Shoah. Memoria. Rimozione.
Stati di negazione, passati e presenti

Stanley Cohen
Ogni giorno dovrebbe essere Giornata della Memoria e festa di qualsiasi cosa. Così, uno degli elementi che hanno reso possibile l'attuazione e soprattutto il perdurare dell'Olocausto è stato l'indifferenza, o meglio: la rimozione, processo psicologico molto complesso, soprattutto se su scala ampia. Primo Levi cita un vecchio adagio tedesco, vero in particolare per gli ebrei tedeschi: <<Le cose la cui esistenza non è moralmente possibile non possono esistere.>> E così: via libera.
Esiste un grandissimo libro sulla psicologia del "chiudere gli occhi/guardare altrove" (RIP Federigo Tozzi), vista da ogni punto di vista, sia personale che comunitario, psicologico, politico, sociale, storico. Si intitola Stati di negazione - la rimozione del dolore nella società contemporanea (ed. Carocci 2002), è del professor Stanley Cohen, ed è un libro la cui lettura presuppone per sempre, nel lettore, un prima e un dopo.

Prendiamo un episodio emblematico a caso: Jan Karski è un giovane emissario polacco che è entrato in possesso di importantissimi documenti che provano l'esistenza dei campi di sterminio. Fornisce tutte le informazioni possibili a quasi tutti i grandi capi di stato occidentali, e quando arriva di fronte al giudice Felix Frankfurter questi, benché molti lì intorno gli garantissero la veridicità di ciò che Karski andava dicendo, disse: "Non ho detto che questo giovanotto sta mentendo. Non mi permetterei. Ho detto che non posso credergli. C'è differenza."
Ottimo e tragico esempio di disgiunzione fra sapere e credere, si differenzia molto dalle scelte sostanzialmente politiche che invece fecero, per esempio, gli Alleati (che non bombardarono Auschwitz come invece gli ebrei chiedevano a gran voce, perché avrebbe significato: bombardiamo il campo di concentramento perché sappiamo che esiste, ma non vogliamo saperlo. Così i bombardamenti si fermarono a circa 5 km dal campo), il Vaticano (che motivò l'assenza di una denuncia del genocidio in corso sostenendo che sarebbe stato controproducente per gli stessi ebrei - eh?!) e la Croce Rossa Internazionale (che non prese posizione, similmente al Vaticano, per evitare "rappresaglie" ai danni degli abrei - eh?!).
Al di là di questi giochi politici la situazione - dal basso - era comunque allarmante. Cohen scrive: "E' abbastanza probabile che molti tedeschi pensassero che gli ebrei non erano più vivi, ma non necessariamente credessero che fossero morti. Questo è il tipo di logica incoerenza accettata in tempo di guerra che rispecchia la disintegrazione della razionalità." Su questo Cohen cita un libro che cerco disperatamente da tempo: In the Shadow of Death: Living Outside the Gates of Mauthausen, di Gordon J. Horwitz, che tratta i meccanismi di rimozione delle piccole comunità nei pressi di Mauthausen. Pubblicato in Italia ma fuori stampa, a quanto so.
La conclusione, lapidaria, a Zygmunt Bauman (Modernità e Olocausto): "La distruzione di massa non fu accompagnata dal fragore delle emozioni, ma dal silenzio mortale del disinteresse."
Come adesso in Darfur e in gran parte dell'Africa, per esempio. Domanda: l'obiettivo è imparare qualcosa dal passato (nonostante il nostro sistema economico), o sono io stronzo? Il riconoscimento è un valore fondamentale, che consente di pensare, provare emozioni, e dunque di agire. In qualsiasi modo. Perché in fondo il tema dominante del libro è questo: gli ostacoli (complessi) tra INFORMAZIONE e AZIONE. E questo è un argomento valido sempre, anche in tempo di "pace".
Peter

categoria:pensiero, historia, informazione, genocidi





