martedì, 18 marzo 2008

Il viaggiatore notturno
Romanzo di Maurizio Maggiani

Maurizio Maggiani
Maurizio Maggiani

C’è l’uomo. C’è la natura. E c’è l’uomo nella natura, con tutto il suo bagaglio. Con tutto il suo fardello, a complicare le cose. Da questa semplice ma grande complicazione viene la necessità di semplicità. E di bellezza. E la semplice bellezza è la chiave che apre il meccanismo di questo romanzo. Lo apre. Ma anche lo compone. È un anelito, nell’esistenza. Mentre in questo romanzo, paradossalmente, è reale. Mentre leggi dici: eccola. Non ne parla solamente il libro… è il libro (Feltrinelli 2005, 194 pagg).

Il viaggiatore notturno

C’è un uomo che studia le rondini. Si trova nelle montagne dell’Algeria. Sta aspettando la pioggia. Perché la pioggia, dopo anni che non compare, porta vita e rondini. E intanto quest’uomo ricorda. Ricorda di quando viaggiò per i Balcani con un camionista armeno che tutti vorremmo come guida. Anzi: come maestro. Si chiama Zingirian, ed è “un pezzo grosso del commercio mondiale”, col suo camion scassato pieno di prodotti americani da vendere perlopiù a dignitosi poveracci. Ricorda suo padre Dinetto, che costruiva gabbie per uccellini. Gabbie che si accatastavano, una sopra all’altra. Belle, complesse, e sempre vuote. Perché erano idee. Non oggetti. Ricorda di quando andò in Bosnia per studiare gli orsi. Gli orsi che migravano per scappare dalla guerra. Ricorda la guerra e di come ha dimenticato per un po’ gli orsi per aiutare gli uomini. Per aiutare gli uomini a sappellire altri uomini, a Tuzla, scoprendo che “non ci sono sopravvissuti a una guerra, solo resti viventi”. Ricorda, poi, un grande amore. Una donna, chiamata la Perfetta, che tutti hanno sempre visto camminare, a migliaia di chilometri di distanza. Ricorda di quando ha sentito il suo odore e di quanto era bella. E di come l’ha amata pur non avendole mai rivolto una parola.
Ricorda tante cose, e le racconta a un capo tagil, di notte. Mentre aspettano le rondini. Mentre il capo tagil fa il pane per tutti. Perché sembra che fra poco finalmente pioverà, nel mistico e incredibile deserto algerino. Gli racconta tante storie e ne ascolta altrettante. Un po’ come faceva il poeta dimah Tighrizt, vecchio e scherzato da tutti. Ma che quando incominciava a parlare, anche se tutti sapevano che erano solo storie, lo ascoltavano in religioso silenzio.
Le storie si accavallano. Il tono è sommesso, estremamente poetico ma per nulla ridondante. Tutto è limpido e intenso. Si racconta tanto, in queste duecento pagine e si dicono anche cose importanti. Ma come se fossero scritte (dette) sottovoce. Come una storia raccontata per farsi compagnia, in una notte insonne fra due persone che sono fra altri che intanto dormono. E alla fine scopri che raccontarsi le cose a vicenda salva la vita. Come in un racconto di Jack London…
La comunicazione è uno dei fattori che rende l’uomo ciò che è, nella sua accezione migliore, certo. Ed è come se nella vita fossimo tutti sperduti in una bufera di neve. E se non ci fosse nessuno con cui parlare per far passare la notte moriremmo assiderati. Addormentandoci. Assiderati di nulla. Se invece riusciremo a passare la notte vivi… ricorderemo sempre. Ricorderemo anche quella forma di amore. E coglieremo la bellezza utile. Non importa che sia tutto vero. Perché forse non è l’autenticità di una storia a salvarti. Ma la storia stessa - e il senso.

Peter

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domenica, 17 febbraio 2008

Ogni cosa è politica
Un indistinto blob (elettorale?)

La Riva (foto di Peter)
Foto di Peter (la Riva)

Poggiolforato (foto di Peter)
Foto di Peter (Poggiolforato)

Anche se l'inverno sembra tutto mortificare, nella nuova luce del bosco si riprende a vivere. Camminando immersi in quel bianco di luce propria, tra gli alti tronchi muschiati d'argento, pure il tempo diventa irreale e vivi in un mondo metafisico come dentro un sogno: non ha più peso il tuo corpo, non è faticoso il passo e cammini vagando da pensiero a pensiero. In un infinito tra gli alberi innevati anche le cose della vita appaiono più chiare.
Mario Rigoni Stern - Stagioni (Einaudi 2006)

Come un cuore che pulsa (contrazione-riposo-contrazione, diastole/sistole) così è la mia vita, in un alternarsi tra solitudine/natura e persone/società. Contrazione, risposo, contrazione, con Lei a far da ventricolo. Scendo nella civiltà e c'è da firmare questo:

Storia vecchia, che dura - in maniera moderna - almeno dai tempi dell'Inquisizione. Il corpo delle donne (che allora erano streghe) come strumento di potere degli uomini. Mi piacerebbe svegliarmi un giorno e vedere le Streghe al potere... Artefici di pozioni che zittiscano gli stronzi.

Poi, già che sono quaggiù, c'è da decidere a proposito delle elezioni, questo grande troiaio in cui ci viene ricordato che, se ce ne fossimo dimenticati (birichini distratti), siamo in una Democrazia, e si è chiamati a fare una X su un simbolo. Così, forse per 5 anni saremo a posto. Grazie, Democrazia, che ci hai dato uomini che ti tengono in vita così con tanta passione.
Ho deciso cosa farò questa volta, in ottemperanza al Libero Pensiero con cui questo blog si riempie la cavità orale rischiando a volte di sbrodolarsi addosso. Essendo io utopicamente di sinistra, con cedimenti filosofici verso l'anarchismo (mentale), Veltroni non mi avrà (non mi ha mai avuto), e annullerò la scheda. Che è diverso da non votare. Il non-voto viene interpretato come disinteresse, mentre capiterà senz'altro che molti, questa volta, non andranno a votare dopo attenta riflessione dominata dalla nausea, dunque come scelta politica profonda. Ma è un errore, secondo me. Il segnale che, in massa, si lancerebbe a questo poterucolo canceroso uscendo di casa, facendo la fila, annullando la scheda scrivendo FOTTETEVI A CASA VOSTRA, è diverso...
Sì, sogno un 15 aprile di sgomento. Giornalisti esterrefatti per un 15% di schede nulle. (Dimenticatevi le schede bianche: in molti seggi - in che percentuale non so, ma alta - gli scrutatori se le dividono perché comprati dai partiti, apponendo croci come se piovessero). Beh, se la pensate così anche voi... annullate! Che sono stanco, molto stanco, di votare il meno peggio.

Già che ci sono (per colpa di Lilith) metto a nudo le mie convinzioni "religiose" con un test che c'ha azzeccato in maniera impressionante (è vero anche che c'è chi prega per me), ma non mi è ben chiaro cosa significhi essere satanisti, a parte chiamare un blog Devil's Trainers...

Qual è la religione giusta per te? (translated version for Italian users)
created with QuizFarm.com         You scored as Ateismo

Il tuo risultato è Ateismo. Sei... ateo, anche se forse lo sapevi già. Inoltre, probabilmente ci sono molte persone che pregano per la tua anima quotidianamente. Piuttosto che essere "non religiosi", gli atei credono fortemente nella non esistenza di un'entità superiore come Dio.

Ateismo

 
90%

Agnosticismo

 
85%

Buddismo

 
80%

Satanismo

 
80%

Paganesimo

 
75%

Islam

 
60%

Confucianesimo

 
50%

Induismo

 
20%

Cristianesimo

 
20%

Ebraismo

 
10%

Paranormale

 
10%

Nel mentre c'è chi, per fortuna, continua a opporsi.

Peter

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lunedì, 04 febbraio 2008

Auschwitz e Birkenau (2ª parte)
Irrealtà e le anime

Appena entrato ad Auschwitz ho provato una sensazione strana difficile da focalizzare. Poi ho capito. Era senso di irrealtà. Perché Auschwitz non sembra ciò che è. Sembra, piuttosto, un campus universitario. Un villaggio agrituristico. Una colonia estiva dove puoi mandare i figli. Bei caseggiati, erba verde (che ai tempi veniva mangiata), pioppi, betulle. E tanti alberi al di là... delle torrette di guardia e del filo spinato elettrificato, che tante persone ha aiutato a salvarsi da quella vita, "andando al filo".

Auschwitz (foto di Peter)
Auschwitz

Auschwitz (foto di Peter)
Auschwitz

Ma vedere solamente Auschwitz non avrebbe alcun senso. Perché la vera percezione del fenomeno la si ha a Birkenau. Auschwitz è un campo tutto sommato piccolo e con gli edifici in muratura. Birkenau, invece, è sterminato (sì, le parole a volte possono avere un'etimologia feroce), 2 km e mezzo per 2. Ed è qui che l'aberrazione era totale e completa, con i forni crematori davvero "efficienti" e 25 gradi sotto zero in baracche di legno con ampie feritoie.

Birkenau (foto di Peter)
Birkenau

Qui il senso di irrealtà è, se possibile, ancora più forte. E ancora di più quando arriviamo in fondo al campo. Dove c'erano i 4 forni crematori. Cerco di immaginarmi quelle persone appena scese dal treno, con la SS che aveva indicato loro di andare di qua, e quelli più forti invece di là. Quelle persone arrivavano qui e aspettavano di fare una doccia. Si sedevano per terra, donne, bambini, vecchi, molto spesso incoscienti di quello che sarebbe accaduto. Ci sono foto, sembrano persone che fanno un picnic. Ed è qui che l'irrealtà è forte. Perché i forni crematori sono in mezzo a un bosco bellissimo.

Birkenau (foto di Peter)
Birkenau (crematorio 4)

Birkenau (foto di Peter)
Birkenau (crematorio 4)

Margherita, la nostra guida spesso commossa, dice che qui, in primavera, è meraviglioso. Lei ci viene a passeggiare da sola, e incontra lepri, daini, uccellini ovunque. Così pensa che quegli animali abbiano dentro le anime di tutte quelle persone (lo senti che ogni zolla del campo è insanguinata e ha memoria di un orrore). Anche io lo penso, anche se non credo nell'anima. Ma tutta quella fuliggine, tutta quella cenere, si è depositata a terra, ha nutrito gli alberi, le piante e l'erba di cui le bestie si sono nutrite. Mi guardo intorno, e penso che sì, tutta questa vita, in questo posto assurdo, è una meravigliosa vendetta.

Tutti i luoghi sono ormai transitabili, sono conosciuti, sono pieni di traffici, tenute assai ridenti hanno cancellato dalla nostra memoria deserti un tempo famosi, i campi coltivati hanno circoscritto le foreste, gli animali domestici hanno allontanato le fiere [...]. Ormai ne' le isole, ne' gli scogli incutono piu' timore; dovunque sorge una casa, dovunque vive un popolo, dovunque vi e' uno stato, dovunque c'e' vita.
Tertulliano - De Anima

(Vedi anche il bellissimo post di Simona - Qui la mia prima parte)

Peter

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giovedì, 31 gennaio 2008

Auschwitz e Birkenau (1ª parte)
Il treno della memoria: 25-30 gennaio 2008

Ho imparato molto in questi giorni. Ho imparato, anche, per esempio, che per avvicinarsi a ciò che è accaduto bisogna, in ultimo, guardare profondamente dentro se stessi. E capire che nessuno è immune dall'orrore. Che tutti hanno un angolino, dentro, che può farlo diventare un carnefice, una SS. Tutti, nessuno escluso. Ma poi c'è la possibilità di scegliere. Per sopravvivere, scegliere di essere Uomini che si rifiutano di farsi spossessare della propria Umanità, nella migliore accezione, nonostante tutto. Come dice Carlo. Come scrive Primo Levi in Se questo è un uomo.

