À propos de Facebook
Facebook è un gioco di prestigio, un geniale e perfetto paradosso. E' una piattaforma sociale che per sua natura è anticomunicativa. Magia. E' la comunicazione nella logica dei cibi pronti nel reparto surgelati al supermercato. Non ha l'ampio respiro del blog (usato bene) e ancor meno, figuriamoci, di una cena fra amici, preferibilmente ubriachi. Non consente né di sviluppare né di articolare un pensiero, un discorso, qualsiasi cosa che abbia senso. E' tutto pronto, senza sapore, odore, suono, tatto. Basta un click per diventare amici (con persone che se non vedi o senti da anni ci sarà un motivo no?), per spedire un regalo, par fare tanti bei giochini, per invitare in un "gruppo" (che bello, far parte di un gruppo!) e, cosa malata in modo sommo, per appoggiare una causa. Vuoi salvare Saviano dalla camorra? Appoggia la causa di Saviano... E' una meraviglia. Il cuore è sgravato dall'angoscia di non essere abbastanza impegnati. Il cuore è cullato nell'illusione che il nulla sia in realtà qualcosa.
Sul Domenicale de Il Sole 24 Ore di domenica 9 novembre c'è un articolo di Andrea Bajani a proposito di Facebook. Dopo averne scritto con un intelligente sguardo da antropologo della rete, cita in maniera perfettamente opportuna Michel Foucault quando in Sorvegliare e punire parla del Panopticon di Jeremy Bentham (1748-1842):
<<Ogni giorno, anche il sindaco passa per la strada di cui è responsabile; si ferma davanti a ogni casa; fa mettere tutti gli abitanti davanti alle finestre. Ciascuno chiuso nella sua gabbia, ciascuno alla sua finestra, rispondendo al proprio nome, mostrandosi quando glielo si chiede. Questa sorveglianza si basa su un sistema di registrazione permanente>>. All'inizio della "serrata" viene stabilito il ruolo di tutti gi abitanti presenti nella città, uno per uno; vi si riporta <<il nome, l'età, il sesso, senza eccezione di condizione>>. E' un sistema, dice Foucault, che ha un effetto sicuro: <<indurre nel detenuto uno stato cosciente di visibilità che assicura il funzionamento automatico del potere perché l'essenziale è che egli sappia di essere osservato>>.
La metafora del casinò è calzante, secondo me: il banco vince sempre. Perché è di questo che parliamo. E allora per non perdere, forse, bisogna aver la forza, la volontà, di sottrarsi al gioco, di non entrare nel casinò. Decidere che ok, grazie mille, davvero, ma preferirei di no. Devo leggere Seneca. Devo andare a fare una passeggiata. Devo parlare. Devo vivere con... senso.
Un gioco che il "potere" ha approntato per tutti noi, funzionalmente alla sua natura di controllore, di untore, di allevatore di consumatori: abbassare il livello culturale, cognitivo, di pensiero, di concentrazione, di coscienza delle cose (complicate) che ci stanno intorno. Forse allora è meglio comprarsi un coltello Opinel e intagliarselo nel legno, da soli, il proprio gioco. E poi impegnarsi per condividerlo alzandosi dalla propria scrivania.
Sì, Facebook è un gioco di prestigio, come la ghigliottina del mago. Solo che la testa te la taglia veramente, e senza che tu te ne accorga. Sembra uno scherzo, tipo la fiala che quando la rompi puzza di uovo marcio, ma è uno scherzo fallato. Nella fiala c'è un virus. E la platea, quando la tua testa cade nel cesto, non può sentire l'odore del sangue, non può esserne macchiata, non può fare "ooooooh!". Perché sei solo, non c'è nessuno lì con te. Gli altri sono tutti a giocare, a collezionare amici e a combattere la fame nel mondo. Con un click. Felicemente autoschedati.
Peter
PS: se si decide di affrontare la Questione Facebook in maniera seria e completa è necessario confrontarsi anche con questo post del collega Archicatto.

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