giovedì, 29 novembre 2007

The Village
Un film squisitamente politico sulla natura del potere

Ho visto Lady in the water, di M. Night Shyamalan. Uno dei film più retorici e brutti, insieme a The Majestic, della mia esperienza di individuo. Per recuperare e controbilanciare, rispolvero questa recensione del suo film precedente, che invece è un capolavoro.

The Village (di M. Night Shyamalan)

Regia di M. Night Shyamalan, USA 2004, 107 min.

La vita nel villaggio procede felice. Una specie di limbo terrorizzato dall’ignoto che sa tanto di lobotomia di massa. Il villaggio è delimitato dal bosco e nessuno può oltreppassare il confine, perché oltre ci sono le Creature Innominabili (simboli forse di tutto ciò che è altro, e che, molto modernamente, ci obbliga a capire, confrontarci, affrontare il perturbante impossibile da rimuovere). Gli anziani del villaggio sono come capi di Stato e come tali fanno leva sulla paura per preservare l’ordine sociale e il proprio obiettivo di un’esistenza isolata, monadica, sicura, priva di dolore. Anche se in questo caso è a “fin di bene” e frutto di dolore, i capi fondano il loro progetto sulla menzogna. Ma l’isolamento non può durare per sempre. E sarà proprio il dolore e la forza dell’amore a spingere la ragazza cieca (Bryce Dallas Howard) ad affrontare e superare i propri limiti. È ancora l’amore segreto del fondatore del villaggio Edward Walker (William Hurt) per la madre (Sigurney Weaver) di Lucius morente (Joaquin Phoenix) a spingerlo fuori dalle regole e permettere alla figlia cieca promessa sposa del moribondo di andare nella più vicina città per procurarsi le medicine necessarie. L’amore e la conoscenza sembrano quindi essere le uniche soluzioni per “salvarsi”. L’amore e la conoscenza, che tanto poco spazio e rilevanza hanno nel nostro mondo.
Ogni personaggio principale è un’allegoria all’interno di un film che è totalmente allegorico. Come se ogni epoca buia partorisse la sua Divina Commedia…
La regia è originale, gelida, virtuosa, come nella scena dell’accoltellamento del giovane Lucius da parte del matto del villaggio (Adrien “Pianista” Brody), in cui un silenzio totale è accompagnamento dell’aberrazione che ha portato a quel gesto.

Nulla è in grado di suscitare azioni e reazioni frenetiche, sregolate e turbolente come la paura dello smantellamento dell’ordine che è veicolata dall’immagine del «vischioso». (…) La «paura del vischioso», sedimentata dagli individui senza potere, è sempre un’arma allettante da aggiungere all’arsenale di coloro che hanno sete di potere. Alcuni di questi provengono dalle stesse file degli impauriti e possono tentare di usare l’accumulo di paura e di collera per scalare le mura del ghetto assediato; possono tentare cioè di condensare il rancore diffuso dei deboli guidandolo all’assalto degli ancor più deboli stranieri: in questo modo adoperano la paura e la rabbia come ingredienti per cementare il loro potere personale – un potere assolutamente tirannico e intollerante – e allo stesso tempo gridano ai quattro venti di voler difendere i deboli dall’oppressore”.
Zygmunt Bauman, La società dell’incertezza (pag. 72) Il Mulino, 1999.

Viviamo tutti nello stesso Villaggio. E non abbiamo ancora imparato a deviare dai soliti percorsi e a camminare nel bosco.

Peter

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martedì, 17 aprile 2007

In cucina con Ugo Tognazzi   
La vita e il cibo come antidoto al potere

Mentre nel mondo ci si ammazza isolatamente o con stragi, mi sono letto L'abbuffone (1974) di Ugo Tognazzi (1922-1990), gustosissimo ricettario che è anche autobiografia, perché siamo anche quel che mangiamo e quel che ricordiamo di aver mangiato. E se mangiamo merda, cosa potremo essere mai? Lo diceva anche Pasolini, col film Salò o le 120 giornate di Sodoma (1975), che sembra proseguire estremisticamente quel capolavoro assoluto che è La grande abbuffata (1973), di Marco Ferreri (l'ultima sezione del libro di Tognazzi è dedicata alle ricette del film, con alcune pagine introduttive che sono imperdibili). 

