L'albero della vita
Dedicato
Primo appuntamento.
Lui (entusiasta): Ti va di andare a fare un bel giro all'Ikea? Eh?! C'è anche il ristorante, dentro! E mobili con nomi ve-ra-men-te spassosi! Io e i miei amici passiamo intieri sabati là dentro a ridere come matti!
Lei (cercando di controllarsi): Ma, non so. Non mi piacciono molto quei posti. Troppa confusione. E un certo grado di squallore...
Lui (non domo): Ah. Mh. Allora che ne dici di andare a vedere Bologna-Rimini? Sarà una grande partita!
Lei (attonita): Veramente... il calcio non mi interessa.
Lui (sperduto): Un gelato alla baracchina della zia Tonina?
Lei (afflitta e definitivamente pentita): Ma è marzo, ci sono 4 gradi...
Lui (posseduto improvvisamente dagli spiriti di Georg Trakl e Gottfried Benn): Allora andiamo a fotografare cimiteri.
Lei (incredula e quasi commossa): Ecco. Già va meglio. Andiamo.
Così (mi hanno detto) andarono a fotografare cimiteri. Si ritrovarono fra sperdute montagne, in un piccolissimo cimitero quasi sempre in ombra, nel mezzo di un grande bosco, vicino a un torrente. Con macchie bianche di neve vecchia e l'aria profumata della neve che sarebbe caduta abbondantemente di lì a poco. E vagando con grazia fra antiche storie sepolte di persone sconosciute scattarono una foto simile a questa:

Una foto semplice, che però trovo splendida. Però? Perché ho scritto però? La più grande bellezza possibile forse sta proprio nella semplicità.
Una tomba di uno sconosciuto. Si chiamava Sante. Non so nient'altro. So però che la sua morte (di vecchiaia?) ha consentito a una pianta di vivere e fiorire.
Questo mi fa venire in mente un bellissimo film, uscito da poco. Si intitola L'albero della vita (The Fountain), ed è diretto da Darren Aronofsky, regista che adoro. Un film che è limpida espressione dell'Occidente, lo stesso Occidente che causa morte e dolore senza troppi problemi, ma che rimuove la morte dei propri abitanti come fosse una maledizione eterna. Si accettano cure che spesso peggiorano la qualità della poca vita che rimane. Ci si accanisce. E poi si muore in ospedale, soli. E si piange per la morte del nonno novantenne. Si fanno, insomma, un sacco di cose stupide. Totalmente contronatura. E io penso che la Natura dovrebbe tornare a essere il metro di giudizio di ogni cosa. E in Natura, se ci sono troppi animali in un determinato habitat, un po' di quegli animali muoiono di fame (ugualmente a ciò che accade fra gli umani, ma altrove, sempre altrove, lontano da noi) e torna l'equilibrio (tranne che fra gli umani), e le specie possono vivere e prosperare. La morte insomma, in Natura, è vita, semplicemente (Tiziano Terzani, uno a caso, ha cercato di raccontarcelo nei suoi ultimi due libri). Come una pianta di fiori di San Giuseppe che cresce e fiorisce rigogliosa su una tomba. Che è una cosa splendida, a ben guardare. Ed è sicuramente splendida la persona che ha pensato di piantarla nella terra in cui, poco sotto, è sepolto Sante. Fonte di nuove forme di vita. Parte del tutto.
Questo fotogramma, tratto dal film, è una delle immagini più rappresentative che ho mai visto in vita mia riguardo all'abbandono - alla vita? all'amore? alla terra/cosmo? al tutto? non importa. Ma ogni tanto ognuno di noi dovrebbe avere la fortuna di potersi inarcare così:

Cosa che forse non fece mai Carlo Michelstaedter, un altro "rimosso".

Carlo scrisse una poesia che a leggerla adesso sembra quasi una cantilena ipnotica di un film horror. Mette i brividi. Perché è semplice. Disperata. Ossessiva.
Vita, morte,
la vita nella morte;
morte, vita,
la morte nella vita.
Noi col filo
col filo della vita
nostra sorte
filammo a questa morte.
E più forte
è il sogno della vita -
se la morte
a vivere ci aita
ma la vita
la vita non è vita
se la morte
la morte è nella vita
e la morte
morte non è finita
se più forte
per lei vive la vita.
Ma se vita
sarà la nostra morte
nella vita
viviam solo la morte
morte, vita,
la morte nella vita;
vita, morte,
la vita nella morte.
Carlo Michelstaedter, Il canto delle crisalidi
Poesie, ed. Adelphi 1987
La scrisse nel novembre del 1909. Dopo poco meno di un anno si sarebbe sparato in testa, a soli 23 anni, non prima di aver finito di compilare le note critiche della propria tesi di laurea, uno dei libri più importanti del Novecento italiano, che si intitola La persuasione e la rettorica.
Col gioco dei "se": se avesse visto quella tomba fiorita... avrebbe mai scritto questa poesia? Il film di Aronofsky in fondo cerca di fare la pace con questi versi. Di conciliarci con l'ineluttabile, che in quanto tale non può essere sbagliato. Di lenire il michelstaedter che è in ognuno di noi, che non si persuade. Trasmettendocene un po', di quella strana pace che dovrebbe essere norma. Come in un silenzioso cimitero di montagna. Con vecchi, grandi e scuri alberi, e uccelli che cantano forte sui rami, invisibili, nell'ora che precede il buio. E due nuovi sorrisi, nel mondo.
Peter