Primo Levi
Primo Levi

Allora per la prima volta ci siamo accorti che la nostra lingua manca di parole per esprimere questa offesa, la demolizione di un uomo. In un attimo, con intuizione quasi profetica, la realtà ci si è rivelata: siamo arrivati al fondo. Più giù di così non si può andare: condizione umana più misera non c'è, e non è pensabile. Nulla più è nostro: ci hanno tolto gli abiti, le scarpe, anche i capelli; se parleremo, non ci ascolteranno, e se ci ascoltassero, non ci capirebbero. Ci toglieranno anche il nome: e se vorremo conservarlo, dovremo trovare in noi la forza di farlo, di fare sì che dietro al nome, qualcosa ancora di noi, di noi quali eravamo, rimanga.

Prima di riflettere sui carnefici, si empatizza con le vittime in modo emotivamente dirompente. A me non dispiace avere freddo, avere la pancia quasi vuota, la testa pesante, l'unghia dell'alluce destro che fa male e sta per staccarsi. Non mi dispiace nemmeno sentirmi stupido nel non fare nulla per risolvere questi problemi per sentirmi (stupidamente) più vicino a chi ha vissuto problemi simili, in maggior numero e amplificati. Amplificati... di quante volte? Un numero infinito. Cioè fino alla morte, nel cui istante il numero infinito scende fino allo zero. E' un tentativo che porta invariabilmente al fallimento, ma ci si prova, sapendo il possibile e immaginando l'impossibile. Senza questo tentativo forse ridicolo, come si può tentare anche lontanamente di capire?

Peter

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domenica, 23 dicembre 2007

Buon Natale
Col buon vecchio Guido Ceronetti

Guido Ceronetti
Guido Ceronetti

Quest'anno gli auguri di questo antico qualcosa che è il Natale li eseguo con una poesia del "poeta, filosofo, scrittore, giornalista, traduttore, drammaturgo, teatrante e marionettista italiano" Guido Ceronetti. Un uomo che nel suo libro La lanterna del filosofo (Adelphi 2005) ha scritto almeno un paio di cose che amo particolarmente:
"Cosa resta, quando resta poesia? Nient'altro che l'essenziale, dunque quasi niente." E:
"Ci si poteva iscrivere ad un partito di sinistra - ma quale tessera può surrogare una passione tragica? L'amore che fa morire è una delle due o tre cose (non credo siano più di tre) che fanno vivere... E queste generazioni di piombo, spettri dell'inquinamento, coppie a cui è consentito tutto salvo di annullare ogni morte nell'amarsi, vivono?"

La gustosa e da noi condivisa poesia sul Natale, tratta dal Domenicale de Il Sole 24 Ore di oggi, è questa:

[...] Il Solstizio d'Inverno è lumivàgo,
Quantunque è notte.
Della cristiana ex festa non ho tracce.
Allegrie smorte, flaccide
Naufragate parole, una orrenda strage
Di animali al Dio Stomaco: è la Tenebra
Che rinnova se stessa nel furore. Fuggitela!
Scioglietevi dai lacci dove latra
La Famiglia avvinghiata in finti abbracci.
Oh Tannenbaum, che festa impura!
E' il Solstizio d'Inverno, esci dal buio
Di queste luminarie d'abiezione.
Per te crea uno spazio senza umani,
O con taciti compagni di ventura
Sali a una vetta del pensiero pura
Dove inviolabile da apostasie
La Luce sola è signora del sentiero.
Io amo e celebro il Solstizio d'Inverno,
Quantunque è notte.

Guido Ceronetti

Nell'attesa che giunga il solstizio d'inverno e il sole torni finalmente a riscaldare la Terra (nel Nome del Signore), bon appetit a tòt! E buone letture. Ah, già che ci siamo buttiamo dentro a questo post anche un Buon Anno (1995)! Alé.

Peter

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mercoledì, 05 dicembre 2007

Calore
Le avventure culinarie di B. Buford tra New York, Porretta e Chianti

Bill Buford, autore di "Calore"
Bill Buford

Calore, ed. Fandango Mario Batali
Copertina del libro e Mario Batali, chef

Prendiamo come assunto che ogni buon libro dovrebbe ampliare la propria visione periferica sulle cose e allontanare di un po' l'orizzonte, rendendo più nitido tutto quello che c'è prima. Dato l'assunto, Calore, di Bill Buford, edito da Fandango Libri (2007, 434 pagg, 20 euro - Tit. or. Heat) è un buon libro. Buono, o più.
Uno si siede al ristorante, ordina, mangia, beve, paga. Poi di quel che ha mangiato può dire "commovente!", oppure "buono", oppure "sano", oppure "che schifo, gran tristezza, fa cagare!". Più raro è chiedersi cosa c'è dietro a quel cibo che abbiamo mangiato. Quali sono per esempio i meccanismi interni dell'habitat-cucina fra le persone che ci lavorano, da dove proviene il cibo, come è stato coltivato/allevato, quale è la storia dello chef e cosa pensa delle cose del mondo. Lo stesso vale se siamo noi a cucinare in casa nostra, da dilettanti appassionati.
Calore è un reportage/memoriale che apre al lettore questi mondi, in modo divertito e divertente, intenso, profondo e a volte anche commovente. Così Bill Buford, autore e protagonista, è un editorialista del New Yorker che sente mancare qualcosa, nella sua vita. E' un cuoco dilettante, e vuole sapere tutto il possibile sull'argomento. Dall'interno. Cinquantenne, inizia l'avventura come sguattero nell'incensato (tre stelle) ristorante newyorkese Da Babbo, del geniale, famosissimo e gargantuesco chef italoamericano Mario Batali. Ne ripercorre anche la formazione, passando lunghi periodi a Porretta Terme, dove Batali ha imparato tutto quel che doveva imparare per reinterpretarlo poi nel suo ristorante a New York e in un programma televisivo di successo.
Ecco così un aspetto diffuso di questo mondo: tutti i grandi cuochi americani imparano all'estero. Soprattutto Italia e Spagna. Ma anche Francia e Inghilterra. Lavorano gratis nei ristoranti italiani, lontano da casa, per uno, due, tre anni o più. Spesso iniziano a cucinare solo dopo un anno passato a guardare gli altri e a fare i lavori più umili, come tagliare le carote.
La zona d'indagine di Bill Buford, mentre parallelamente patisce le pene dell'inferno nella cucina di Babbo e arriva addirittura a cucinare alla prestigiosa griglia della carne, è l'Emilia (per la pasta e i salumi) e successivamente la Toscana, per la carne e l'olio. Passa molto tempo a Porretta, dove una zdaura di montagna (le mie montagne, dove ci sono ancora lupi e linci) gli insegna, solo dopo alcune settimane, a fare la sfoglia, il ragù, i tortellini. Poi la Toscana, dal macellaio più famoso del mondo, ovvero Dario Cecchini, un artista il cui soggetto principale è il lutto.

Dario Cecchini, macellaio toscano
Dario Cecchini

E l'olio, dove un produttore raccoglie a settembre invece che a novembre perché, anche se produce molto meno olio, anche se guadagna molto meno di quel che potrebbe, le olive hanno meno acqua e l'olio viene più buono e aromatico.
Tra molti segreti, consigli, ricette, meditazioni filosofiche sul cibo, leggiamo anche della vita di Bill Buford, dei suoi incontri, delle scelte delicate che ha dovuto fare con la moglie, delle sue emozioni. E del fatto, per esempio, che in cucina (e non solo in cucina, naturalmente...) la cosa più difficile da raggiungere è la semplicità, e che "meno significa più". Un grande cuoco dimostra di essere tale da come cucina un uovo. 
Leggiamo che la cucina, per uno chef, è una forma di memoir, e ogni piatto un ricordo della sua vita. Dalle ricette che cucina nel proprio ristorante un buon osservatore può sapere molto di lui. E lui può sapere molto di noi vedendoci mangiare.
Leggiamo poi che "Dario morirà. Io morirò. I ricordi moriranno. Il cibo fatto a mano è un gesto di sfida e va contro tutto ciò che costituisce la nostra modernità. Trovatelo, mangiatelo: scomparirà. E' esistito per millenni. Adesso è evanescente come una stagione."
Un libro contro il cemento. Contro il livellamento industriale del gusto. Per un passo indietro. Per una emancipazione culinaria che significherebbe ben altro.

Peter

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venerdì, 26 ottobre 2007

Rovina - tutt'intorno e in libreria
Il ciclo del cemento visto/scritto da Simona Vinci

Non so voi che vivete sparsi in giro per l'Italia, ma qui in Emilia ho la sensazione che il sacco di Palermo sia stata roba da principianti, con quelle 4205 licenze concesse in 4 anni.
Sì perché basta guardarsi intorno, soprattutto nelle periferie e nelle campagne più oltre, e quello che si vede sono gru. Gru che spostano cemento da un punto all'altro di infiniti cantieri atti a erigere l'altra cosa che si vede oltre alle gru, cioè il loro prodotto finito, ovvero condominii tutti ugualmente e inspiegabilmente brutti, composti da miniappartamenti in cui potersi rifugiare alla sera dopo una dura giornata di lavoro e parecchi chilometri percorsi per spostarsi da casa al lavoro e dal lavoro a casa, con grande gioia dei petrolieri e degli Agnelli e almeno 39.000 morti all'anno solo in Italia per polveri sottili, senza contare i problemi respiratori di migliaia di bambini e adulti.
Ivan Illich nel breve saggio del 1984 Abitare (in Nello specchio del passato, Boroli editore) definisce questi quartieri, già negli anni '70, come "garage per il deposito notturno dei lavoratori". Lavoratori-consumatori che pare non abbiano alcuna intenzione di salvarsi, perché a salvarli ci penserà Miss Italia.

Così è successo che solamente nel 2006 in Italia siano state costruite 331.000 unità abitative (cfr. Rapporto Ecomafia 2007, Ed. Ambiente). Poco meno negli anni precedenti e poco di più, pare, nel 2007. C'è veramente bisogno di tutte queste case?
Chi ci guadagna? Tutti, tranne noi. Ci guadagnano sicuramente le mafie, che hanno in mano gran parte del cemento italiano. Mafie che non hanno più nemmeno bisogno di gesti eclatanti, almeno dopo aver fondato Forza Italia.

In genere funziona che destra e sinistra comunali sono saldamente unite in un fulgido orizzonte di interessi comuni che tanto bene muovono l'economia. Un punto aggiunto all'ultimo momento nell'ordine del giorno: riqualificazione area agricola, variazione d'uso, etc. Tutti d'accordo, riqualifichiamo, ora lì si può costruire. Di chi è il terreno? Incidentalmente del figlio di un assessore. O della moglie. O di amici prestanome. Chi costruirà? Amici, con o senza un bell'appalto truccato. Amici che non sono nemmeno più camorristi o mafiosi. Questo è il passato. Ora sono imprenditori. E hanno in mano il Parlamento.

