Vaschi
Da Vasco Rossi (57) a Vasco Brondi (25)
Il primo gruppo che mi traghettò verso la fine dell'adolescenza fu quello dei Radiohead. Ok Computer fu la colonna sonora dei miei 18 anni, età in cui diventai irrimediabilmente ateo. E un paio di anni prima, Creep fu il primo, tardivo tormentone della mia vita. Mettevo su la cassetta che mi aveva fatto l'implume Acselx e dicevo: mavalà! togoh! ficoh!
Immagino che molti, come me, nell'ascoltare Ad ogni costo di Vasco (Rossi), con la musica di Creep, saranno stati colti dai miei stessi dolori. Diarrea, perlopiù. E vecchio, sano disprezzo per chi non ha rispetto del consorzio umano, ma solamente dei grassi contratti da rispettare. Perché c'era solo da metterci un testo decente. Un testo non dico bello, figuriamoci se noi consumatori meritiamo bellezza, ma almeno decente. E cosa ha fatto Vasco (Rossi), dopo una lunga estate di relax e meditazione, che tra l'altro come uomo mi sta simpaticissimo? Ha scritto questo:
Guarda che lo so / che gli occhi che hai / non son sinceri / sinceri mai / neanche quando ti svegli / nanana / tanto è lo stesso / soffro anche spesso / Ma sono qui / amo dirtelo / voglio restare insieme a te / ad ogni costo / Guarda che lo so / mi tradirai / io ti conosco / e lo farai / anche senza rispetto / nanana / tanto è lo stesso / soffro anche spesso / Ma sono qui / amo dirtelo / voglio restare insieme a te / ad ogni costo / ad ogni costo / guarda che lo so / che gli occhi che hai / non son sinceri / sinceri mai / Ma sono qui / amo dirtelo / voglio restare insieme a te / ad ogni costo / ad ogni costo.

Vasco Brondi (vero nome di Le luci della centrale elettrica) invece è di Ferrara e ha 25 anni portati densamente. La prima volta che mi sono imbattuto in lui stavo bevendo una birra all'Estragon (Bo) in attesa dell'avvento di Mark Lanegan (e Isobel Campbell...). Nemmeno sapevo del gruppo spalla. Poi il gruppo spalla sale sul palco. E' un ragazzo basettuto con una chitarra, seduto su una sedia. Non sentivo bene le parole, ma sentivo che cantava (urlava) e suonava (distorceva) come se quello dovesse essere l'ultimo giorno della sua vita. Potente. Nuovo. Il contrario di "banale". Come nella cover di Freedom, dove declama (urla) una pagina del diario della brigatista Susanna Ronconi. Lascia stare che la penso come Joyce Lussu, che sono stati tutti degli imbecilli, perché non si rendevano conto che la lotta armata serviva solo a rafforzare e consolidare il potere che volevano combattere. Fatto è che ho dovuto smettere di ascoltarla in macchina, la cover di Freedom, perché gli occhi mi si appannavano di un velo di mare ad ogni ascolto, non vedevo più la strada e rischiavo ogni volta di fare un incidente.
Poi mi sono letto il suo libro, Cosa racconteremo di questi cazzo di anni zero (10 europei), e ho sentito anche le sue parole. Tipo queste:
Tutti i nostri occhi pieni di disordini, di chiavi duplicate di nascosto e poi perse. Cara catastrofe in quei corridoi bianchi interminabili. Cara catastrofe e i tuoi aerei dispersi. Ancora tu e i nostri piatti rotti. I nostri inutili patti atlantici, notturni. Tra il bianco delle lenzuola e tutti gli altri continenti che volevamo andare a volare assieme. Mi hai detto che all'inizio non ero così, che ti ho fregata. E appena sei ripartita è come se avessi sentito sulle gambe il caldo dell'aria che usciva dal tubo di scappamento. Anche nei prossimi anni circoleranno ancora veicoli a benzina. E poi mi ritrovo che cammino come non so chi tra le fabbriche lunghe come l'orizzonte, e non capisco quasi niente. E certe pagine di certi libri che è come se ti cambiano le impronte digitali mentre li leggi. E' notte non brillano i capelli per quanto decolorati, per quanto sporchi. Fondi di birra speed al detersivo e angeli froci. Torbide stelle impigliate nei capelli. è notte, nei cieli colorati con i pennarelli scarichi. E' tardi adesso dormi.
Nanana...












