mercoledì, 28 gennaio 2009

Mondo

Tutto il mondo pareva sangue, ché gli cavagli andavano nel sangue insino a mezza gamba; lo romore e 'l pianto era sì grande d'i fediti ch'erano in terra, ch'era una maraviglia a udire lo dolore che facevano.
Marco Polo, Milione (1298)

Cà Vighi

Intanto, dopo 710 anni, in un altrove del mondo che mi sono scelto, ogni cosa è glassata dal ghiaccio e io cerco di capire il linguaggio apparentemente silenzioso della neve e di allontanare il rumore di fondo.

Peter

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giovedì, 12 giugno 2008

Disavventure aeroportuali di un mio amico viaggiatore di poca 'sperienza

Un mio amico mi ha raccontato un sacco di cose davvero tragicomiche che gli sono capitate occorse durante un viaggio che ha fatto in Islanda. Ed è curioso, perché anch'io sono tornato da circa un mesetto dopo una settimana trascorsa colà. Del viaggio in sé non m'ha detto nulla, a quello provvederò io più avanti, perché il suo racconto si è concentrato solamente su alcune disavventure aeroportuali che vi riporto di seguito con le sue parole, tali e quali.

Merda vecchio (leggi Peter, NdR) mi son perso all'aeroporto Marconi. Come in che senso? Nel senso che mi son perso. Sono arrivato con la macchina davanti all'entratona e ho scaricato l'Ubalda coi pacchi, le valige, quelle storie lì, no? Poi sono andato a parcheggiare e quando sono tornato dopo tot minuti all'entrata lei non c'era più. Allora ho pensato: merda no scaricatore s'è infrattata con un capoverdano! E sono solo le cinque e trenta antimeridian! Poi mi chiama al cell e il clima è di gelo, altro che scaricatore, perché lei è lì che m'aspetta e io sono lì che l'aspetto, però non ci vediamo. E mi dico: l'ho lasciata proprio qui cazzo. Allora mi autopresso a dei livelli che tu non puoi sapere e penso: E' un incubo? E' una gag spazio-temporale? E' una candid camera del mago Silvan? E' Dio che giuoca a rimpiattino? Macché, lei era al piano di sopra dove l'avevo scaricata con la macchina, gran ferro, l'hai già vista no? Solo che quando sono tornato dal parcheggione non mi sono mica accorto della rampa che avevo fatto prima col ferro, e così io andando a piedi mi sono ritrovato al piano di sotto che ha la facciata uguale a quello di sopra. E così tra una pugnetta e l'altra abbiamo perso l'aereo. Sì, perso. Però solo per un minuto... Quegli spezzabolge della KLM non transigono. Sì, ho proprio detto "transigono", perché il check-in era chiuso da un minuto, e allora noi niente. Sì, lo so, è da geppi. Infatti poi lei m'ha lasciato, adducendo motivazioni di idiosincrasia nei confronto del volo e di geppaggine esperienziale. Poi ci siamo rimessi insieme e abbiamo trovato un biglietto per il giorno dopo, e con un pacco di soldi a testa in più per una nuova andata siamo andati, porco il clero.
Solo che non è mica finita qui. No. Come com'è possibile? E' possibile! Al ritorno son tornato da solo perché lei doveva andare a vedere delle storie pese nei ghiacci del polo nord per le sue storie pese di biologia marina, no? Allora lei dall'Islanda va a sinistra-in su, io in giù verso la Patria. Mi faccio la mia coda check-innica con un'ora e mezza di anticipo. Un polleggio che non ti dico, quasi me la brandavo, tanto era il polleggio. Sono le sette di mattina. Arriva il mio turno, la tipa islandese carica nel compiuter il codice del mio volo che ricopia dal mio brogliaccio. In anglo-islandese mi dice: merda vecchio devi andare in biglietteria. Allora sorrido e dico: polleg, non pressarmi, ci vado. Ma in un angolo della mente bestemmiavo senza sapere il perché, solo al mondo e inadatto alla sopravvivenza come un merlo con un'ala rotta in un gattile. Che infatti arrivo in biglietteria e la tizia armeggia cinque minuti buoni in silenzio per risolvere il mio caso. Ma io penso: quale cazzo di caso? Allora dico: so? Che per lei è "allora", ma per noi anche la contrazione, sì, ho detto contrazione, di Sochmel. Acciocché me la butta lì così, in anglo-islandese: merda vecchio i tuoi biglietti di ritorno Keflavik-Amsterdam-Bulagna non son mica validi. Cazzo dici? Dico che non son validi, fa, te hai perso l'andata e poi non l'hai detto, dovevi dirlo, geppo! Perché? chiedo. Perché così ti è stato annullato il ritorno... E' un'altra gag? No. Sei solo geppo. E caddi a terra come corpo morto cade. Dopo ricordo pochi momenti convulsi: telefonate, lo stesso biglietto ricomprato con un altro pacco di altri soldi, corsa, fiatone, sete, cecchini che sparano dai tetti, e l'intima sensazione che per saperne a pacchi delle cose del mondo bisogna soffrire. E pagare.