Da questi temi prende le mosse il nuovo romanzo breve di Simona Vinci, intitolato Rovina (Ed. Ambiente, collana VerdeNero, 10 euro), in cui ognuno degli attori della vicenda dà la propria versione di un caso di speculazione edilizia finito male. Riuscito tentativo di cercare di sensibilizzare l'opinione pubblica attraverso la bellezza propria della letteratura.

Simona Vinci - Rovina

Perché senza bellezza non potrà mai esserci giustizia, di questo sono convinto. E se ci si fa derubare della bellezza senza opporre nulla si finisce esattamente nel modo in cui stiamo finendo. Orizzonti di cemento che cambiano il cervello. Lo mutano, c'è poco da fare. I pensieri si fanno brevi. E i ragionamenti sono incanalati, dritti verso l'ovvio e l'innocuità nei confronti del potere. Proprio come in una eterna autostrada. New jersey a sinistra. Una rete a destra. E l'obbligo di guida eterna con lo sguardo ben diritto, senza variazioni né distrazioni dalla strada, da quell'asfalto con righe geometricamente ossessive.
Ma vivere così è tutt'altro che innocuo, e infatti stiamo trovando sempre nuovi modi per morire. Sia un cantiere, un'auto, un tumore o un infarto poco cambia. La qualità della vita ha poco o nulla a che fare col cosiddetto sviluppo.

E' da alcuni anni che il mio sguardo, mentre guido nella solita campagna, si sofferma su tutta questa bruttezza, condominii e sempre nuove strade che dividono e pongono ostacoli alla vita, invece di facilitarla. La malinconia e la rabbia che provo da tempo... le ho ritrovate in Simona.
E' per questo che su sua idea è nato da poco un umile tentativo di cambiare qualcosa, questa volta in rete. Si chiama

Osservatorio Walden

e si tratta di un gruppo di persone che ha deciso di muoversi secondo il sensato principio che per migliorare le cose bisogna partire dal proprio orticello.
Chiunque può partecipare, perché quel gruppo spera di allargarsi presto. Basta armarsi di macchina fotografica digitale e possibilmente anche di parole. Avete la nausea per ciò che vedete? E' più che sufficiente. Diventerà innanzitutto un post. Scrivete a:

osservatoriowalden [at] gmail.com

Quasi duemila anni fa l'imperatore filosofo Marco Aurelio scrisse: Il modo migliore di vendicarsi è quello di non adeguarsi.
E' davvero sufficiente Mediaset per dimenticarlo?

Peter

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martedì, 16 ottobre 2007

Breve storia della merda

Di seguito viene pubblicato un approfondimento - per lettori attenti - su un argomento di pressante attualità: la merda. E' una libera analisi di un libro di Stefano Cagliano, e il tono è spesso divertito e ironico. Scrissi questa roba per un esame universitario un paio di anni fa (Sociologia della letteratura). Va detto che non è un trattatello esattamente accademico: so che per voi bloggers mediasettizzati questo può essere un forte incentivo alla lettura. Ergo, e per chi ne ha voglia, buona lettura.
Peter

Stefano Cagliano - L'impronunciabile bisogno

“Personalmente, ormai quando qualcuno m’apostrofa coll’irriguardoso nome del cilindro, non lo nascondo: provo un brivido d’orgoglio. << Ma dice sul serio? >>, osservo commosso. E sempre ringrazio, grato dell’apprezzamento.”
 
Così il medico e giornalista Stefano Cagliano conclude l’introduzione al suo libro intitolato L’impronunciabile bisogno (Raffaello Cortina Editore, 2002, pagg. 189).
L’impronunciabile bisogno, o il cilindro, o “un caleidoscopio in cui scorrono distanze culturali e abitudini alimentari, fatturato di lassativi e produzioni artistiche. Evoluzione biologica e progresso tecnologico”… è insomma Lei la protagonista del libro che qui tratteremo: la merda. Affrontata di petto in modo agile e con abbondanza di toni e di contenuti. Spesso in modo divertente, altre volte seriamente: perché se non la si rispetta, la merda può essere causa di “morti ed epidemie”.

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mercoledì, 12 settembre 2007
Oltre il sipario
Romanzo di Juan Goytisolo
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Telon de boca – Trad. di Chiara Vighi
l’ancora del mediterraneo 2004, pagg. 107

Juan Goytisolo
Juan Goytisolo

“Non era un sogno la vita ma un’allucinazione, un’allucinazione che diventava sempre più consistente con l’accumularsi dell’esperienza e degli anni”. Anni che incominciano a pesare sulle spalle del protagonista. Da uomo a vecchio. Dove sta la linea? E cosa comporta, se esiste? Una cosa sicuramente: più passano gli anni e più aumenta la possibilità di sopravviverre alle persone che ami, dunque di vivere nelle sofferenza ed essere costretti a dover razionalizzare, per andare avanti.
Questa è una componente importante dell’intensissimo romanzo di Goytisolo, spagnolo antifranchista nato nel 1931. Il protagonista infatti, simbolo del genere umano in quanto Uomo Solo, è da poco diventato vedovo. La compagna di tutta una vita non c’è più e lui, che rimane, deve fare i conti, senza consolazioni e illusioni, con la propria esistenza.
“Al bambino che era si strinse il cuore e gli occhi si fecero umidi. Comprese di colpo cos’era la vita: una fossa o un buco famelico in cui sprofondava il ricordo.”
Il ricordo, che qui è sostanzialmente dolore, richiede così impoverimento: “Il suo passato era stato abolito: non era più lui, ma una pagina bianca.” E una pagina bianca può decidere cosa fare di sé. Può decidere se, una volta che il sipario è levato, affrontare la vertigine del vuoto oppure se restare in mezzo agli spettatori nella platea del teatro che è la vita.
Dopo aver viaggiato in lungo e in largo dentro se stesso, dopo aver intrapreso un allucinante dialogo con Dio/Mefisto (un dio creato “a colpi di speculazione e concili”, che porta il protagonista a pensare: “Forse i genocidi e le epidemie erano l’arma segreta del macchinista per camuffare le conseguenze della sua temerarietà creatrice”) egli capisce che non può raggiungere alcuna conclusione, e che non è “la somma dei suoi libri ma la loro differenza”, perché la scrittura “non traccia piste ma cancella impronte.”
Un centinaio di pagine scritte in sei anni. Il risultato spiega il perché di una gestazione così lunga. Ogni capitolo non è scritto, ma scalpellato. Ogni frase è essenziale. E noi, dopo essere stati risucchiati da questo potente libretto, capiamo perlomeno una cosa, che “c’è la bellezza occulta dietro al sipario”, ma prima di morire, prima che qualche simbolica divinità chiuda “la parentesi tra il nulla e il nulla”, viviamo, amiamo e soffriamo, in tutta la nostra adorabile imperfezione.
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Peter
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sabato, 07 luglio 2007

Più di uno, meno di due
Naturalmente dedicato

Simo & Peter
Simo & Peter
(Marina di Alberese - GR)

Ogni istante come un anno. Quasi avessi vissuto sei vite in tre mesi, sulla via dell'immortalità. Perché con lei sto talmente bene che se penso all'Iraq mi sento in colpa. Poi però mi dico che la felicità - qualsiasi cosa sia - è anche questo, esiste e ha il suo sorriso. E il tuo sorriso mi fa capire, giorno dopo giorno, che ogni orgasmo d'amore è un atto rivoluzionario - contro il brutto, la violenza, l'orrore, lo squallore.
Ho sempre pensato un po' utopicamente che il mondo ha bisogno di bellezza, e che dalla bellezza tutto consegue. E anche questa è politica, che sia vita, che sia amore o che sia scrittura. E' un flusso unico. Un flusso in cui è necessario lasciarsi andare, e trovo sia meraviglioso poterlo fare tenendosi per mano, di tanto in tanto.

Peter

[...] L'occhio ti scorge / semplificato dalla distanza / in un'origine, / testa fiammante di petali / in esplosione infinita. / Il calore è l'eco del tuo / oro.

Coniato là, / sulle linee / solitarie dell'orizzonte, / tu esisti apertamente. / I nostri bisogni d'ora in ora / salgono e poi, come angeli, ritornano. / Tu sei come una mano che si apre / e che in eterno dona.

Philip Larkin, Solare (in Finestre Alte)

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mercoledì, 13 giugno 2007

Il deserto dei tartari di Dino Buzzati
Consigli di lettura per vacanze spensierate

Dino Buzzati
Dino Buzzati

<< Il tempo intanto correva, il suo battito silenzioso scandisce sempre più precipitoso la vita, non ci si può fermare neanche un attimo, neppure per un’occhiata indietro. “Ferma, ferma!” si vorrebbe gridare, ma si capisce ch’è inutile. Tutto quanto fugge via, gli uomini, le stagioni, le nubi; e non serve aggrapparsi alle pietre, resistere in cima a qualche scoglio, le dita stanche si aprono, le braccia si afflosciano inerti, si è trascinati ancora nel fiume, che pare lento ma non si ferma mai. >>

Per questo è un libro con il quale dovrebbe confrontarsi ogni essere umano non ancora irrimediabilmente in attesa della morte, che quindi ha ancora tempo e soprattutto energie sufficienti per rendere azione il denso motto: "volere è potere".
Sembra che Dino Buzzati (1906-1972) abbia preso Kafka, l'abbia smussato, semplificato, completamente esistenzializzato, con meno simboli e una unica, enorme, allarmante metafora che trova il suo senso più pieno nelle ultime tre pagine, con quell'ultima riga, lì, a sgozzare il lettore... 
Romanzo potentissimo, che vede la speranza come ostacolo alla vita autentica, poiché sperare e basta è aspettare immobili e immobilizzati la morte, vittime del Tempo. Perché il Tempo non aspetta i nostri migliori anni per darci la felicità e privarci dalle frustrazioni. Il Tempo può trascorrere vuoto, inesorabilmente esiziale. Abbandonare la Fortezza Bastiani, disintossicarsene, significa vivere autenticamente. Ognuno dunque riempia il suo tempo come vuole, ma lo riempia, sembrano urlare queste pagine. Lo riempia, ci vada incontro.
Buzzati affermò che fu automatica l’idea di inserire la vicenda in un contesto militare, altamente burocratizzato, dove la Storia è atemporale, sospesa fra mille incartamenti inutili e vuoti rituali senza alcun senso (per esempio la parola d’ordine che grottescamente cambia ogni giorno, per i soldati, per entrare nella Fortezza). La tensione che ne deriva, l’attesa di grandi eventi, di grandi battaglie, è sintomo evidente dell’Italia fascista di quegli anni, che avrebbe portato alla Seconda guerra mondiale.
Giovanni Drogo ha paura di buttare via la propria vita, di non riuscire a realizzare i propri sogni. Come Buzzati ebbe paura di fare per sempre quella noiosa vita redazionale che stava facendo al Corriere della Sera. Come ognuno di noi... Scegliere di non essere dei Giovanni Drogo, di non deambulare in mille simboliche Fortezze Bastiani. Questo potrebbe essere il significato della parola Vita.

Peter

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lunedì, 30 aprile 2007

Leo Malet e la Trilogia Nera: caos vs. amore
Recensione di Daniele M.

