Il viaggiatore notturno
Romanzo di Maurizio Maggiani

Maurizio Maggiani
C’è l’uomo. C’è la natura. E c’è l’uomo nella natura, con tutto il suo bagaglio. Con tutto il suo fardello, a complicare le cose. Da questa semplice ma grande complicazione viene la necessità di semplicità. E di bellezza. E la semplice bellezza è la chiave che apre il meccanismo di questo romanzo. Lo apre. Ma anche lo compone. È un anelito, nell’esistenza. Mentre in questo romanzo, paradossalmente, è reale. Mentre leggi dici: eccola. Non ne parla solamente il libro… è il libro (Feltrinelli 2005, 194 pagg).

C’è un uomo che studia le rondini. Si trova nelle montagne dell’Algeria. Sta aspettando la pioggia. Perché la pioggia, dopo anni che non compare, porta vita e rondini. E intanto quest’uomo ricorda. Ricorda di quando viaggiò per i Balcani con un camionista armeno che tutti vorremmo come guida. Anzi: come maestro. Si chiama Zingirian, ed è “un pezzo grosso del commercio mondiale”, col suo camion scassato pieno di prodotti americani da vendere perlopiù a dignitosi poveracci. Ricorda suo padre Dinetto, che costruiva gabbie per uccellini. Gabbie che si accatastavano, una sopra all’altra. Belle, complesse, e sempre vuote. Perché erano idee. Non oggetti. Ricorda di quando andò in Bosnia per studiare gli orsi. Gli orsi che migravano per scappare dalla guerra. Ricorda la guerra e di come ha dimenticato per un po’ gli orsi per aiutare gli uomini. Per aiutare gli uomini a sappellire altri uomini, a Tuzla, scoprendo che “non ci sono sopravvissuti a una guerra, solo resti viventi”. Ricorda, poi, un grande amore. Una donna, chiamata la Perfetta, che tutti hanno sempre visto camminare, a migliaia di chilometri di distanza. Ricorda di quando ha sentito il suo odore e di quanto era bella. E di come l’ha amata pur non avendole mai rivolto una parola.
Ricorda tante cose, e le racconta a un capo tagil, di notte. Mentre aspettano le rondini. Mentre il capo tagil fa il pane per tutti. Perché sembra che fra poco finalmente pioverà, nel mistico e incredibile deserto algerino. Gli racconta tante storie e ne ascolta altrettante. Un po’ come faceva il poeta dimah Tighrizt, vecchio e scherzato da tutti. Ma che quando incominciava a parlare, anche se tutti sapevano che erano solo storie, lo ascoltavano in religioso silenzio.
Le storie si accavallano. Il tono è sommesso, estremamente poetico ma per nulla ridondante. Tutto è limpido e intenso. Si racconta tanto, in queste duecento pagine e si dicono anche cose importanti. Ma come se fossero scritte (dette) sottovoce. Come una storia raccontata per farsi compagnia, in una notte insonne fra due persone che sono fra altri che intanto dormono. E alla fine scopri che raccontarsi le cose a vicenda salva la vita. Come in un racconto di Jack London…
La comunicazione è uno dei fattori che rende l’uomo ciò che è, nella sua accezione migliore, certo. Ed è come se nella vita fossimo tutti sperduti in una bufera di neve. E se non ci fosse nessuno con cui parlare per far passare la notte moriremmo assiderati. Addormentandoci. Assiderati di nulla. Se invece riusciremo a passare la notte vivi… ricorderemo sempre. Ricorderemo anche quella forma di amore. E coglieremo la bellezza utile. Non importa che sia tutto vero. Perché forse non è l’autenticità di una storia a salvarti. Ma la storia stessa - e il senso.
Peter



































