne, le sopracciglia alzate e il mento basso, vicino al petto, come se si vergognasse di qualcosa. Il ragazzo, un po’ stupito, si ferma per un lungo secondo e non sa fare altro che sorridergli con un sorriso triste, stanco e sincero, come se pensasse di aver capito chi è quel vecchio e cosa fa lì. Come se sapesse che non c’è soluzione tranne quella, perché forse il vecchio semplicemente osserva le persone osservare il relitto dentro al quale è morto suo figlio insieme ad altre ottanta persone, e vedere le reazioni partecipi di questi estranei lo fa sentire un po’ meno solo, chiudendogli, anche se solo parzialmente, quell’abisso che gli si è aperto nella pancia e nella testa subito dopo l’abisso in cui è caduto l’aereo, che ora pare indossi una pelle di leopardo fatta di spazi vuoti e lamiere contorte.
            Il ragazzo prosegue il giro, e ogni tanto si volta per guardare il vecchio. Lo vede fermo, accostato al muro in modo da non intralciare le persone che gli passano davanti. Persone che il vecchio guarda, sembra riempirsene, ma senza salutarle. Il ragazzo, ora, forse si domanda perché abbia salutato proprio lui, ma è una domanda alla quale non sa rispondere. Quel ragazzo che, nel suo taccuino, questa sera ha scritto: “La cosa più straziante è vedere il relitto e sapere che quella carcassa immobile potrebbe essere la soluzione di tutto. Ma il relitto non può parlare, è un corpo muto. È come un cadavere, che prima di essere cadavere era una persona, una persona massacrata a morte ma senza ferite utili per l’autopsia, una persona che ha visto il suo assassino e non può farne un identikit.”
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Peter
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categoria:misteri italiani



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