Leo Malet
Leo Malet

Altro che recensione! Dovrei scriverci un saggio, un’intera enciclopedia, su Leo Malet. Il Dio del noir europeo, l’anti-Maigret; Malet il sovversivo, l’anarchico, prima comunista, poi fascista. Amico di Breton, poi acerrimo nemico, Malet nasce nel 1900 (data non poco significativa) e muore nel 1996. Autore di numerosissimi gialli e polizieschi diventò famoso (in Francia) per l’invenzione del suo poliziotto decadente Nestor Burma, protagonista di molti suoi romanzi minori.
Oltre alle vicende di Burma, Malet scrisse tre romanzi autonomi - poi uniti nella Trilogia nera (Fazi, 2003) - tre racconti superbi e raccapriccianti, romanticissimi e nichilisti, che volevano distaccarsi dalla facile letteratura di genere e che, a quanto ho letto, sono sull’olimpo del noir.
Il volume si apre con La vita è uno schifo (1948. E’ la storia di un gangster parigino che sceglie il crimine per finanziare la rivoluzione di compagni anarchici che, in un secondo momento, non gli saranno nemmeno riconoscenti (e, ovviamente, non faranno mai la rivoluzione). La vicenda frana vertiginosamente. La sfiga, la miseria e l’inquietudine sembrano divorare il protagonista, che cade senza freni in un lunghissimo precipizio di angoscia e di alienazione. Un crimine chiama l’altro, anche se non lo si vorrebbe. Jean Fraiger, così si chiama, fa nulla per migliorare le cose. Il mondo è puro caos, non ha alcun senso metterci le mani per cercare di raddrizzarlo, sembra dirci Malet. In questo romanzo l’influsso surrealista è piuttosto evidente: c’è il tema dell’amour fou, la fortissima presenza del sogno e dell’incubo mescolati alla realtà, e uno stranissimo finale di stampo psicoanalitico. Si esce dalla lettura frastornati e rinforzati al tempo stesso. Potrei uccidere anch’io, arrivi a pensare, in questo preciso momento; potrei sparare in faccia al primo che passa. Sì, anch’io. Questa è forse l’unica certezza concessaci da Malet.
Il secondo romanzo della trilogia, Il sole non è per noi (1949), ha sfumature diverse. Protagonista è un giovane orfano senza speranza che, pur restando del tutto innocente, per un’indecifrabile legge del mondo, viene accusato dei più atroci delitti. Diventa il capro espiatorio dell’intera società parigina, che ha bisogno di colpevoli e va a sceglierseli tra gli ultimi. Il titolo deandreiano rimanda proprio a tutta una serie di personaggi disperati e sfuturati che accompagnano il protagonista nei suoi infiniti pellegrinaggi. Orfani, assassini, pedofili, tossici, psicotici immigrati popolano il romanzo. Una sublime storia d’amore sta al centro della narrazione, dipinta a tocchi alterni di dolcezza e di crudezza, in un ritratto del rapporto uomo-donna che diventa quasi divino. Anche per questo romanzo resta appropriata la metafora del precipizio, della vertigine, del gorgo e della rassegnazione al caos. Prendete i Quattrocento colpi di Truffaut, aggiungeteci stupri, omicidi e follia, e avrete un’idea di questo noir.
Nodo alle budella (1969) chiude la trilogia. Protagonista un piccolo truffatore ossessionato in sogno da un uomo occhialuto. Ritornano i temi dell’amore estremo, della carnalità repressa, della criminalità metafisica, del caos umano. Ancora una volta l’acredine di tutta la società benpensante si riverserà sull’ultimo dei suoi poveracci. La sua fuga disperata per tutta la Francia è descritta con un’evidenza cinematografica che lascia senza fiato. Quando finalmente il protagonista sembra salvarsi, farà lui stesso in modo che ciò non accada. La stessa Miseria non invoca altro che la morte.

Per Malet la realtà non ha alcun senso. Con un ghigno beffardo ci ride sopra. I canoni del romanzo giallo tradizionale vengono ribaltati. Nel giallo classico abbiamo un ordine iniziale che viene infranto da un crimine. L’investigatore, grazie all’intuito e alla logica, ricostruirà l’ordine espellendo il criminale. Il lettore ne esce rassicurato. Nel noir di Malet tutto è caos. Gli individui sono destinati a soccombere di fronte all’incomprensibile concatenarsi dei fatti. L’unica possibilità di distrazione, non certo di salvezza, è l’amore. Gli unici degni di vivere sono i criminali, portatori di un’umanità più profonda. La società teme l’umanità; per questo fa piazza pulita dei criminali. Malet l’anarchico, Malet il surrealista, Malet il razzista.
Malet, il grandissimo scrittore noir, dimenticato perchè troppo vicino all’osceno cuore pulsante dell’uomo. 

Daniele Maggese

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venerdì, 20 aprile 2007

Pedro Pàramo        
Recensione del vertiginoso romanzo di Juan Rulfo

J. Rulfo
Juan Rulfo

-         Hanno ucciso tuo padre.

-         E a te chi ti ha uccisa, madre?

 

Questo dialogo tra madre e figlio riassume in due righe questo romanzo che, come capita quando incontri i grandi capolavori della letteratura, non è una lettura, ma un’esperienza.

Vai avanti nelle pagine e senti qualcosa sotto la pelle. È una senso di vertigine, perché ti trovi sull’orlo di qualcosa di profondo. Per esempio sull’orlo di una fossa in attesa della cassa da morto, una fossa abbastanza grande da contenere l’intera umanità.

 

La desertica cittadina di nome Comala attende Juan Preciado, in cerca di suo padre Pedro Paramo, per una promessa che Juan ha fatto a sua madre prima che lei morisse. Comala: di fumo, sole accecante, calore insopportabile, disabitata, poi abitata. È piena di gente. Ma è gente strana. Che è in quanto è stata. Sarebbe facile definirli fantasmi, i personaggi di questo romanzo, ma tali non sono. Perché siamo noi.

Pedro Paramo è un sanguinario, un figlio di buona donna senza scrupoli che possiede tutto ciò che è visibile a occhio nudo, in quella valle infelice. L’unica cosa che lo rende umano è l’amore infinito che ha per Susana, pazza, tormentata, molto malata. Ma era la sua compagna di giochi, nella lontana ma presente (sì) età dell’innocenza, e quell’antica purezza Pedro Paramo la vuole sempre lì, vicino, anche se in lui è da tempo impossibile. Deve vendicarsi incrociando le braccia.

 

La vertigine è data anche dal modo in cui Rulfo (autore solamente di questo incredibile romanzo e di un libro di racconti – “Pianura in fiamme”) è riuscito a scriverlo. La narrazione si sposta nei decenni, da una generazione all’altra. Bisogna essere attenti, ma tutto ha senso. Va, viene, torna, si ferma là, poi ancora più in là, poi si sposta tutta avanti. Così continuamente, facendo largo uso dei dialoghi, piovuti da chissà dove, chissà per chi, e chissà quando.

Paradossalmente, Rulfo ha portato alle estreme conseguenze, compiutamente, l’ideale verista verghiano dell’autore assente. Così le voci si accavallano, in un non luogo senza tempo in cui i frutti crescono acerbi e i sapori dolci non esistono. Un bisbigliare infinito, un vagare senza meta, senza pace, in cui tutto è alterato. Come, per esempio, il vivido passaggio dalla notte al giorno:

 

“All’inizio dell’alba il giorno comincia a girare, a tratti; si sentono quasi i cardini della terra che girano arrugginiti; il vibrare di questa vecchia terra che ribalta la sua oscurità. (…) C’erano dei leggeri ronzii che s’incrociavano come ali sopra il suo capo. E il rumore delle carrucole nel pozzo. Il rumore che la gente fa quando si sveglia.”

Enorme. Poi... c'è quella sensazione strana, leggendo. La sensazione di trovarsi nel bel mezzo dell’attività onirica dell’intero genere umano. Estinto.

Juan Rulfo, Pedro Pàramo (1955 - Einaudi 2004, pagg. 141)

Peter

(PS: con questa recensione inizia il graduale spostamento in questo blog di buona parte del sito www.devilstrainers.com, che a giugno chiuderò per problemi tecnici e di tempo. E' stato bello. Grazie a Acselx e a tutti gli altri che mi hanno aiutato e che hanno collaborato. Di cuore. Ma ricomparirete qui.)

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martedì, 17 aprile 2007

In cucina con Ugo Tognazzi   
La vita e il cibo come antidoto al potere

Mentre nel mondo ci si ammazza isolatamente o con stragi, mi sono letto L'abbuffone (1974) di Ugo Tognazzi (1922-1990), gustosissimo ricettario che è anche autobiografia, perché siamo anche quel che mangiamo e quel che ricordiamo di aver mangiato. E se mangiamo merda, cosa potremo essere mai? Lo diceva anche Pasolini, col film Salò o le 120 giornate di Sodoma (1975), che sembra proseguire estremisticamente quel capolavoro assoluto che è La grande abbuffata (1973), di Marco Ferreri (l'ultima sezione del libro di Tognazzi è dedicata alle ricette del film, con alcune pagine introduttive che sono imperdibili). 

Ugo Tognazzi
Ugo Tognazzi

Ingordigia, golosità: parole sciocche, dettate dalla morale corrente punitiva e masochista. Ognuno è libero di fare la sua scelta, anche di morire gonfio di foie gras o stremato dagli amplessi. Disoccultiamo queste due sane, grandi e materialistiche passioni, per troppo tempo tenute nel ghetto della peccaminosità. Riesumiamo quella morale epicurea della gioia, della vita, che fece grande la romanità e il Rinascimento; riavviciniamoci con partecipazione al flusso ininterrotto e secolare della bava, dello sperma e della merda; recuperiamo, nel caso del cibo in particolare, una dimensione che si sta sempre più disfacendo, assediata com'è dalle schiere dei liofilizzati, dei surgelati, degli inscatolati.
Una volta c'era una nonna, una mamma, una campagna, un orto.
Ricreiamoli. Dipende da noi.

Ugo Tognazzi, L'abbuffone (Avagliano Editore, 12 euro)

Lo trovo un brano meravigliosamente politico. Rivoluzionario, nella sua (apparente) semplicità (e visto come ci siamo ridotti). Un vero e proprio programma. Che "dipende da noi" realizzare.

Peter

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giovedì, 12 aprile 2007

Kurt Vonnegut
1922-2007

Kurt Vonnegut
Kurt Vonnegut

A lui sono molto legato. Parlo al presente perché i suoi libri rimangono, e questo forse è il grande fascino dell'arte. Una forma di immortalità. Soprattutto sono legato a Mattatoio N. 5, letto quest'estate in vacanza al mare con alcuni cari amici. Una bellissima vacanza, un preludio... E un libro incredibile, in cui Vonnegut affronta il tema della guerra (che ha vissuto) come mai nessuno prima aveva fatto. 
E poi, credendo per un attimo ai misteriosi giardini dei sentieri dei destini incrociati (Borges + Calvino), l'avevo sentito leggere, circa tre anni fa, allo Zò Café di Bologna, una sera apparentemente come tante, da una donna bellissima e intensa con una altrettanto intensa e bellissima voce, che mai avrei pensato di vedere e udire ancora. Per di più così vicino. E così dentro. Totalmente.

"Ci sono centinaia di buoni motivi per combattere" dissi "ma neanche uno per odiare senza riserve, e per credere che Dio onnipotente sia d'accordo con noi. Dov'è il male? E' quella parte di ogni uomo che vuole odiare a tutti i costi, che vuole odiare e avere anche Dio dalla sua. E' quella parte di ogni uomo che trova tanto attraente qualsiasi genere di brutalità. E' la parte di ogni imbecille che vuole punire, avvilire, e gode a fare la guerra."
Kurt Vonnegut, Madre notte (1961)

Agli altri o a se stessi, è quella parte di noi da "combattere". Per esempio con la bellezza. E Vonnegut, di bellezza, ne ha sparsa molta nel mondo, con la sua preziosa ironia.