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domenica, 18 maggio 2008

Due mesi
Saluti, brevi considerazioni e aggiornamenti

Ostia. Son due mesi che taccio. Ma spesso "il silenzio vale più di mille parole". E non mi riferisco solamente alla trionfale vittoria di Berlusconi e amici vari (Veltroni). Non mi sembra una gran tragedia. Primo perché per fortuna siamo in Europa. Secondo perché prima o poi di qualcosa bisogna pur morire, e ogni evento si attiene rigorosamente ai cicli della biologia. Nasce, cresce e muore. Mentre la Cina compra il mondo risparmiando sui materiali degli edifici delle proprie scuole e l'Occidente agonizza, mi sembra insensato preoccuparsi per gli omuncoli che ci governano grazie al popolo italiano sovrano, libero di scegliere il proprio glorioso destino di eterno aspirante star nel mondo dello spettacolo e derivati.
Inoltre sono stato contento della batosta a Bertinotti. E non perché sia lontano dalle istanze della cosiddetta Sinistra Arcobaleno, ma perché sono lontano da chi la rappresenta(va) senza alcuna credibilità, con vuote parole, come tutti gli altri, del resto (ricordiamo che Lord Bertinotti fece cadere il primo governo Prodi con la scusa irrealistica della lotta per le 35 ore, che infatti non si sognò mai più di tirare fuori). L'analisi migliore l'ha fatta proprio lui, Fausto: "mea culpa, mea culpa, ci eravamo dimenticati delle fabbriche e del fatto che la gente vive di stenti". Acuto, ma troppo tardi. Avanti un altro. Come molti altri schiacciati dal nulla ho votato Di Pietro, ma avrei voluto votare per Per il Bene Comune (150mila voti circa ricevuti, mi pare, cioè nulla), partito ispirato, almeno credo, a molto di ciò che propugnò Ivan Illich, uno dei miei baluardi.
E insomma, sì, la politichetta la seguo senza perderci il sonno. Ogni tanto consento loro di invadere la mia vita e rido. Mattamente. Estremamente e sarcasticamente scettico sul valore del voto in Italia. Poi chiudo e mi calo nel mondo reale, traendone gran benefizio spirituale. Lavoro, passeggio pei boschi, osservo li uzzelli riprodursi e gli ungulati pascolare, studio, amo, leggo. Convinto che non c'è giustizia senza bellezza, e che produrre bellezza sia l'atto politico più estremo e rilevante (e di lungo respiro). Bevo meno ma meglio, mangio di più ma meglio. E ogni tanto gironzolo. Con S. sono stato una settimana in Islanda, di cui scriverò. Benritrovati. E grazie a Pulc3tta e a Samuele per le sollecitazioni.

Peter

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domenica, 17 febbraio 2008

Ogni cosa è politica
Un indistinto blob (elettorale?)

La Riva (foto di Peter)
Foto di Peter (la Riva)

Poggiolforato (foto di Peter)
Foto di Peter (Poggiolforato)

Anche se l'inverno sembra tutto mortificare, nella nuova luce del bosco si riprende a vivere. Camminando immersi in quel bianco di luce propria, tra gli alti tronchi muschiati d'argento, pure il tempo diventa irreale e vivi in un mondo metafisico come dentro un sogno: non ha più peso il tuo corpo, non è faticoso il passo e cammini vagando da pensiero a pensiero. In un infinito tra gli alberi innevati anche le cose della vita appaiono più chiare.
Mario Rigoni Stern - Stagioni (Einaudi 2006)

Come un cuore che pulsa (contrazione-riposo-contrazione, diastole/sistole) così è la mia vita, in un alternarsi tra solitudine/natura e persone/società. Contrazione, risposo, contrazione, con Lei a far da ventricolo. Scendo nella civiltà e c'è da firmare questo:

Storia vecchia, che dura - in maniera moderna - almeno dai tempi dell'Inquisizione. Il corpo delle donne (che allora erano streghe) come strumento di potere degli uomini. Mi piacerebbe svegliarmi un giorno e vedere le Streghe al potere... Artefici di pozioni che zittiscano gli stronzi.

