La Testa di Neve
Inverno 2105. Fra disabitate montagne.
Ho fatto una Testa di Neve. Non so chi sia, né come si chiami, ma le voglio già bene. Mi ci sono impegnato. Avevo le mani gelate ma volevo finirla, fare un buon lavoro. È calva, bianca, ha il cranio leggermente a pera, un gran nasone, occhi infossati ma vispi e un largo profondo sorriso. Ricomincia a nevicare forte.
Dopo un’ora di Bufera la Neve che le si è depositata sopra l’ha trasformata secondo il suo gusto e il suo volere. E qui la regola è che il volere della Bufera di Neve è l’unico volere in grado di potere. A me non resta che guardarla, mentre tutto, a perdita d’occhio, viene percosso dal Vento e la Neve cade, si insinua e rimodella la Testa e il Mondo.
Ora la Testa di Neve ha gli occhi tristi e quasi chiusi. La bocca è contratta in una smorfia di dolore. Ha il volto di un uomo che sta per morire.
Dopo due ore di Bufera la Testa di Neve è un ricordo. È affogata, morta e sepolta dalla stessa crudele materia di cui era fatta. Me la immagino, là sotto: attonita, braccata, in un inesorabile e gelido nulla. Mentre questo orrore bianco continua.
La Testa di Neve, da questo momento, esiste solo in queste parole. E queste parole esisteranno solo mentre le scrivo, perché qui non c’è più nessuno che può dare loro la vita leggendole.
Ecco, ho finito. Già non esistono più. Già non esiste più niente di quanto ho scritto finora. Primo, perché come dicevo sono solo. Secondo, perché ho scritto per muovermi, per sopravvivere a questo freddo. Con un ramo. Sulla Neve.