Peter

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venerdì, 30 marzo 2007

L'albero della vita
Dedicato

Primo appuntamento.
Lui (entusiasta): Ti va di andare a fare un bel giro all'Ikea? Eh?! C'è anche il ristorante, dentro! E mobili con nomi ve-ra-men-te spassosi! Io e i miei amici passiamo intieri sabati là dentro a ridere come matti!
Lei (cercando di controllarsi): Ma, non so. Non mi piacciono molto quei posti. Troppa confusione. E un certo grado di squallore...
Lui (non domo): Ah. Mh. Allora che ne dici di andare a vedere Bologna-Rimini? Sarà una grande partita!
Lei (attonita): Veramente... il calcio non mi interessa.
Lui (sperduto): Un gelato alla baracchina della zia Tonina?
Lei (afflitta e definitivamente pentita): Ma è marzo, ci sono 4 gradi...
Lui (posseduto improvvisamente dagli spiriti di Georg Trakl e Gottfried Benn): Allora andiamo a fotografare cimiteri.
Lei (incredula e quasi commossa): Ecco. Già va meglio. Andiamo.

Così (mi hanno detto) andarono a fotografare cimiteri. Si ritrovarono fra sperdute montagne, in un piccolissimo cimitero quasi sempre in ombra, nel mezzo di un grande bosco, vicino a un torrente. Con macchie bianche di neve vecchia e l'aria profumata della neve che sarebbe caduta abbondantemente di lì a poco. E vagando con grazia fra antiche storie sepolte di persone sconosciute scattarono una foto simile a questa:

Tomba fiorita

Una foto semplice, che però trovo splendida. Però? Perché ho scritto però? La più grande bellezza possibile forse sta proprio nella semplicità.
Una tomba di uno sconosciuto. Si chiamava Sante. Non so nient'altro. So però che la sua morte (di vecchiaia?) ha consentito a una pianta di vivere e fiorire.
Questo mi fa venire in mente un bellissimo film, uscito da poco. Si intitola L'albero della vita (The Fountain), ed è diretto da Darren Aronofsky, regista che adoro. Un film che è limpida espressione dell'Occidente, lo stesso Occidente che causa morte e dolore senza troppi problemi, ma che rimuove la morte dei propri abitanti come fosse una maledizione eterna. Si accettano cure che spesso peggiorano la qualità della poca vita che rimane. Ci si accanisce. E poi si muore in ospedale, soli. E si piange per la morte del nonno novantenne. Si fanno, insomma, un sacco di cose stupide. Totalmente contronatura. E io penso che la Natura dovrebbe tornare a essere il metro di giudizio di ogni cosa. E in Natura, se ci sono troppi animali in un determinato habitat, un po' di quegli animali muoiono di fame (ugualmente a ciò che accade fra gli umani, ma altrove, sempre altrove, lontano da noi) e torna l'equilibrio (tranne che fra gli umani), e le specie possono vivere e prosperare. La morte insomma, in Natura, è vita, semplicemente (Tiziano Terzani, uno a caso, ha cercato di raccontarcelo nei suoi ultimi due libri). Come una pianta di fiori di San Giuseppe che cresce e fiorisce rigogliosa su una tomba. Che è una cosa splendida, a ben guardare. Ed è sicuramente splendida la persona che ha pensato di piantarla nella terra in cui, poco sotto, è sepolto Sante. Fonte di nuove forme di vita. Parte del tutto.
Questo fotogramma, tratto dal film, è una delle immagini più rappresentative che ho mai visto in vita mia riguardo all'abbandono - alla vita? all'amore? alla terra/cosmo? al tutto? non importa. Ma ogni tanto ognuno di noi dovrebbe avere la fortuna di potersi inarcare così:

Un fotogramma del film "L'albero della vita", di Darren Aronofsky

Cosa che forse non fece mai Carlo Michelstaedter, un altro "rimosso".

Carlo Michelstaedter

Carlo scrisse una poesia che a leggerla adesso sembra quasi una cantilena ipnotica di un film horror. Mette i brividi. Perché è semplice. Disperata. Ossessiva.

Vita, morte,
la vita nella morte;
morte, vita,
la morte nella vita.

Noi col filo
col filo della vita
nostra sorte
filammo a questa morte.

E più forte
è il sogno della vita -
se la morte
a vivere ci aita

ma la vita
la vita non è vita
se la morte
la morte è nella vita

e la morte
morte non è finita
se più forte
per lei vive la vita.

Ma se vita
sarà la nostra morte
nella vita
viviam solo la morte

morte, vita,
la morte nella vita;
vita, morte,
la vita nella morte.

Carlo Michelstaedter, Il canto delle crisalidi
Poesie, ed. Adelphi 1987

La scrisse nel novembre del 1909. Dopo poco meno di un anno si sarebbe sparato in testa, a soli 23 anni, non prima di aver finito di compilare le note critiche della propria tesi di laurea, uno dei libri più importanti del Novecento italiano, che si intitola La persuasione e la rettorica.
Col gioco dei "se": se avesse visto quella tomba fiorita... avrebbe mai scritto questa poesia? Il film di Aronofsky in fondo cerca di fare la pace con questi versi. Di conciliarci con l'ineluttabile, che in quanto tale non può essere sbagliato. Di lenire il michelstaedter che è in ognuno di noi, che non si persuade. Trasmettendocene un po', di quella strana pace che dovrebbe essere norma. Come in un silenzioso cimitero di montagna. Con vecchi, grandi e scuri alberi, e uccelli che cantano forte sui rami, invisibili, nell'ora che precede il buio. E due nuovi sorrisi, nel mondo.

Peter

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mercoledì, 14 marzo 2007

Libri pessimi

Grazie a Deborah posso dare il mio contributo in questa che non è una catena, ma un servizio pubblico per evitare la diffusa sofferenza del lettore sprovveduto. Impariamo dagli errori degli altri, in questo caso dai miei.
I tre peggiori libri che ho letto:
- Medaglia di bronzo: Vinicio Capossela, Non si muore tutte le mattine (Feltrinelli 2004). Incredibile come in questo libro ci siano alcuni passaggi molto belli ("si allargano vuoti nel cuore, si fa più spazio, ci può entrare di tutto"), completamente neutralizzati da una marea di lunghissime pisciate controvento. Se invece di 333 pagine fosse stato di 90 pagine sarebbe stato un buon libro. Peccato per quei 16 euro che avrei potuto investire in alcol, traendone sicuramente più benefizi.
- Medaglia d'argento: Andrea Battistini e Ezio Raimondi, Le figure della retorica - Una storia letteraria italiana (Einaudi 1984). E' un libro perfetto se volete allontanare qualcuno dalla letteratura e dagli splendidi misteri del linguaggio. Uno di quei saggi che mettono alla prova la passione di chiunque. 513 pagine di seghini a due dita su alcune pericolosissime malattie virali come l'ornatus difficilis e il sermo humilis. Il tutto affrontato come se si parlasse di cablaggi, circuiti e led (poveri Dante, Boccaccio, Petrarca etc...). Un manuale di ingegneria elettronica è più appassionante. (Ricordo che per riprendermi e ritrovare me stesso lessi Fabrizio Frasnedi, La lingua le pratiche la teoria - Clueb - libro appassionato e puro che, steineriano com'è, mi salvò.)
- Medaglia d'oro: Paulo Coelho, Il Diavolo e la Signorina Prym (Bompiani 2000). Qui sapevo a cosa andavo incontro, ma dovevo assolutamente conoscere il nemico. Purtroppo ho trovato conferma a tutti i miei pregiudizi. Anzi: non pensavo potesse essere anche peggio. Una accozzaglia di luoghi comuni e situazioni prevedibili. Un'orgia di banalità e di concetti presi un po' da qui un po' da lì, con invidiabile furbizia. Una spiritualità da postalmarket, acquistabile via televendita. Il Bene, il Male, il Bianco, il Nero, e tutto va che è una meraviglia, finché si fa finta che la vita e tutto il resto sia proprio così. Incredibilmente squallido (e pericoloso, visto che viene preso sul serio). Pippe davanti allo specchio, per capirci.

- Medaglie di consolazione:
David Forster Wallace, La ragazza dai capelli strani;
Jean Genet, Querelle di Brest;
David Means, Episodi incendiari assortiti;
Tiziano Sclavi, Le etichette delle camicie;
Philip Roth, L'animale morente.

Peter

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giovedì, 18 gennaio 2007

Elogio del silenzio
"Grembo da cui emergono gli esseri umani"

Fussli - Il silenzio
Johann Heinrich Füssli - Il silenzio (1799-1801 c.)

Füssli (1741-1825) si definiva painter in ordinary to the Devil (pittore ufficiale del diavolo). Onirico, pessimista, visionario, intuì precocemente molte cose sul nostro inconscio. Molto miope, tanto che mescolava i colori quasi a caso, egli vide benissimo.

Chuck Palahniuk è uno scrittore che a volte destabilizza. Survivor e Soffocare sono i suoi romanzi a cui sono più affezionato. Egli è capace di pagine notevoli (p.es. il terzo capitolo di Ninna Nanna da cui ho attinto in questo caso), che lo riscattano almeno in parte da banali prodotti editoriali di massa (Cavie, Diary).

Con Ivan Illich (1926-2002), ex uomo di chiesa e libero pensatore, si sale a un livello superiore. Un livello superiore rispetto agli stessi livelli superiori. Leggerlo in questi anni è commovente e urgente, ed è anche un gesto politico che tutti dovrebbero a se stessi. La sua cultura, integrità, onestà intellettuale, coerenza, umanità e saggezza si incontrano molto raramente nella storia del pensiero recente. E rimangono addosso.