Ugo Tognazzi
Ugo Tognazzi

Ingordigia, golosità: parole sciocche, dettate dalla morale corrente punitiva e masochista. Ognuno è libero di fare la sua scelta, anche di morire gonfio di foie gras o stremato dagli amplessi. Disoccultiamo queste due sane, grandi e materialistiche passioni, per troppo tempo tenute nel ghetto della peccaminosità. Riesumiamo quella morale epicurea della gioia, della vita, che fece grande la romanità e il Rinascimento; riavviciniamoci con partecipazione al flusso ininterrotto e secolare della bava, dello sperma e della merda; recuperiamo, nel caso del cibo in particolare, una dimensione che si sta sempre più disfacendo, assediata com'è dalle schiere dei liofilizzati, dei surgelati, degli inscatolati.
Una volta c'era una nonna, una mamma, una campagna, un orto.
Ricreiamoli. Dipende da noi.

Ugo Tognazzi, L'abbuffone (Avagliano Editore, 12 euro)

Lo trovo un brano meravigliosamente politico. Rivoluzionario, nella sua (apparente) semplicità (e visto come ci siamo ridotti). Un vero e proprio programma. Che "dipende da noi" realizzare.

Peter

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venerdì, 30 marzo 2007

L'albero della vita
Dedicato

Primo appuntamento.
Lui (entusiasta): Ti va di andare a fare un bel giro all'Ikea? Eh?! C'è anche il ristorante, dentro! E mobili con nomi ve-ra-men-te spassosi! Io e i miei amici passiamo intieri sabati là dentro a ridere come matti!
Lei (cercando di controllarsi): Ma, non so. Non mi piacciono molto quei posti. Troppa confusione. E un certo grado di squallore...
Lui (non domo): Ah. Mh. Allora che ne dici di andare a vedere Bologna-Rimini? Sarà una grande partita!
Lei (attonita): Veramente... il calcio non mi interessa.
Lui (sperduto): Un gelato alla baracchina della zia Tonina?
Lei (afflitta e definitivamente pentita): Ma è marzo, ci sono 4 gradi...
Lui (posseduto improvvisamente dagli spiriti di Georg Trakl e Gottfried Benn): Allora andiamo a fotografare cimiteri.
Lei (incredula e quasi commossa): Ecco. Già va meglio. Andiamo.

Così (mi hanno detto) andarono a fotografare cimiteri. Si ritrovarono fra sperdute montagne, in un piccolissimo cimitero quasi sempre in ombra, nel mezzo di un grande bosco, vicino a un torrente. Con macchie bianche di neve vecchia e l'aria profumata della neve che sarebbe caduta abbondantemente di lì a poco. E vagando con grazia fra antiche storie sepolte di persone sconosciute scattarono una foto simile a questa:

Tomba fiorita

Una foto semplice, che però trovo splendida. Però? Perché ho scritto però? La più grande bellezza possibile forse sta proprio nella semplicità.
Una tomba di uno sconosciuto. Si chiamava Sante. Non so nient'altro. So però che la sua morte (di vecchiaia?) ha consentito a una pianta di vivere e fiorire.
Questo mi fa venire in mente un bellissimo film, uscito da poco. Si intitola L'albero della vita (The Fountain), ed è diretto da Darren Aronofsky, regista che adoro. Un film che è limpida espressione dell'Occidente, lo stesso Occidente che causa morte e dolore senza troppi problemi, ma che rimuove la morte dei propri abitanti come fosse una maledizione eterna. Si accettano cure che spesso peggiorano la qualità della poca vita che rimane. Ci si accanisce. E poi si muore in ospedale, soli. E si piange per la morte del nonno novantenne. Si fanno, insomma, un sacco di cose stupide. Totalmente contronatura. E io penso che la Natura dovrebbe tornare a essere il metro di giudizio di ogni cosa. E in Natura, se ci sono troppi animali in un determinato habitat, un po' di quegli animali muoiono di fame (ugualmente a ciò che accade fra gli umani, ma altrove, sempre altrove, lontano da noi) e torna l'equilibrio (tranne che fra gli umani), e le specie possono vivere e prosperare. La morte insomma, in Natura, è vita, semplicemente (Tiziano Terzani, uno a caso, ha cercato di raccontarcelo nei suoi ultimi due libri). Come una pianta di fiori di San Giuseppe che cresce e fiorisce rigogliosa su una tomba. Che è una cosa splendida, a ben guardare. Ed è sicuramente splendida la persona che ha pensato di piantarla nella terra in cui, poco sotto, è sepolto Sante. Fonte di nuove forme di vita. Parte del tutto.
Questo fotogramma, tratto dal film, è una delle immagini più rappresentative che ho mai visto in vita mia riguardo all'abbandono - alla vita? all'amore? alla terra/cosmo? al tutto? non importa. Ma ogni tanto ognuno di noi dovrebbe avere la fortuna di potersi inarcare così:

Un fotogramma del film "L'albero della vita", di Darren Aronofsky

Cosa che forse non fece mai Carlo Michelstaedter, un altro "rimosso".

Carlo Michelstaedter

Carlo scrisse una poesia che a leggerla adesso sembra quasi una cantilena ipnotica di un film horror. Mette i brividi. Perché è semplice. Disperata. Ossessiva.

Vita, morte,
la vita nella morte;
morte, vita,
la morte nella vita.

Noi col filo
col filo della vita
nostra sorte
filammo a questa morte.

E più forte
è il sogno della vita -
se la morte
a vivere ci aita

ma la vita
la vita non è vita
se la morte
la morte è nella vita

e la morte
morte non è finita
se più forte
per lei vive la vita.

Ma se vita
sarà la nostra morte
nella vita
viviam solo la morte

morte, vita,
la morte nella vita;
vita, morte,
la vita nella morte.

Carlo Michelstaedter, Il canto delle crisalidi
Poesie, ed. Adelphi 1987

La scrisse nel novembre del 1909. Dopo poco meno di un anno si sarebbe sparato in testa, a soli 23 anni, non prima di aver finito di compilare le note critiche della propria tesi di laurea, uno dei libri più importanti del Novecento italiano, che si intitola La persuasione e la rettorica.
Col gioco dei "se": se avesse visto quella tomba fiorita... avrebbe mai scritto questa poesia? Il film di Aronofsky in fondo cerca di fare la pace con questi versi. Di conciliarci con l'ineluttabile, che in quanto tale non può essere sbagliato. Di lenire il michelstaedter che è in ognuno di noi, che non si persuade. Trasmettendocene un po', di quella strana pace che dovrebbe essere norma. Come in un silenzioso cimitero di montagna. Con vecchi, grandi e scuri alberi, e uccelli che cantano forte sui rami, invisibili, nell'ora che precede il buio. E due nuovi sorrisi, nel mondo.

Peter

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mercoledì, 22 novembre 2006

Robert Altman
1925-2006

Robert Altman

"La politica non è come il cinema, spesso vincono i cattivi."

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lunedì, 06 novembre 2006

Itaglia faccista
Tra Bocca e Miyazaki

Giorgio Bocca

Ieri sera Giorgio Bocca ha detto a Che tempo che fa (in televisione!) una grande verità. La maggioranza degli italiani è di fatto fascista, o ha una mentalità riconducibile al fascismo.
La mia è una famiglia di partigiani e donne che facevano la staffetta nascondendo pistole nelle ceste di frutta. E se noi siamo qui a farci le pippe a vicenda è soprattutto grazie a loro e a chi non si è fatto e non si fa comprare (al contrario di Pansa).
Un lievissimo omaggio a Bocca e ai miei vecchi che da quando son nato mi raccontano storie di guerra, usando uno dei capolavori di Hayao Miyazaki, regista di cui sono ormai schiavo intossicato.
Il film è Porco Rosso (1992), è ambientato nel nord Italia e nell'Adriatico ai tempi del fascismo (anni '30). Il protagonista ricalca la figura del Barone Rosso, famoso pilota d'aerei, e ha la faccia da maiale a causa di una maledizione (in ogni film di Miyazaki c'è una maledizione da riscattare).
Scambio di battute tra l'amico, pilota dell'esercito, Ferrarin e Marco-Porco Rosso, cacciatore di taglie nel cielo, fuorilegge e ricercato.