Poi, già che sono quaggiù, c'è da decidere a proposito delle elezioni, questo grande troiaio in cui ci viene ricordato che, se ce ne fossimo dimenticati (birichini distratti), siamo in una Democrazia, e si è chiamati a fare una X su un simbolo. Così, forse per 5 anni saremo a posto. Grazie, Democrazia, che ci hai dato uomini che ti tengono in vita così con tanta passione.
Ho deciso cosa farò questa volta, in ottemperanza al Libero Pensiero con cui questo blog si riempie la cavità orale rischiando a volte di sbrodolarsi addosso. Essendo io utopicamente di sinistra, con cedimenti filosofici verso l'anarchismo (mentale), Veltroni non mi avrà (non mi ha mai avuto), e annullerò la scheda. Che è diverso da non votare. Il non-voto viene interpretato come disinteresse, mentre capiterà senz'altro che molti, questa volta, non andranno a votare dopo attenta riflessione dominata dalla nausea, dunque come scelta politica profonda. Ma è un errore, secondo me. Il segnale che, in massa, si lancerebbe a questo poterucolo canceroso uscendo di casa, facendo la fila, annullando la scheda scrivendo FOTTETEVI A CASA VOSTRA, è diverso...
Sì, sogno un 15 aprile di sgomento. Giornalisti esterrefatti per un 15% di schede nulle. (Dimenticatevi le schede bianche: in molti seggi - in che percentuale non so, ma alta - gli scrutatori se le dividono perché comprati dai partiti, apponendo croci come se piovessero). Beh, se la pensate così anche voi... annullate! Che sono stanco, molto stanco, di votare il meno peggio.

Già che ci sono (per colpa di Lilith) metto a nudo le mie convinzioni "religiose" con un test che c'ha azzeccato in maniera impressionante (è vero anche che c'è chi prega per me), ma non mi è ben chiaro cosa significhi essere satanisti, a parte chiamare un blog Devil's Trainers...

Qual è la religione giusta per te? (translated version for Italian users)
created with QuizFarm.com         You scored as Ateismo

Il tuo risultato è Ateismo. Sei... ateo, anche se forse lo sapevi già. Inoltre, probabilmente ci sono molte persone che pregano per la tua anima quotidianamente. Piuttosto che essere "non religiosi", gli atei credono fortemente nella non esistenza di un'entità superiore come Dio.

Ateismo

 
90%

Agnosticismo

 
85%

Buddismo

 
80%

Satanismo

 
80%

Paganesimo

 
75%

Islam

 
60%

Confucianesimo

 
50%

Induismo

 
20%

Cristianesimo

 
20%

Ebraismo

 
10%

Paranormale

 
10%

Nel mentre c'è chi, per fortuna, continua a opporsi.

Peter

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lunedì, 04 febbraio 2008

Auschwitz e Birkenau (2ª parte)
Irrealtà e le anime

Appena entrato ad Auschwitz ho provato una sensazione strana difficile da focalizzare. Poi ho capito. Era senso di irrealtà. Perché Auschwitz non sembra ciò che è. Sembra, piuttosto, un campus universitario. Un villaggio agrituristico. Una colonia estiva dove puoi mandare i figli. Bei caseggiati, erba verde (che ai tempi veniva mangiata), pioppi, betulle. E tanti alberi al di là... delle torrette di guardia e del filo spinato elettrificato, che tante persone ha aiutato a salvarsi da quella vita, "andando al filo".

Auschwitz (foto di Peter)
Auschwitz

Auschwitz (foto di Peter)
Auschwitz

Ma vedere solamente Auschwitz non avrebbe alcun senso. Perché la vera percezione del fenomeno la si ha a Birkenau. Auschwitz è un campo tutto sommato piccolo e con gli edifici in muratura. Birkenau, invece, è sterminato (sì, le parole a volte possono avere un'etimologia feroce), 2 km e mezzo per 2. Ed è qui che l'aberrazione era totale e completa, con i forni crematori davvero "efficienti" e 25 gradi sotto zero in baracche di legno con ampie feritoie.

Birkenau (foto di Peter)
Birkenau

Qui il senso di irrealtà è, se possibile, ancora più forte. E ancora di più quando arriviamo in fondo al campo. Dove c'erano i 4 forni crematori. Cerco di immaginarmi quelle persone appena scese dal treno, con la SS che aveva indicato loro di andare di qua, e quelli più forti invece di là. Quelle persone arrivavano qui e aspettavano di fare una doccia. Si sedevano per terra, donne, bambini, vecchi, molto spesso incoscienti di quello che sarebbe accaduto. Ci sono foto, sembrano persone che fanno un picnic. Ed è qui che l'irrealtà è forte. Perché i forni crematori sono in mezzo a un bosco bellissimo.

Birkenau (foto di Peter)
Birkenau (crematorio 4)

Birkenau (foto di Peter)
Birkenau (crematorio 4)

Margherita, la nostra guida spesso commossa, dice che qui, in primavera, è meraviglioso. Lei ci viene a passeggiare da sola, e incontra lepri, daini, uccellini ovunque. Così pensa che quegli animali abbiano dentro le anime di tutte quelle persone (lo senti che ogni zolla del campo è insanguinata e ha memoria di un orrore). Anche io lo penso, anche se non credo nell'anima. Ma tutta quella fuliggine, tutta quella cenere, si è depositata a terra, ha nutrito gli alberi, le piante e l'erba di cui le bestie si sono nutrite. Mi guardo intorno, e penso che sì, tutta questa vita, in questo posto assurdo, è una meravigliosa vendetta.

