The Village
Un film squisitamente politico sulla natura del potere
Ho visto Lady in the water, di M. Night Shyamalan. Uno dei film più retorici e brutti, insieme a The Majestic, della mia esperienza di individuo. Per recuperare e controbilanciare, rispolvero questa recensione del suo film precedente, che invece è un capolavoro.

Regia di M. Night Shyamalan, USA 2004, 107 min.
La vita nel villaggio procede felice. Una specie di limbo terrorizzato dall’ignoto che sa tanto di lobotomia di massa. Il villaggio è delimitato dal bosco e nessuno può oltreppassare il confine, perché oltre ci sono le Creature Innominabili (simboli forse di tutto ciò che è altro, e che, molto modernamente, ci obbliga a capire, confrontarci, affrontare il perturbante impossibile da rimuovere). Gli anziani del villaggio sono come capi di Stato e come tali fanno leva sulla paura per preservare l’ordine sociale e il proprio obiettivo di un’esistenza isolata, monadica, sicura, priva di dolore. Anche se in questo caso è a “fin di bene” e frutto di dolore, i capi fondano il loro progetto sulla menzogna. Ma l’isolamento non può durare per sempre. E sarà proprio il dolore e la forza dell’amore a spingere la ragazza cieca (Bryce Dallas Howard) ad affrontare e superare i propri limiti. È ancora l’amore segreto del fondatore del villaggio Edward Walker (William Hurt) per la madre (Sigurney Weaver) di Lucius morente (Joaquin Phoenix) a spingerlo fuori dalle regole e permettere alla figlia cieca promessa sposa del moribondo di andare nella più vicina città per procurarsi le medicine necessarie. L’amore e la conoscenza sembrano quindi essere le uniche soluzioni per “salvarsi”. L’amore e la conoscenza, che tanto poco spazio e rilevanza hanno nel nostro mondo.
Ogni personaggio principale è un’allegoria all’interno di un film che è totalmente allegorico. Come se ogni epoca buia partorisse la sua Divina Commedia…
La regia è originale, gelida, virtuosa, come nella scena dell’accoltellamento del giovane Lucius da parte del matto del villaggio (Adrien “Pianista” Brody), in cui un silenzio totale è accompagnamento dell’aberrazione che ha portato a quel gesto.
“Nulla è in grado di suscitare azioni e reazioni frenetiche, sregolate e turbolente come la paura dello smantellamento dell’ordine che è veicolata dall’immagine del «vischioso». (…) La «paura del vischioso», sedimentata dagli individui senza potere, è sempre un’arma allettante da aggiungere all’arsenale di coloro che hanno sete di potere. Alcuni di questi provengono dalle stesse file degli impauriti e possono tentare di usare l’accumulo di paura e di collera per scalare le mura del ghetto assediato; possono tentare cioè di condensare il rancore diffuso dei deboli guidandolo all’assalto degli ancor più deboli stranieri: in questo modo adoperano la paura e la rabbia come ingredienti per cementare il loro potere personale – un potere assolutamente tirannico e intollerante – e allo stesso tempo gridano ai quattro venti di voler difendere i deboli dall’oppressore”.
Zygmunt Bauman, La società dell’incertezza (pag. 72) Il Mulino, 1999.
Viviamo tutti nello stesso Villaggio. E non abbiamo ancora imparato a deviare dai soliti percorsi e a camminare nel bosco.
Peter
categoria:politica, cinema, pensiero