"Rientra nell'aviazione, Marco. Potrei ancora farti reintegrare."
"Meglio maiale che fascista."

Porco Rosso - di Hayao Miyazaki (1992)

Peter (ricordo anche il bel post che fece Acsel tempo fa)

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giovedì, 10 agosto 2006

Takeshi Kitano & Dio

Takeshi Kitano è uno dei più grandi registi della storia. Lo so io e lo sapete voi, e se non lo sapete guardatevi tutti i suoi film. Dipinge bene (v. i quadri di Hana-Bi), recita, fa tv, e scrive, anche. Nel suo ultimo scarsissimo - benché antireligioso - romanzo pubblicato in Italia, Nascita di un guru, per bocca di uno dei personaggi si esprime in maniera condivisibile riguardo a dio. A volte basta una frase per ripagare almeno parzialmente il lettore insoddisfatto (io). E voi siete fortunati ("grazie Peter"), potete evitarvi di leggere il libro e prendere solo il meglio, cioè questo, che sta a pagina 192:

Dio non rientra nella sfera della conoscenza umana. Non esiste un dio che possa essere concepito, sarebbe necessariamente un dio mediocre. Chiunque si vanti di potersi avvicinare a dio, è vittima dell'inganno di dio, anzi del proprio orgoglio.

Takeshi Kitano, Nascita di un guru (Mondadori Strade Blu 2006, pp. 200, 15 euro)

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lunedì, 17 ottobre 2005

Benigni e la rivoluzione (linguistica)

Nel suo commovente film La tigre e la neve, Roberto Benigni affronta in modo apparentemente semplice ed estremamente efficace il discorso avanzato da Daniele in queste non-pagine. A modo suo Benigni risponde. In modo breve e superficiale qui ripropongo la questione.
Il succo del discorso è che belle parole (parole, intendo io, dette con "amore" - universale - e soprattutto con onestà) non possono che portare cose belle. E che per trovare le parole giuste bisogna cercarle, con determinazione e volontà.
Non ci sono parole più belle di altre. Per esempio, 'libertà' ha la stessa spessore che può avere 'tazza', solo che pubblicitari e capi di stato 'tazza' non ce l'hanno ancora spossessata e svuotata come hanno fatto con la parola 'libertà'.
Emerge la grande importanza dell'ascolto, e della capacità di guadagnarselo. Il personaggio che Benigni interpreta racconta alle proprie figlie - riuscendo a coinvolgerle completamente - che quando era piccolo gli si posò sulla spalla un uccellino e lui per non spaventarlo imitò un albero. Provò emozioni sconvolgenti e andò da sua madre a raccontarle tutto. Lo fece però senza averci pensato prima, senza dare peso alle parole, con grande foga, caoticamente dunque in modo non comunicativo. La madre con un gesto liquidò la faccenda e tornò ai fatti suoi. Lui ci rimase molto male, e solo da grande capì che la colpa fu sua, per non averle raccontato quel che gli era accaduto come si deve: con le parole giuste, i tempi giusti e la magia che, come scrive Pavel Florenskij, le parole hanno e sanno trasmettere.
Siamo edifici fatti di parole... e se ci tolgono le parole, se lo permettiamo, collasseremo su noi stessi. Ora a voi, dalla teoria alla pratica.

Con una coda solenne del sempiternamente onestissimo Charles Bukowski, intitolata Verità (altra parola violentata e abusata):

la poesia prudente
e gli uomini
prudenti
durano
solo lo stretto
necessario
per morire
tranquilli.

