lunedì, 04 febbraio 2008

Auschwitz e Birkenau (2ª parte)
Irrealtà e le anime

Appena entrato ad Auschwitz ho provato una sensazione strana difficile da focalizzare. Poi ho capito. Era senso di irrealtà. Perché Auschwitz non sembra ciò che è. Sembra, piuttosto, un campus universitario. Un villaggio agrituristico. Una colonia estiva dove puoi mandare i figli. Bei caseggiati, erba verde (che ai tempi veniva mangiata), pioppi, betulle. E tanti alberi al di là... delle torrette di guardia e del filo spinato elettrificato, che tante persone ha aiutato a salvarsi da quella vita, "andando al filo".

Auschwitz (foto di Peter)
Auschwitz

Auschwitz (foto di Peter)
Auschwitz

Ma vedere solamente Auschwitz non avrebbe alcun senso. Perché la vera percezione del fenomeno la si ha a Birkenau. Auschwitz è un campo tutto sommato piccolo e con gli edifici in muratura. Birkenau, invece, è sterminato (sì, le parole a volte possono avere un'etimologia feroce), 2 km e mezzo per 2. Ed è qui che l'aberrazione era totale e completa, con i forni crematori davvero "efficienti" e 25 gradi sotto zero in baracche di legno con ampie feritoie.

Birkenau (foto di Peter)
Birkenau

Qui il senso di irrealtà è, se possibile, ancora più forte. E ancora di più quando arriviamo in fondo al campo. Dove c'erano i 4 forni crematori. Cerco di immaginarmi quelle persone appena scese dal treno, con la SS che aveva indicato loro di andare di qua, e quelli più forti invece di là. Quelle persone arrivavano qui e aspettavano di fare una doccia. Si sedevano per terra, donne, bambini, vecchi, molto spesso incoscienti di quello che sarebbe accaduto. Ci sono foto, sembrano persone che fanno un picnic. Ed è qui che l'irrealtà è forte. Perché i forni crematori sono in mezzo a un bosco bellissimo.

Birkenau (foto di Peter)
Birkenau (crematorio 4)

Birkenau (foto di Peter)
Birkenau (crematorio 4)

Margherita, la nostra guida spesso commossa, dice che qui, in primavera, è meraviglioso. Lei ci viene a passeggiare da sola, e incontra lepri, daini, uccellini ovunque. Così pensa che quegli animali abbiano dentro le anime di tutte quelle persone (lo senti che ogni zolla del campo è insanguinata e ha memoria di un orrore). Anche io lo penso, anche se non credo nell'anima. Ma tutta quella fuliggine, tutta quella cenere, si è depositata a terra, ha nutrito gli alberi, le piante e l'erba di cui le bestie si sono nutrite. Mi guardo intorno, e penso che sì, tutta questa vita, in questo posto assurdo, è una meravigliosa vendetta.

Tutti i luoghi sono ormai transitabili, sono conosciuti, sono pieni di traffici, tenute assai ridenti hanno cancellato dalla nostra memoria deserti un tempo famosi, i campi coltivati hanno circoscritto le foreste, gli animali domestici hanno allontanato le fiere [...]. Ormai ne' le isole, ne' gli scogli incutono piu' timore; dovunque sorge una casa, dovunque vive un popolo, dovunque vi e' uno stato, dovunque c'e' vita.
Tertulliano - De Anima

(Vedi anche il bellissimo post di Simona - Qui la mia prima parte)

Peter

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giovedì, 31 gennaio 2008

Auschwitz e Birkenau (1ª parte)
Il treno della memoria: 25-30 gennaio 2008

Ho imparato molto in questi giorni. Ho imparato, anche, per esempio, che per avvicinarsi a ciò che è accaduto bisogna, in ultimo, guardare profondamente dentro se stessi. E capire che nessuno è immune dall'orrore. Che tutti hanno un angolino, dentro, che può farlo diventare un carnefice, una SS. Tutti, nessuno escluso. Ma poi c'è la possibilità di scegliere. Per sopravvivere, scegliere di essere Uomini che si rifiutano di farsi spossessare della propria Umanità, nella migliore accezione, nonostante tutto. Come dice Carlo. Come scrive Primo Levi in Se questo è un uomo.

Primo Levi
Primo Levi

Allora per la prima volta ci siamo accorti che la nostra lingua manca di parole per esprimere questa offesa, la demolizione di un uomo. In un attimo, con intuizione quasi profetica, la realtà ci si è rivelata: siamo arrivati al fondo. Più giù di così non si può andare: condizione umana più misera non c'è, e non è pensabile. Nulla più è nostro: ci hanno tolto gli abiti, le scarpe, anche i capelli; se parleremo, non ci ascolteranno, e se ci ascoltassero, non ci capirebbero. Ci toglieranno anche il nome: e se vorremo conservarlo, dovremo trovare in noi la forza di farlo, di fare sì che dietro al nome, qualcosa ancora di noi, di noi quali eravamo, rimanga.

