venerdì, 26 ottobre 2007

Rovina - tutt'intorno e in libreria
Il ciclo del cemento visto/scritto da Simona Vinci

Non so voi che vivete sparsi in giro per l'Italia, ma qui in Emilia ho la sensazione che il sacco di Palermo sia stata roba da principianti, con quelle 4205 licenze concesse in 4 anni.
Sì perché basta guardarsi intorno, soprattutto nelle periferie e nelle campagne più oltre, e quello che si vede sono gru. Gru che spostano cemento da un punto all'altro di infiniti cantieri atti a erigere l'altra cosa che si vede oltre alle gru, cioè il loro prodotto finito, ovvero condominii tutti ugualmente e inspiegabilmente brutti, composti da miniappartamenti in cui potersi rifugiare alla sera dopo una dura giornata di lavoro e parecchi chilometri percorsi per spostarsi da casa al lavoro e dal lavoro a casa, con grande gioia dei petrolieri e degli Agnelli e almeno 39.000 morti all'anno solo in Italia per polveri sottili, senza contare i problemi respiratori di migliaia di bambini e adulti.
Ivan Illich nel breve saggio del 1984 Abitare (in Nello specchio del passato, Boroli editore) definisce questi quartieri, già negli anni '70, come "garage per il deposito notturno dei lavoratori". Lavoratori-consumatori che pare non abbiano alcuna intenzione di salvarsi, perché a salvarli ci penserà Miss Italia.

Così è successo che solamente nel 2006 in Italia siano state costruite 331.000 unità abitative (cfr. Rapporto Ecomafia 2007, Ed. Ambiente). Poco meno negli anni precedenti e poco di più, pare, nel 2007. C'è veramente bisogno di tutte queste case?
Chi ci guadagna? Tutti, tranne noi. Ci guadagnano sicuramente le mafie, che hanno in mano gran parte del cemento italiano. Mafie che non hanno più nemmeno bisogno di gesti eclatanti, almeno dopo aver fondato Forza Italia.

In genere funziona che destra e sinistra comunali sono saldamente unite in un fulgido orizzonte di interessi comuni che tanto bene muovono l'economia. Un punto aggiunto all'ultimo momento nell'ordine del giorno: riqualificazione area agricola, variazione d'uso, etc. Tutti d'accordo, riqualifichiamo, ora lì si può costruire. Di chi è il terreno? Incidentalmente del figlio di un assessore. O della moglie. O di amici prestanome. Chi costruirà? Amici, con o senza un bell'appalto truccato. Amici che non sono nemmeno più camorristi o mafiosi. Questo è il passato. Ora sono imprenditori. E hanno in mano il Parlamento.

Da questi temi prende le mosse il nuovo romanzo breve di Simona Vinci, intitolato Rovina (Ed. Ambiente, collana VerdeNero, 10 euro), in cui ognuno degli attori della vicenda dà la propria versione di un caso di speculazione edilizia finito male. Riuscito tentativo di cercare di sensibilizzare l'opinione pubblica attraverso la bellezza propria della letteratura.

Simona Vinci - Rovina

Perché senza bellezza non potrà mai esserci giustizia, di questo sono convinto. E se ci si fa derubare della bellezza senza opporre nulla si finisce esattamente nel modo in cui stiamo finendo. Orizzonti di cemento che cambiano il cervello. Lo mutano, c'è poco da fare. I pensieri si fanno brevi. E i ragionamenti sono incanalati, dritti verso l'ovvio e l'innocuità nei confronti del potere. Proprio come in una eterna autostrada. New jersey a sinistra. Una rete a destra. E l'obbligo di guida eterna con lo sguardo ben diritto, senza variazioni né distrazioni dalla strada, da quell'asfalto con righe geometricamente ossessive.
Ma vivere così è tutt'altro che innocuo, e infatti stiamo trovando sempre nuovi modi per morire. Sia un cantiere, un'auto, un tumore o un infarto poco cambia. La qualità della vita ha poco o nulla a che fare col cosiddetto sviluppo.

E' da alcuni anni che il mio sguardo, mentre guido nella solita campagna, si sofferma su tutta questa bruttezza, condominii e sempre nuove strade che dividono e pongono ostacoli alla vita, invece di facilitarla. La malinconia e la rabbia che provo da tempo... le ho ritrovate in Simona.
E' per questo che su sua idea è nato da poco un umile tentativo di cambiare qualcosa, questa volta in rete. Si chiama

Osservatorio Walden

e si tratta di un gruppo di persone che ha deciso di muoversi secondo il sensato principio che per migliorare le cose bisogna partire dal proprio orticello.
Chiunque può partecipare, perché quel gruppo spera di allargarsi presto. Basta armarsi di macchina fotografica digitale e possibilmente anche di parole. Avete la nausea per ciò che vedete? E' più che sufficiente. Diventerà innanzitutto un post. Scrivete a:

osservatoriowalden [at] gmail.com

Quasi duemila anni fa l'imperatore filosofo Marco Aurelio scrisse: Il modo migliore di vendicarsi è quello di non adeguarsi.
E' davvero sufficiente Mediaset per dimenticarlo?