Peter

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categoria:cinema, pensiero
venerdì, 07 ottobre 2005

Bambini bosniaci

Alle due e mezza di notte, pochi giorni fa, mi imbatto per caso su RaiDue in Non è finita la pace, cioè la guerra, breve documentario del 1997 di Gianni Amelio, girato fra le macerie abitate di Sarajevo.
Un documentario a "grado zero", dove non si sentono fare le domande e dove la telecamera sta sempre fissa, immobile, sulla metà superiore dei bambini di volta in volta intervistati.
Definirli bambini è improprio. Hanno negli occhi una tale sofferenza e dalle loro parole emerge una tale saggezza che è più giusto definirli "uomini con non molti anni". Essi parlano e parlano... persi nei loro ricordi impropri per qualsiasi infanzia.
Una bambina cicciotta che vorrebbe essere spensierata racconta la storia di una bambino al quale uccidono la madre a pochi metri, sparandole. Poi, davanti ai suoi amici, i soldati cetnici lo obbligano a stuprarla, a stuprare il cadavere di sua madre. Infine gli sparano in fronte, per fortuna.
Tutto questo è accaduto a pochi chilometri dal nostro Mediaset world, pochi anni fa.

Dai racconti dei bambini si scorgono tracce che riguardano anche noi italiani. Le loro parole sottotitolate sono tracce, e per definire ciò che in italiano è chiamata granata dicono 'granata'. Per dire bombe dicono 'bombe'. Lo stesso vale per camion ('kamion') e per genocidio ('genocid'), ma sono molti gli esempi che possono lusingare i nostri amanti della patria. Dunque non esportiamo solo armi, ma anche parole esiziali.
E alcuni di noi si lamentano perché l'inglese ci sta colonizzando con innocue parole appartenenti alla sfera della tecnologia...

La rivoluzione del linguaggio parte anche da qui.

Peter

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categoria:cinema, geopolitica
lunedì, 03 ottobre 2005

Oltre la Casta, verso...

Ieri sono stato a vedere Viva Zapatero di Sabrina Guzzanti. Lo consiglio a tutti soprattutto per una parte che da sola vale il biglietto, questa...
Nel 2003 al capogruppo DS Violante scappò di bocca alla Camera, nel rispondere alle accuse di voler "espropriare'' il magnate di Arcore col pretesto del conflitto di interessi, che già nel '94 la Quercia dette assicurazioni a Berlusconi che le sue reti tv non sarebbero state toccate: "Lui sa per certo - disse infatti Violante in aula riferito a Berlusconi - che gli è stata data la garanzia piena - non adesso, nel 1994 quando ci fu il cambio del governo (il governo "tecnico'' di Dini, ndr) - che non sarebbero state toccate le televisioni. Lo sa lui e lo sa l'onorevole Letta...durante i governi di centro-sinistra il fatturato di Mediaset è aumentato di 25 volte."
Negli anni successivi, nonostante le favorevolissime condizioni politiche, il "centro-sinistra'' non fece nulla per limitare il potere di Berlusconi, e anzi permise che crescesse fino alle spropositate dimensioni attuali, come Violante ha imprudentemente rivelato.