Sul silenzio hanno riflettuto in molti, ma nel silenzio stanno riflettendo in pochi. E il POTERE, oltre che un fomentatore di ignoranza, in fondo è anche questo: un rumore di fondo costante che ti incatena il cervello in pensieri codificati, prevedibili e previsti. Con conseguenze evidentemente mortali, che imporrebbero parecchi passi indietro.
Peter

Chuck Palahniuk

Attraverso i muri arriva il boato attutito della conversazione, poi un coro di risate. Poi un altro boato. La maggior parte delle risate preregistrate che si sentono in TV risalgono all'inizio degli anni Cinquanta. Oggi buona parte della gente che sentite ridere è morta.
Dal soffitto cala il tump tump tump di una batteria. Il ritmo cambia. A volte i colpi sono più vicini, accelerano, oppure si dilatano, rallentano. Fermarsi, non si fermano mai.
Dal pavimento sale la voce di qualcuno che abbaia le parole di una canzone. Questa gente che ha bisogno di tenere accesa la televisione o la radio sempre e comunque. Questa gente terrorizzata dal silenzio. Eccoli, sono i miei vicini. Questi suonodipendenti. Questi silenziofobi.
Risate di gente morta che filtrano da tutte le pareti. Oggigiorno, ecco cosa ti spacciano come casa dolce casa. Questo assedio di rumore.
[...] Tu accendi la musica per coprire il rumore. Altri alzano la loro musica per coprire la tua. Allora tu alzi la tua ancor di più. Tutti quanti si comprano uno stereo più potente. E' la corsa agli armamenti del suono. [...] Non conta la musica. Conta vincere. Per sbaragliare i concorrenti ti ci vogliono i bassi. Le finestre devono tremare. [...] E così vinci. Perché alla fin fine è una faccenda di potere.
Chuck Palahniuk, Ninna nanna (Mondadori 2003)

Ivan Illich in una calzante caricatura

La stessa nave con cui io arrivai, nel 1926, scaricò sull'isola il primo altoparlante. Pochi abitanti dell'isola avevano mai sentito, prima d'allora, una cosa del genere. Fino a quel giorno, tutti gli uomini e le donne avevano parlato con voci di potenza più o meno uguale. Da quel momento in poi non sarebbe più stato così. Da quel momento, l'accesso al microfono avrebbe determinato quale voce veniva amplificata. Il silenzio cessava di far parte degli usi civici: esso diventava una risorsa per la quale gli altoparlanti erano in concorrenza fra loro. E con ciò, il linguaggio veniva trasformato da uso civico locale in risorsa nazionale per la comunicazione. Come la recinzione dei pascoli accrebbe la produttività nazionale privando i contadini del diritto di tenere qualche pecora, così l'invasione degli altoparlanti distrusse quel silenzio che fino allora aveva dato a ogni uomo e a ogni donna la sua propria e uguale voce. Se non hai accesso a un altoparlante, sei messo a tacere.
Spero che a questo punto l'analogia risulti chiara. Come gli usi civici dei luoghi sono vulnerabili e possono venire distrutti dalla motorizzazione del traffico, così l'uso civico del discorso è vulnerabile e può venir distrutto dall'invasione dei moderni mezzi di comunicazione.
[...] Il silenzio, secondo le tradizioni sia orientali sia occidentali, è il grembo da cui emergono gli esseri umani. [...] Questa trasformazione dell'ambiente da commons in risorsa produttiva è la forma più radicale di degrado ambientale. Tale degrado ha una lunga storia, che si sovrappone alla storia del capitalismo, ma non è in alcun modo semplicemente riconducibile a essa. Disgraziatamente finora l'importanza di questa trasformazione è stata ignorata o sottovalutata dall'ecologia politica. Essa dev'essere riconosciuta, se vogliamo organizzare movimenti per la difesa di quel che rimane dell'uso comune dell'ambiente. Questa difesa è il compito cruciale dell'azione politica negli anni Ottanta. Il compito è urgente, perché gli usi civici non hanno bisogno di polizia, ma le risorse sì. Proprio come il traffico motorizzato, i computer necessitano di un regime di polizia, che sarà presente in forze sempre maggiori e in modi sempre più sottili.

Ivan Illich, Il silenzio è un bene comune, 1982 (in Nello specchio del passato, Boroli editore 2005)

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giovedì, 21 dicembre 2006

Lèggere
Mario Rigoni Stern

Mario Rigoni Stern

Un giorno, camminando verso la primavera in arrivo, giunsi all'orlo di una radura illuminata dal primo sole; la neve vecchia era ricoperta da due dita di neve fresca e per naturale curiosità mi avvicinai per leggere su quella pagina bianca. Era un luogo particolare per stagione, condizioni del bosco - un bosco giovane verso valle, uno maturo verso la montagna - e sentieri che convergevano. C'era stato traffico di animali selvatici verso quel mattino: lessi due lepri che avevano danzato, il passaggio di un capriolo, l'attraversamento di una volpe, le impronte di un francolino di monte, e le belle, nitide tracce delle zampe dell'urogallo e delle sue ali sulla neve: era stato lui, con il suo primo tooc, che aveva chiamato il sole della primavera. Fu ingenua la mia felicità?
Mario Rigoni Stern, Stagioni [Einaudi; pp. 139. 10,80 euro]

A volte commetto l'errore di immaginarmi il futuro. Il mondo attuale e l'immaginazione mi inducono a sospettare che un giorno lèggere chi sa lèggere non renderà disadattati come accade ora, ma salverà la vita.
O forse non c'è bisogno di tirare in ballo il futuro?

Peter

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giovedì, 26 ottobre 2006

Il sottile filo tra Terzani e Nietzsche
Miti e utopie: il Superuomo

Tiziano Terzani - Orsigna   Friedrich Nietzsche

L'idea che l'uomo possa rompere col proprio passato e fare un salto evolutivo di qualità era ricorrente nel pensiero indiano del secolo scorso. L'argomento è semplice: se l'homo sapiens, quello che ora siamo, è il risultato della nostra evoluzione dalla scimmia, perché non immaginarsi che quest'uomo, con una nuova mutazione, diventi un essere più spirituale, meno attaccato alla materia, più impegnato nel suo rapporto col prossimo e meno rapace nei confronti del resto dell'universo?
Tiziano Terzani, Lettere contro la guerra, Longanesi 2002.

L'uomo, in particolare quello Occidentale, è l'unica specie vivente a essere totalmente scissa dall'ambiente che lo circonda. Ci sentiamo completamente svincolati da ogni rapporto con le risorse e con le altre specie viventi, e continuiamo a darci molta importanza, vivendo come se questo avesse qualche base naturale. Questo fenomeno contronatura è spiegabile con una sola parola, secondo me: schizofrenia. Siamo una specie schizofrenica in blocco. Centinaia di milioni di stronzi con inestinguibili disturbi mentali.
Terzani, nel brano sopra, parla, in fin dei conti, del concetto mitico di superuomo, o meglio oltreuomo (Ubermensch) di Nietzsche. L'uomo, ciò che siamo ora, è l'anello di congiunzione tra scimmia e qualcos'altro che, al contrario di noi, rispetta la Vita perché è padrone di sé. Nulla a che vedere con la deriva nazista. Il concetto di superuomo è un inno a ciò che l'uomo potrebbe essere, e non è, per 'vivere bene'. Nessuna specie animale si uccide da sola, ma combatte per vivere e per riprodursi. Noi no. E ha senso pensare che questo nostro essere contronatura non possa durare in eterno. Ha senso pensare che le bestiole che discenderanno dai nostri geni vivano... senza respirare gas di scarico (in Italia, secondo l'Oms, sono 39000 i morti all'anno per malattie legate alle polveri sottili - un'ecatombe di fronte alla quale il resto dovrebbe passare in secondo piano). Al di là del bene e del male. E che siano dunque oltreuomini.

Dio è morto: ora noi vogliamo, - che viva il superuomo.
I più preoccupati si chiedono oggi: "come può sopravvivere l'uomo?". Zarathustra invece chiede, primo e unico: "come può essere superato l'uomo?"
Il superuomo mi sta a cuore, egli è la prima e unica cosa, - e non l'uomo: non il prossimo, non il miserrimo, non il più sofferente, non il migliore. -
Fratelli miei, ciò che io posso amare nell'uomo è che egli sia un trapasso e un tramonto. E anche in voi è molto che mi fa amare e sperare. [...]
Oggi, infatti, la piccola gente è diventata padrona: costoro predicano, tutti, rassegnazione e modestia e senno e diligenza e riguardo e il lungo eccetera delle piccole virtù. [...]
Questi padroni di oggi, oh fratelli miei, superateli, - questa piccola gente: essi sono il pericolo maggiore per il superuomo!
Superate, ve ne prego, uomini superiori, le piccole virtù, le piccole assennatezze, i riguardi minuscoli, il brulichio delle formiche, il benessere miserabile, la 'felicità del maggior numero' -!
E piuttosto di rassegnarvi, disperate. [...]
Per me non soffrite ancora abbastanza! Perché voi soffrite di voi stessi, voi non avete ancora sofferto dell'uomo. [...]
E sul mercato si persuade coi gesti. Le ragioni, invece, rendono diffidente la plebe.
Friedrich Nietzsche, Così parlò Zarathustra, Adelphi (ed. or. 1883-85)

E non è anche questa politica? Politica: fare in modo che in uno Stato 39000 individui non muoiano ogni anno per uno stile di vita evitabile che arricchisce pochi.

Peter

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categoria:letteratura, pensiero
martedì, 17 ottobre 2006

Jorge Luis Borges

Jorge Luis Borges

Un uomo che coltiva il suo giardino, come voleva Voltaire.
Chi è contento che sulla terra esista la musica.
Chi scopre con piacere una etimologia.
Due impiegati che in un caffè del Sur giocano in silenzio agli scacchi.
Il ceramista che premedita un colore e una forma.
Il tipografo che compone bene questa pagina che forse non gli piace.
Una donna e un uomo che leggono le terzine finali di un certo canto.
Chi accarezza un animale addormentato.
Chi giustifica o vuole giustificare un male che gli hanno fatto.
Chi è contento che sulla terra ci sia Stevenson.
Chi preferisce che abbiano ragione gli altri.
Tali persone, che si ignorano, stanno salvando il mondo.


I giusti, di Jorge Luis Borges (da La cifra, 1981)

Dedicata a chi osserva immobile la vita. P.
(Thanks Fritz)

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categoria:letteratura
mercoledì, 04 ottobre 2006

Il Potere                         

Dario Fo - 2006
Foto di Peter

L'anima [...] è il più grosso ricatto cui il padrone possa ricorrere contro di noi. Nel momento della disperazione uno potrebbe anche dire: << Ma che me ne frega, un minimo di dignità, io la coltellata gliela do a questo padrone bastardo! >> E allora il padrone, o il padrone attraverso il prete: << No! Ferma! Ti vuoi rovinare? Hai sofferto tutta la vita e adesso che hai la possibilità, tra poco crepi, di andare in paradiso, perché Gesù Cristo te l'ha detto, tu sei l'ultimo degli uomini e avrai il regno dei cieli... Ebbene, vuoi rovinare tutto? Calmati, stai tranquillo, non ribellarti!... e aspetta dopo. Io sì, perdio, sono rovinato! Io sono il padrone, per la miseria! E cosa mi ha detto Gesù Cristo? "Tu non entrerai mai nel regno dei cieli, tu sei il cammello (o meglio il cameo, che è la fune delle navi), che non passerà mai attraverso la cruna di un ago..." L'hai capita la fregatura? Per forza devo farmelo qui, un piccolo paradiso. Ed è per questo che mi do da fare a tenerti sotto, a schiacciarti, a derubarti: ti porto via anche l'anima, certo! Io voglio il mio piccolo paradiso, piccolo ma tutto per me, subito, per il tempo che sto al mondo. Beato te che ce l'avrai tutto quanto, il paradiso! Dopo, è vero, ma per l'eternità!... >>

Dario Fo, Mistero buffo (La nascita del villano)

E sai cosa? Funziona! 
Mons. Peter

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categoria:letteratura, religione, fotografie
giovedì, 10 agosto 2006

Takeshi Kitano & Dio

Takeshi Kitano è uno dei più grandi registi della storia. Lo so io e lo sapete voi, e se non lo sapete guardatevi tutti i suoi film. Dipinge bene (v. i quadri di Hana-Bi), recita, fa tv, e scrive, anche. Nel suo ultimo scarsissimo - benché antireligioso - romanzo pubblicato in Italia, Nascita di un guru, per bocca di uno dei personaggi si esprime in maniera condivisibile riguardo a dio. A volte basta una frase per ripagare almeno parzialmente il lettore insoddisfatto (io). E voi siete fortunati ("grazie Peter"), potete evitarvi di leggere il libro e prendere solo il meglio, cioè questo, che sta a pagina 192:

Dio non rientra nella sfera della conoscenza umana. Non esiste un dio che possa essere concepito, sarebbe necessariamente un dio mediocre. Chiunque si vanti di potersi avvicinare a dio, è vittima dell'inganno di dio, anzi del proprio orgoglio.