Prima di riflettere sui carnefici, si empatizza con le vittime in modo emotivamente dirompente. A me non dispiace avere freddo, avere la pancia quasi vuota, la testa pesante, l'unghia dell'alluce destro che fa male e sta per staccarsi. Non mi dispiace nemmeno sentirmi stupido nel non fare nulla per risolvere questi problemi per sentirmi (stupidamente) più vicino a chi ha vissuto problemi simili, in maggior numero e amplificati. Amplificati... di quante volte? Un numero infinito. Cioè fino alla morte, nel cui istante il numero infinito scende fino allo zero. E' un tentativo che porta invariabilmente al fallimento, ma ci si prova, sapendo il possibile e immaginando l'impossibile. Senza questo tentativo forse ridicolo, come si può tentare anche lontanamente di capire?

Peter

postato da: DevilsTrainers alle ore 12:48 | Permalink | commenti (2)
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sabato, 10 marzo 2007

Shoah. Memoria. Rimozione.
Stati di negazione, passati e presenti

Stanley Cohen
Stanley Cohen

Ogni giorno dovrebbe essere Giornata della Memoria e festa di qualsiasi cosa. Così, uno degli elementi che hanno reso possibile l'attuazione e soprattutto il perdurare dell'Olocausto è stato l'indifferenza, o meglio: la rimozione, processo psicologico molto complesso, soprattutto se su scala ampia.  Primo Levi cita un vecchio adagio tedesco, vero in particolare per gli ebrei tedeschi: <<Le cose la cui esistenza non è moralmente possibile non possono esistere.>> E così: via libera.
Esiste un grandissimo libro sulla psicologia del "chiudere gli occhi/guardare altrove" (RIP Federigo Tozzi), vista da ogni punto di vista, sia personale che comunitario, psicologico, politico, sociale, storico. Si intitola Stati di negazione - la rimozione del dolore nella società contemporanea (ed. Carocci 2002), è del professor Stanley Cohen, ed è un libro la cui lettura presuppone per sempre, nel lettore, un prima e un dopo. 

Olocausto - Auschwitz Stanley Cohen - Stati di negazione in lingua originale

Prendiamo un episodio emblematico a caso: Jan Karski è un giovane emissario polacco che è entrato in possesso di importantissimi documenti che provano l'esistenza dei campi di sterminio. Fornisce tutte le informazioni possibili a quasi tutti i grandi capi di stato occidentali, e quando arriva di fronte al giudice Felix Frankfurter questi, benché molti lì intorno gli garantissero la veridicità di ciò che Karski andava dicendo, disse: "Non ho detto che questo giovanotto sta mentendo. Non mi permetterei. Ho detto che non posso credergli. C'è differenza."

Ottimo e tragico esempio di disgiunzione fra sapere e credere, si differenzia molto dalle scelte sostanzialmente politiche che invece fecero, per esempio, gli Alleati (che non bombardarono Auschwitz come invece gli ebrei chiedevano a gran voce, perché avrebbe significato: bombardiamo il campo di concentramento perché sappiamo che esiste, ma non vogliamo saperlo. Così i bombardamenti si fermarono a circa 5 km dal campo), il Vaticano (che motivò l'assenza di una denuncia del genocidio in corso sostenendo che sarebbe stato controproducente per gli stessi ebrei - eh?!) e la Croce Rossa Internazionale (che non prese posizione, similmente al Vaticano, per evitare "rappresaglie" ai danni degli abrei - eh?!).
Al di là di questi giochi politici la situazione - dal basso - era comunque allarmante. Cohen scrive: "E' abbastanza probabile che molti tedeschi pensassero che gli ebrei non erano più vivi, ma non necessariamente credessero che fossero morti. Questo è il tipo di logica incoerenza accettata in tempo di guerra che rispecchia la disintegrazione della razionalità." Su questo Cohen cita un libro che cerco disperatamente da tempo: In the Shadow of Death: Living Outside the Gates of Mauthausen, di Gordon J. Horwitz, che tratta i meccanismi di rimozione delle piccole comunità nei pressi di Mauthausen. Pubblicato in Italia ma fuori stampa, a quanto so.
La conclusione, lapidaria, a Zygmunt Bauman (Modernità e Olocausto): "La distruzione di massa non fu accompagnata dal fragore delle emozioni, ma dal silenzio mortale del disinteresse."
Come adesso in Darfur e in gran parte dell'Africa, per esempio. Domanda: l'obiettivo è imparare qualcosa dal passato (nonostante il nostro sistema economico), o sono io stronzo? Il riconoscimento è un valore fondamentale, che consente di pensare, provare emozioni, e dunque di agire. In qualsiasi modo. Perché in fondo il tema dominante del libro è questo: gli ostacoli (complessi) tra INFORMAZIONE e AZIONE. E questo è un argomento valido sempre, anche in tempo di "pace".

Peter

postato da: DevilsTrainers alle ore 19:44 | Permalink | commenti (23)
categoria:pensiero, historia, informazione, genocidi



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