Goldstein

Grazie Goldstein. Facciamo brevemente il punto della situazione.
L'altra sera su canal Jimmy hanno trasmesso Bollito misto con mostarda di Daniele Luttazzi (comico per comico...). L'ho già visto a teatro e ho letto il libro, ma dopo questa tua mail mi è venuto da fare due più due. Facciamolo insieme (tutti). Magari sono completamente fuori strada (lo vorrei tanto).
Luttazzi infatti, dati alla mano, ha descritto come in almeno due occasioni la sinistra (DS e Margherita) si è alzata ed è uscita dall'aula invece di votare contro l'approvazione di leggi che favorivano smaccatamente Berlusconi, poi approvate grazie proprio a questi gesti apparentemente insensati.
Mi scappa proprio da teorizzare, scusate: qui siamo oltre quella che Travaglio chiama Casta (Destra e Sinistra unite amichevolmente quando si tratta di preservare i propri privilegi). Qui... siamo nella merda. Perché sembra che ciò che abbiamo visto in questo decennio sia uno spettacolo eseguito da attori professionisti. Attori che hanno una unica, forse collettiva, ma molto potente regia (regia régia...).
Difficile stabilire chi ci sia di mezzo oltre i volti noti. Di certo la Sinistra non ha fatto ciò che doveva fare contro Berlusconi e a favore di se stessa (apparentemente) e del Paese (evidentemente). Pagati? Tutti suoi "dipendenti" in accordo con lui? Suoi, o Berlusconi è la potente facciata di qualcosa di ancora più grande?
Forse non lo sapremo mai, ma come Ustica, Ilaria Alpi e la strage di Bologna... forse un giorno sapremo lo stesso. Ufficiosamente.
Intanto, ognuno solo nella sua stanzetta, pensi a un modo di mandarli a casa tutti, tanto per non rischiare che queste teorie siano del tutto vere...

Peter

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categoria:politica, cinema
venerdì, 17 giugno 2005

L'industria culturale (etc.)

Wiesengrund Adorno (1903-1969), Max Horkheimer (1895-1973), Herbert Marcuse (1898-1979) - della cosiddetta "Scuola di Francoforte" - sono convinti che la società capitalistica costituisca una totalità tecnologica che manipoli le coscienze degli individui e ne abolisca ogni spirito critico al fine del proprio mantenimento, basato esclusivamente su interessi economici e di potere.
E' il fenomeno dell'industria culturale. Essa trasforma i consumatori in <<materiale statistico>>, i cui gusti sono già previsti e indirizzati dal sistema. L'effetto finale è quello di un totale azzeramento del gusto, dello spirito critico e della capacità di immaginazione in tutte le fasce di pubblico. Il cinema rappresenta lo strumento con cui il potere "vieta" l'attività mentale o intellettuale dello spettatore, grazie al susseguirsi veloce degli avvenimenti che appaiono sullo schermo.

Tramite la dimensione estetica della vita gli uomini sono in grado di entrare in contatto con i fantasmi della mente e le pulsioni addomesticate dalla civiltà; in un certo senso l'industria culturale attinge alle pulsioni represse della storia. Il valore fondamentale attorno a cui ruota il nuovo immaginario industriale è la felicità, simboleggiata dall'happy end, che garantisce al protagonista, e al suo doppio lettore-spettatore, di non venire sacrificato alle forze negative ed esorcizza il male.
L'ideologia dell'industria culturale è l'ideologia della felicità.

Brani tratti da G. Baroni - A. Rondini, L'Orlando comprato, ed. SEI (1998)

Ovvero: come emanciparsi.
Mi sembrano brani di una semplicità e di una verità sconvolgenti, soprattutto in questi anni in cui di Marcuse, di De André, di Pasolini, di Gadda non ce ne sono, e se anche ci sono... Vespa ha la voce più potente (non adatta per il vaffanculo, però).

Peter

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categoria:musica, politica, cinema, letteratura, arte, società
venerdì, 03 giugno 2005

Berlinguer ti voglio bene

Noi siamo quella razza che non sta troppo bene,
che 'l giorno salta 'fossi e la sera le cene.
Lo posso gridar forte, fino a diventar fioco:
noi siamo quella razza che tromba tanto poco.
Noi siamo quella razza che al cinema s'intasa
per veder donne ignude e farsi seghe a casa.
Eppure la natura ci insegna, sia sui monti sia a valle,
che si può nascere bruchi per diventar farfalle.
Ecco noi siamo quella razza che l'è tra le più strane,
che bruchi siamo nati e bruchi si rimane.
Quella razza siamo noi, è inutile far finta,
ci ha trombato la miseria
e siamo rimasti in cinta.

Roberto Benigni

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categoria:politica, cinema
martedì, 15 febbraio 2005

Tardi, molto tardi...