Takeshi Kitano, Nascita di un guru (Mondadori Strade Blu 2006, pp. 200, 15 euro)

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categoria:cinema, personaggi, letteratura, religione
domenica, 25 giugno 2006

Maurizio Milani
L'uomo che, invece di sussurrare ai cavalli come tutti, pesa i cani

E' uscito il nuovo libro del comico più stimato dai comici. Dello scrittore che, stravolgendo il nostro mondo, lo vede forse correttamente. Si intitola L'uomo che pesava i cani (Kowalski, 13 euro). Quest'uomo meriterebbe un saggio approfondito. Dunque taccio, e pubblico due sue pagine a caso.

La donna e l'amore
Stai in mezzo a un campo seduto su una sedia di legno: non leggere, non pescare, non fare niente. Stai lì fisso quelle cinque, sei ore. Comincerai a ricevere lettere d'amore di donne che tu non vedi, ma loro sì. Sono impiegate, che con potenti cannocchiali stanno sui terrazzi dei grattacieli di Milano intanto che sono fuori dall'ufficio a fumare. Cercano di fidanzarsi con uomini assenti e distanti, sia fisicamente sia mentalmente. Quando stiamo insieme quella mezza giornata, siamo già stufi l'una dell'altro.

Igiene 1
E' sei anni che alla sera mi lavo e non esco. Decido di uscire verso le 20.30, così mi preparo per andare fuori e vado a lavarmi. Senza accorgermi il tempo vola, continuo a lavarmi. Arriva l'una di notte. Quando mi accorgo vado a letto. E' chiaro che cos' non mi farò mai la fidanzata. Prima, finito di lavarmi iniziavo a pesarmi per cui arrivava l'alba, e non mi accorgevo. Poi dovevo digerire: io sono un tipo che deve stare concentrato per digerire.

Fosse per me raccoglierei i suoi sei libri in un Meridiano Mondadori.

Peter

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categoria:personaggi, letteratura
mercoledì, 26 aprile 2006

Piccolo linguaggio antico
Minuscolo scorcio dell'Italia di quattro decenni fa - con in allegato i recenti sviluppi

Il linguaggio esprime mondi, reali e mentali. O forse il mondo esiste perché c'è un linguaggio a descriverlo e sistematizzarlo.
Ho aperto oggi un libro profumato di carta attempata del 1962. E' l'Orlando Furioso di Ludovico Ariosto, edito da tale Carlo Signorelli Editore. Era un libro per le scuole medie superiori con introduzione e note di tale Giuseppe Lipparini. Nel frontespizio la firma di mio padre e una data, 1965. Mi imbatto nei seguenti brani dell'Introduzione del sovracitato curatore:

Là (Ariosto, ndr) visse felice sino alla morte, limando e correggendo le ottave del suo poema e terminando di comporre le Satire. Lo consolava l'amore della moglie Alessandra, dalle cui labbra apprendeva, e se ne giovava, la schiettezza dell'idioma fiorentino; e attendeva anche a coltivare il suo orticello, ma con poca fortuna [...]
Vi è in lui, oltre la ricchezza straordinaria della fantasia e lo splendore dei versi e delle immagini, una ironia finissima e signorile che spunta qua e là per il poema e ne accresce mirabilmente la grazia. Questa bellezza graziosa o questa grazia bella è la principale virtù del poema, da cui derivano tutte le altre. Non vi sono disuguaglianze e squilibri; ma una armonia per cui la passione grida ma non urla, e il comico ride ma non sghignazza. [...] Come fluiscono rapide e facili le sue ottave! Come la loro musica canta italianamente melodiosa ai nostro orecchi dopo quattro secoli! Noi non crediamo più agli incantesimi e alle isole fatate: ma chi di noi non pensa talora a quegli incantati paesi di là dai mari lontani, dove la natura è meravigliosa e le fate belle attendono nei giardini di sogno i viandanti?

Penso con affetto a mio padre e ai suoi compagni, adolescenti in giacca e cravatta che passavano parte del loro tempo su costruzioni formali e sintattiche di questo tipo, maschere di un mondo che non esiste più, espressioni di un sistema pedagogico obsoleto, sorpassato, borbonico che conserva però una indefinibile (per me) forma di fascino. Uno pensa agli anni '60 e sono vicini... ma riflettendo sulla forma mentis che esala da questa prosa sembrano lontanissimi. Quasi è più vicino a noi il greco in cui redigeva i suoi Ricordi Marco Aurelio.
Quante e quali differenze con l'oggi? Si possono dare giudizi di valore? So che adesso non lo so. Ma continuo a essere affascinato dai cambiamenti che questo popolo ha attraversato in così pochi anni. Mi chiedo: qual è stato il meccanismo? Domanda che mi pongo tenendo sulla scrivania una foto dell'entrata degli studi Mediaset come memento.

Peter

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categoria:letteratura, personal, linguaggio, società
mercoledì, 19 aprile 2006

Tiziano Terzani
Incontro con Folco Terzani per la presentazione del libro
La fine è il mio inizio

Nell'Aula Magna di Bologna ieri si sono incontrati Folco Terzani, Stefano Bonaga e un tanatologo per parlare, prendendo spunto da La fine è il mio inizio, di vita e di morte. Ho finito di leggere il libro da pochi giorni. Lettura straordinaria, incredibile.
Nelle decine e decine di presentazioni di libri a cui ho assistito non mi era mai capitato di dover trattenere le lacrime per la commozione. Ieri, dopo un'ora di discussione appassionata e appassionante fra i tre, è capitato che una signora ha impugnato il microfono e ha ringraziato i due Terzani per questo libro, perché le ha riportato a galla tutte le sensazioni che ha provato trent'anni fa, quando per un anno e mezzo ha accompagnato alla morte il marito che allora aveva 40 anni. Insieme giravano per l'ospedale per vedere come la gente moriva, insieme leggevano di morte, insieme cercavano di capire, di prepararsi al momento, come ha fatto Tiziano per tre anni isolandosi sull'Himalaya e poi parlando con suo figlio. Questa signora ha concluso dicendo che quell'anno e mezzo è stato il periodo più bello della sua vita.
Poi ha parlato un ragazzo, dicendo che non ha fatto in tempo a percorrere il sentiero tracciato da Folco e Tiziano Terzani, anche se avrebbe voluto, perché suo padre è morto giovedì. Poi ha pianto, senza imbarazzo, e io lì ho provato felicità, e ho sentito una qualche debole forma di speranza per il genere umano. Così io e Malmostosa, commossi, abbiamo assistito a qualcosa di meraviglioso, che mai mi sarei aspettato: il pubblico dell'Aula Magna applaudiva con passione, applaudiva persone normali che si erano ritrovate lì per parlare e sentir parlare di morte, cioè di vita. Sembrava un rituale catartico, nato spontaneamente, per urgenza. Perché le riflessioni che il libro contiene non si trovano in televisione e nei giornali. Ma l'urgenza di capirci qualcosa... c'è, per quanto la stupidità occidentale porti a rimandare, a rimuovere, a sotterrare la morte. Tutta questa bellezza (sì, bellezza) esula dalle nomine politiche e dalle miserie elettorali. E anche questa è Italia. Persone di tutte le età che stanno sedute due ore ad ascoltare la morte e la vita di un uomo che è morto ridendo. E la morte (serena) di un uomo può essere la morte (serena) di molti uomini, spinti da quest'uomo a ricercare nella vita la propria strada.

Peter

Il guaio è, secondo me, che tutto il sistema è fatto in modo che l'uomo, senza neppure accorgersene, comincia sin da bambino a entrare in una mentalità che gli impedisce di pensare qualsiasi altra cosa. Finisce che non c'è nemmeno più bisogno della dittatura ormai, perché la dittatura è quella della scuola, della televisione, di quello che ti insegnano. Spegni la televisione e guadagni la libertà.
Libertà. Non ce n'è più. Io continuo a ripetere: non siamo mai stati così poco liberi, pur nella apparente enorme libertà di comprare, di scopare, di scegliere fra i vari dentifrici, fra le quarantamila automobili, fra i telefonini che fanno anche la fotografia. Non c'è più libertà di essere chi sei. Perché tutto è già previsto, tutto è incanalato e uscirne non è facile, crea conflitti. Quanta gente viene rigettata dal sistema, viene emarginata perché non rientra nel modello? Facesse invece delle altre cose! Ma non c'è altro, c'è solo una spinta verso il mercato. [pag. 399]
Non è così complicato, non è congiura, siamo noi a metterci nei guai. Capisco la congiura del consumismo, che è una macchina che ti fagocita, ma qui non c'è nessuna congiura. Sei tu, tu che puoi scegliere se andare in pizzeria o se portare il bambino a vedere le lucciole.
Onestamente, Folco, questo mondo è una meraviglia. Non c'è niente da fare, è una meraviglia. E se riesci a sentirti parte di questa meraviglia - ma non tu, con i tuoi due occhi e i tuoi due piedi; se Tu, questa essenza di te, sente d'essere parte di questa meraviglia - ma che vuoi di più? Una macchina nuova? [pag. 373]
Quando uno sta male a casa chiamano l'ambulanza che lo porti all'ospedale; quando sta per morire in ospedale lo nascondono dietro a delle tendine. Paura della morte. Perché? Perché si sa di dover abbandonare tutto quel che conosciamo. Niente è più tuo, non le tue case, non i tuoi figli, non il tuo nome [...]. Ma se ti ci avvicini prima, se impari a rinunciare ai desideri, a distaccarti da tutto non perdi nulla, l'hai già perso, sei già morto strada facendo. Non morto, sei vissuto meglio. [pag. 446]

Tiziano Terzani - La fine è il mio inizio, a cura di Folco Terzani (Longanesi, 18.60 euro)

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categoria:personaggi, letteratura, pensiero, società
venerdì, 10 marzo 2006

Zio Buk
"La cosa più immensa della bellezza / è capire che è scomparsa"

Non so perché non ho mai parlato qui di Charles Bukowski. Zio Buk è l'autore che sento più vicino, più intimo.
A 14 anni Stephen King mi iniziò alla lettura. A 16 anni Bukowski mi iniziò alla letteratura, salvandomi la vita.
Ne parlo ora perché mi sto leggendo l'ultimo libro di poesie che ha pubblicato
Minimum fax, "Il primo bicchiere, come sempre, è il migliore".
Forse non ne ho mai parlato per due motivi: perché lo do per scontato (chi scrive di quanto è notevole respirare o deglutire? boh, forse Baricco), e per pudore. Quel pudore che si ha grazie alla profonda intimità con una persona con cui si è passato tante ore, a cui segue totale rispetto. I suoi 40 libri che tengo vicini al letto (inconsciamente li ho messi lì, noto ora), letti due volte nel corso di 11 anni di ininterrotto rapporto, me lo ribadiscono.
Questo sproloquio, comunque, è solo una scusa per mettere questo Suo estratto:

ci ho messo 15 anni a rendere umana la poesia / ma ci vuole ben altro che me / per rendere umana l'umanità. // le anime buone non ce la faranno / l'anarchia non ce la farà / i neri / i gialli / gli indiani / i chicanos / non ce la faranno. // io credo nella forza della mano insanguinata / io credo nel ghiaccio eterno / io credo che si muoia / con le labbra blu e un sorriso beffardo che attraversi l'impossibilità / di noi stessi / sdraiati di traverso su noi stessi. [dalla poesia Per certi amici]

La mano insanguinata...