Peter

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mercoledì, 24 ottobre 2007

Sport e doping
Intervista (definitiva) a un ex ciclista

Un paio di anni fa parlammo di questo argomento con un ex ciclista, che per alcuni motivi qui rimarrà anonimo. Nel mentre nulla è cambiato. Il buon lettore tenga presente che nel calcio è ancor peggio. E che impiegare il proprio tempo vitale per occuparsi di questi poveretti gestiti da mentecatti è da considerarsi come un danno a se stessi, al genere umano e ai classici.

“Il corridore sa che accanto al letto, nella camera dove dormono in due, c’è sempre una cyclette. Nella notte il corridore che ha preso l’Epo porta necessariamente un cardiofrequenzimetro al polso oppure attorno al torace, perché di notte, mentre dorme e non fa attività, il cuore rallenta. Se però i battiti sono troppo pochi, manca l’ossigenazione. E allora il cardiofrequenzimetro emette un segnale acustico di allarme, il corridore salta sulla cyclette mettendosi a pedalare. Con lo sforzo, il cuore pompa di più, e in questo modo consente l’ossigenazione del sangue…
Il campioncino, stanco del duro allenamento, si addormentò e non sentì il segnale acustico. Aveva ormai meno di venti battiti al minuto. Meno male che il compagno di camera, vedendo che l’amico non si alzava, intervenne secondo le istruzioni: gli praticò la rianimazione cardiopolmonare, la cosiddetta respirazione bocca a bocca, e poi appena l’amico si riebbe lo mise di peso sulla cyclette avviandogli la pedalata. Altrimenti sarebbe morto.”
L’ex direttore sportivo conclude: “Il gregario ebbe un premio dalla società ciclistica perché aveva salvato una vita, ma più che altro perché aveva evitato un grosso scandalo.”
Questa è una testimonianza raccolta nel libro Generazione Epo, di Renzo Bardelli (edizione Edifir).

Il ciclista in allenamento

Caro Ex Ciclista, è proprio così?
Purtroppo sì. Negli anni novanta, quando la Federazione non aveva ancora fissato nessun limite al tasso di ematocrito, i corridori raggiungevano valori del sangue altissimi di ematocrito (55-60%) rischiando la vita, perché il tuo sangue, a 60, è simile alla marmellata. Rischi infarto, ictus, trombosi…

Innanzitutto, in due parole, puoi spiegare cos’è l’ematocrito e l’Epo?
L’ematocrito e la parte corpuscolare del sangue, formata dai globuli rossi, trasportatori di ossigeno per l’intero organismo. Il valore del 50% sta a significare che il tuo sangue é formato per il 50% da parte corpuscolare e per il restante 50% da plasma. L’Epo è un ormone, secreto dal midollo spinale, che stimola la produzione di globuli rossi da parte dei reni. Più Epo produci e più globuli rossi hai. Più ossigeno trasportato ai muscoli hai, più l’ematocrito è alto e maggiore è l’aumento delle prestazioni.

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martedì, 16 ottobre 2007

Breve storia della merda

Di seguito viene pubblicato un approfondimento - per lettori attenti - su un argomento di pressante attualità: la merda. E' una libera analisi di un libro di Stefano Cagliano, e il tono è spesso divertito e ironico. Scrissi questa roba per un esame universitario un paio di anni fa (Sociologia della letteratura). Va detto che non è un trattatello esattamente accademico: so che per voi bloggers mediasettizzati questo può essere un forte incentivo alla lettura. Ergo, e per chi ne ha voglia, buona lettura.
Peter

Stefano Cagliano - L'impronunciabile bisogno

“Personalmente, ormai quando qualcuno m’apostrofa coll’irriguardoso nome del cilindro, non lo nascondo: provo un brivido d’orgoglio. << Ma dice sul serio? >>, osservo commosso. E sempre ringrazio, grato dell’apprezzamento.”
 
Così il medico e giornalista Stefano Cagliano conclude l’introduzione al suo libro intitolato L’impronunciabile bisogno (Raffaello Cortina Editore, 2002, pagg. 189).
L’impronunciabile bisogno, o il cilindro, o “un caleidoscopio in cui scorrono distanze culturali e abitudini alimentari, fatturato di lassativi e produzioni artistiche. Evoluzione biologica e progresso tecnologico”… è insomma Lei la protagonista del libro che qui tratteremo: la merda. Affrontata di petto in modo agile e con abbondanza di toni e di contenuti. Spesso in modo divertente, altre volte seriamente: perché se non la si rispetta, la merda può essere causa di “morti ed epidemie”.

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