Torni a casa storto da una serata impegnativa e non puoi esimerti, chimicamente, prima di svenire sul letto, di passare dal frigo e organizzare il solito solingo pasto delle quattro e zero zero a. meridian.
Per dare il ritmo alla mandibola accendi la tv, in cucina. Sei indeciso fra un torneo di
curling fra culone trasmesso gentilmente da Sport Italia oppure un film di Gigi e Andrea su Italia 7 di cui ignori e continuerai a ignorare il titolo sempiternamente.
Dopo attenta valutazione, pur riservandoti il diritto costituzionale dello zapping a tradimento, decidi di seguire le avventure di Gigi e Andrea che vagano per Bologna, come postmoderni cowboys, in cerca di materiale umano con cui copulare.
Sono ragazzi pieni d'iniziativa e di verve, non c'è dubbio. E il film è talmente brutto, grezzo e stupido che è bello e ti appassiona - anche se ogni tanto cedi e fai un salto su Sport Italia per vedere le culone scivolare sul ghiaccio con inutile grazia.
Finisce che il sempre baffuto Gigi si apparta al piano superiore con una ragazza che in faccia non si guarda due volte, ma che in compenso, da un punto di vista fisico, è sicuramente una conquista da aggiungere, immagino per lui, al proprio curriculum, e Andrea che sveste impacciato una Gegia in buona forma (ellittica) per nulla restia a mostrare il proprio seno, tanto che senti anche un brividino dentro...
Il filone di pane con cui hai accompagnato l'assunzione orale di pecorino e salsiccia appassita è ahinoi terminato. Sono ormai le cinque e zero zero, ma non pensavi che il meglio della serata dovesse ancora arrivare. Invece è proprio così. Nei titoli di coda del film una canzone si spande innegabilmente, mentre l'autoriale fermo immagine della torre degli Asinelli e della Garisenda onora la grassa città. Questa canzone, con genio inaspettato e con le giuste scelte melodiche, declama:

Viva le donne che son come l'acqua santa
Quando le tocchi il miracolo non manca...

E' tempo di dormorire.

Peter

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venerdì, 10 dicembre 2004
La bellissima recensione di Peter del film "La morte corre sul fiume" mi dà lo spunto per una riflessione:
la bambina si butta tra le braccia della donna che la accoglie e piangendo le comunica di essere stata con molti uomini. La donna con dolcezza le carezza la testa e le dice: "Tu hai cercato l’amore nell’unico modo che conoscevi".

Bellissima scena; e profondissimo significato. La comprensione, la tolleranza, la dolcezza nel capire che a volte le persone si comportano in un certo modo perchè hanno un background di un certo tipo, la pietà in alcuni casi....

Forse è giunto il momento di chinare la testa e di riflettere.
Troppo spesso giudichiamo senza sapere.
Troppo spesso additiamo persone cercando colpe che forse sono nostre.
Troppo spesso si ignora che la vita è un po' complessa e non tutto si risolve con un operazione 1+1=2.

Questo non vuole dire essere giustificazionisti; vuole dire solamente capire. Vuole dire avere cuore palle coraggio cervello per arrivare in personal alla vera soluzione della vita. Vuol dire avere l'umiltà di chinare il capo. Anche solo per un momento. Chinare il capo sempre più spesso per non guardare più dall'alto al basso.

Vostro Acsel
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categoria:cinema, pensiero
martedì, 16 novembre 2004

Provocatoriamente

D: Perchè non ti piacciono le donne?
R: Non mi fido di una cosa che sanguina per 5 giorni e poi non muore...

Mister X






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categoria:cinema, delirium tremens
lunedì, 08 novembre 2004

Siamo OnLine.

Dopo mesi di aberrante duro adeguato soddisfacente strapazzante scanzonato alacre intellettuale mefistofelico sardonico dolce spietato riluttante pensieroso bramoso entusiasta lavoro: siamo OnLine.

http://www.devilstrainers.com

Grazie a tutti.
Acsel




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categoria:viaggi, musica, cinema, letteratura, arte, pensiero, delirium tremens



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