Peter

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categoria:letteratura, personal
martedì, 07 marzo 2006

Proesie h.q.

Arriva, dalla mailing list di magnaromagna, quel che mai ti aspetteresti: un capolavoro.

Liberiamo l'Italia da Berlusconi

Sì, con merda l'Italia buia ribolle
il lieto club brama soldini reali
l'unto così dirà mirabilia e balle
si dà arie, e brillano luci tombali

Rabbia stilla el milionario duce
lì il labaro Mediaset, l'incubo RAI.
Mentirà: l'idillio rosa abbia luce,
nella corsa lite, ira, il dubbio mai.

I dati: illusioni, barbarie, macello
nulla teme il Dio, liscia bori, bara.
Sia una ria imbecillità, bordello!
Rido. Sei nel limbo blu, Italia cara!

A una prima lettura è una buona poesia. Ma leggendola bene... ci si accorge che ogni verso è l'anagramma del titolo. Ciò, forse, mi sia consentito di affermarlo, fa dell'autore Gerardo Spanghero un genio, e di questa opera una immortal chicca (che dedico senza esitazioni all'amico PaoloC69).

Non da meno questa composizione del controverso umorista rosso che si fa chiamare Ulivegreche.

Lo specchio del futuro

Nello specchio del futuro
rivivo il mio passato
ma è un passato remoto
del verbo soccombere
un arduo scoglio
una cima insormontabile
soprattutto se bi
sogna portarci in
cima un'incudine
scusate se vado a c
apo un po' così
anzi no
que
sta è arte e non
mi devo giusti
fica
re

Se non vi basta andate QUI.

Peter

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categoria:letteratura, delirium tremens
giovedì, 16 febbraio 2006

Il dizionario del diavolo
di Ambrose Bierce

Quello del ribaltamento tramite il saggio e mai sufficiente uso dell'ironia è sempre stato un ottimo modo per leggere, capire e interpretare il mondo e la società in cui si vive.
Uno dei contributi più interessanti viene da Ambrose Bierce, nato nel 1842 in Ohio e morto misteriosamente in Messico nel 1914, durante la guerra civile di Emiliano Zapata e Pancho Villa. Giornalista e scrittore, Bierce scrisse Il dizionario del diavolo a puntate nei primi anni del '900 in alcune testate giornalistiche americane, indirizzando l'opera <<agli  illuminati, che preferiscono il vino secco al dolce, il senso al sentimento, lo spirito allo humour>>, perché, al contrario del semplice humour (oggi simile agli innocui sfottò di Striscia e simili) <<lo spirito trafigge, chiede scusa e rigira il pugnale nella ferita>>. Questa opera, insieme soprattutto a Nietzsche, motiva il nome di questo blog e del nostro sito. 
Proposta per tutti: è un gioco sempre aperto, quindi se vi vengono in mente nuove e provocatorie definizioni per termini abusati e svuotati (sapete da chi e come) sbizzarritevi nei commenti, che poi li raccogliamo a imperitura memoria.
Intanto un breve estratto delle voci più brevi e interessanti presenti nel dizionario (Baldini Castoldi Dalai 2005, 8 euro), che prendono di mira politica, religione e termini d'uso comune. Notare la freschezza e l'attualità di cose scritte un secolo fa. [Peter]

applauso (s. m.). Eco di una banalità.
belladonna (s. f.). Bella signora, in italiano; in inglese, veleno mortale. Esempio lampante della sostanziale identità di queste due lingue.
coercizione (s. f.). L'eloquenza del potere.
destino (s. m.). Per i tiranni autorizzazzione a commettere i loro crimini e per gli stupidi giustificazione dei loro insuccessi.
disobbedienza (s. f.). Argenteo rivestimento della nube del servaggio.
domani (s. m.). Inizio della felicità.
elettore (s. m.). Uno che gode del sacro privilegio di votare per un uomo che un altro uomo ha scelto.
eloquenza (s. f.). Arte di convincere i fessi. Di solito la si rappresenta come un ometto calvo che gesticola con un bicchiere d'acqua davanti. [SIC! NdR]
entusiasmo (s. m.). Disordine giovanile curabile con piccole dosi di pentimento unite ad applicazioni esterne di esperienza.
epitaffio (s. m.). Iscrizione tombale dimostrante che le virtù acquisite con la morte hanno valore retroattivo.
fede (s. f.). Credenza non suffragata da prove in ciò che sostiene qualcuno, che parla senza saperne nulla di cose che non hanno termini di confronto.
gatto (s. m.). Morbido indistruttibile automa fornito dalla natura per essere preso a calci quando qualcosa va storto nell'ambiente domestico.
governo (s. m.). Moderno Crono, che divora i suoi figli. I sacerdoti hanno il compito di prepararli per i suoi denti.
guerra (s. f.). Sottoprodotto delle arti di pace.
impunità (s. f.). Ricchezza.
incenso (s. m.). In materia religiosa, un argomento rivolto al naso.
infedele (s. m.). A New York chi non crede nella religione cristiana, a Costantinopoli chi ci crede.
libertà (s. f.). [1] L'essere sottratti allo stress dell'autorità per una striminzita mezza dozzina dei numerosissimi vincoli imposti. [2] Condizione politica che ogni nazione si illude di possedere in esclusiva. [3] Una delle più preziose proprietà dell'immaginazione.
libero pensatore. Miscredente che colpevolmente insiste a non voler guardare con gli occhi di un prete. Nei tempi passati i liberi pensatori sono stati: sparati, bruciati, bolliti, arrotati, frustati, decapitati, affogati, impiccati, sbudellati, impalati, scorticati. Con l'andare del tempo la nostra religione è finita tra le mani e nei cuori di interpreti dotati di compassione e umanità, e ora lo sconsigliato colpevole è solo: minacciato, oltraggiato, evitato, zittito, maledetto, insultato, derubato, defraudato, perseguitato, deriso, calunniato.
linguaggio (s. m.). Musica con cui affasciniamo i serpenti a guardia dei tesori altrui.
mortalità (s. f.). La parte dell'immortalità che conosciamo.
non americano. Cattivo, insopportabile, barbaro.
opporsi (v. intr). Dare aiuto con il mettere i bastoni nelle ruote e il fare obiezioni.
pace (s. f.). Negli affari internazionali, parentesi di reciproci inganni delle nazioni, fra due periodi di guerra.
piombo (s. m.). (...) Particolare interessante, nella chimica delle controversie internazionali, facendo reagire due patriottismi si produce in grande quantità precipitato di piombo.
politica (s. f.). Conflitto di interessi mascherato da lotta di princìpi. Gestione degli affari pubblici per interessi privati. [SIC! NdR]
religione (s. f.). Figlia della speranza e del timore, che spiega all'ignoranza la natura dell'inconoscibile.
riverenza (s. f.). Atteggiamento spirituale dell'uomo verso Dio e del cane verso l'uomo.
saccheggiare (v. tr.). Fare affari senza formalismi.
santo (s. m.). Edizione riveduta di un peccatore defunto.
sbaglio (s. m.). Mia colpa, diversa dalle vostre, che sono crimini.
solo (agg.). In cattiva compagnia.
storia (s. f.). Resoconto per lo più falso di eventi per lo più irrilevanti provocati da governanti per lo più canaglie e da soldati per lo più imbecilli.
zanzara (s. f.). Germe dell'insonnia, altra cosa dalla coscienza che ne è il bacillo.

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categoria:politica, letteratura, religione, società
mercoledì, 08 febbraio 2006

Africa, Soyinka, hell-Shell e altri eroi moderni

Francesca Borrelli nel suo interessantissimo libro Biografi del possibile (Bollati Boringhieri 2005) intervista numerosi grandi scrittori, di cui svariati premi Nobel. Fra gli altri il premio Nobel 1986 Wole Soyinka, nigeriano che viaggia semiclandestino in giro per il mondo per spiegarci alcune cose su come funziona la dittatura geofascista del suo paese. Riporto dal volume una domanda della Borrelli con risposta di Soyinka. Correva l'anno 1995.

Lei viene da un paese, la Nigeria, dove si è consumato un delitto contro nove oppositori del regime, impiccati per aver tentato di difendere i diritti degli ogoni contro le speculazioni della Shell. Le richieste iniziali del poeta Saro-Wiwa e degli altri uccisi dal regime erano indirizzate a difendere l'integrità territoriale ed ecologica delle aree abitate dagli ogoni? O avevano rinunciato a questo obiettivo limitandosi a pretendere un risarcimento?

Il movimento MOSOP (Mouvement of the Salvation of the Ogoni People) cominciò con il chiedere un compenso per le terre che erano state inquinate dall'estrazione del petrolio e dalle esalazioni del gas, distruggendo la pesca, i raccolti, l'inero ciclo naturale su cui si fondava la sussistenza degli ogoni. Ma il movimento si spinse anche più in là: chiese una ripartizione equa delle entrate che derivavano dal petrolio e, inoltre, autonomia locale e indipendenza per la loro regione. Il MOSOP è stato un movimento militante benché non armato, non si è limitato alla protesta ma ha organizzato una forma di resistenza tale per cui la Shell avrebbe dovuto cessare l'estrazione del petrolio finché non fossero state soddisfatte le richieste degli ogni.
[...] La comunità internazionale - e in particolare la Gran Bretagna e gli Stati Uniti - ha evitato, finora, di affrontare il problema fondamentale: nel 1993 ci sono state, in Nigeria, elezioni regolari che hanno portato alla scelta di un presidente, Mashood Abiola. Da allora egli si trova in carcere, e al suo posto si è insediato il generale Abacha. Ebbene, i governi europei hanno solo fatto finta di reagire a questo sopruso.

Inoltre: Le milizie di Asari (Niger Delta People's Volunteer Force), combattono da tempo in difesa del popolo ijaw e (da ijawland: delta) [...] puntano il dito contro la Shell e la Agip del gruppo italiano Eni, accusate, tra l'altro di appoggiare le azioni genocide del Governo nigeriano [vedi l'articolo del 3 ottobre 2004].

Questi sono i motivi per cui disprezzo profondamente persone come Bono Vox, Bob Geldof e tutti gli altri che non si lasciano mai scappare l'occasione Africa per rilanciare la propria immagine grottesca. Togliere il debito a questi paesi non significa nulla. Ogni decisione - sanguinaria e rapace - è appoggiata dai governi occidentali e dalle nostre multinazionali, là per rapinare e interessate a mantenere in ginocchio un continente ricchissimo di risorse come l'Africa, dove la gente, per mantenere i nostri standard di vita, è giusto che muoia e che continui a morire.
Inoltre [urlando]: quando Walter Veltroni parla di Africa con gli occhietti tristi, perché non parla MAI di questi meccanismi che stanno a monte di ogni problema che riguarda l'Africa?!
I ricchissimi dittatori africani sono lì perché lì ce li hanno messi i nostri governi, che danno carta bianca alle multinazionali del petrolio, dei diamanti, della silice e di ogni altra stronzata per noi vitale per fare ciò che vogliono, nel nome del Dio Capitalismo. I dittatori prendono una percentuale di ciò che viene estratto per mantenere povero e nel terrore il loro paese. E noi qui ad ascoltare e a credere a quattro stronzi che fanno il gioco sporco... compresa la sempre funzionale Chiesa, azienda floridissima di fatto responsabile di milioni di suoi fedeli morti di Aids, perché il preservativo è male.

Criminali di guerra. Genocidio. Olocausto. Queste sono parole pertinenti.

Peter

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categoria:letteratura, geopolitica



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