Tutti i luoghi sono ormai transitabili, sono conosciuti, sono pieni di traffici, tenute assai ridenti hanno cancellato dalla nostra memoria deserti un tempo famosi, i campi coltivati hanno circoscritto le foreste, gli animali domestici hanno allontanato le fiere [...]. Ormai ne' le isole, ne' gli scogli incutono piu' timore; dovunque sorge una casa, dovunque vive un popolo, dovunque vi e' uno stato, dovunque c'e' vita.
Tertulliano - De Anima

(Vedi anche il bellissimo post di Simona - Qui la mia prima parte)

Peter

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giovedì, 31 gennaio 2008

Auschwitz e Birkenau (1ª parte)
Il treno della memoria: 25-30 gennaio 2008

Ho imparato molto in questi giorni. Ho imparato, anche, per esempio, che per avvicinarsi a ciò che è accaduto bisogna, in ultimo, guardare profondamente dentro se stessi. E capire che nessuno è immune dall'orrore. Che tutti hanno un angolino, dentro, che può farlo diventare un carnefice, una SS. Tutti, nessuno escluso. Ma poi c'è la possibilità di scegliere. Per sopravvivere, scegliere di essere Uomini che si rifiutano di farsi spossessare della propria Umanità, nella migliore accezione, nonostante tutto. Come dice Carlo. Come scrive Primo Levi in Se questo è un uomo.

Primo Levi
Primo Levi

Allora per la prima volta ci siamo accorti che la nostra lingua manca di parole per esprimere questa offesa, la demolizione di un uomo. In un attimo, con intuizione quasi profetica, la realtà ci si è rivelata: siamo arrivati al fondo. Più giù di così non si può andare: condizione umana più misera non c'è, e non è pensabile. Nulla più è nostro: ci hanno tolto gli abiti, le scarpe, anche i capelli; se parleremo, non ci ascolteranno, e se ci ascoltassero, non ci capirebbero. Ci toglieranno anche il nome: e se vorremo conservarlo, dovremo trovare in noi la forza di farlo, di fare sì che dietro al nome, qualcosa ancora di noi, di noi quali eravamo, rimanga.

Prima di riflettere sui carnefici, si empatizza con le vittime in modo emotivamente dirompente. A me non dispiace avere freddo, avere la pancia quasi vuota, la testa pesante, l'unghia dell'alluce destro che fa male e sta per staccarsi. Non mi dispiace nemmeno sentirmi stupido nel non fare nulla per risolvere questi problemi per sentirmi (stupidamente) più vicino a chi ha vissuto problemi simili, in maggior numero e amplificati. Amplificati... di quante volte? Un numero infinito. Cioè fino alla morte, nel cui istante il numero infinito scende fino allo zero. E' un tentativo che porta invariabilmente al fallimento, ma ci si prova, sapendo il possibile e immaginando l'impossibile. Senza questo tentativo forse ridicolo, come si può tentare anche lontanamente di capire?

Peter

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giovedì, 15 novembre 2007

Scappo dalla città
La vita, l'amore e i cinghiali

L'amico Patrick mi manda questo sms:

La calma, il luogo ameno, la bellezza della montagna, la serenità del cielo, il mormorio delle acque, la tranquillità dell'anima, contribuiscono molto a far sì che le muse più sterili diventin feconde e producan frutti che riempiono il mondo di meraviglia e di soddisfazione.
Cervantes, Don Chisciotte

Perché per ora almeno metà settimana vivremo su, nell'alto Appennino bolognese. Nelle montagne che amo da più di quindici anni. A pochi chilometri da Enzo Biagi.

Necrologio Enzo Biagi (@ Farnè)

Durante il suo funerale a Pianaccio la gente ha intonato Bella ciao. Quando l'ho letto ho sentito un brivido. Perché secondo me non c'entra il comunismo (cos'è?) o la Resistenza della Seconda Guerra mondiale. C'entra... la Resistenza di oggi ("Resistere, resistere, resistere!" - ricordate?). L'ho interpretato non come un canto ideologico, ma come un canto di chi si oppone (tutti diavoli?). A tante, tantissime cose che non vanno bene e che ci stanno schiacciando.
L'altra sera mio padre mi ha detto che dopo aver letto Rovina ha notato l'orrore dei condomini che stanno costruendo, e ha provato rabbia. E prima no? gli ho chiesto. No, prima accettavo con tristezza, guardavo ma non vedevo.
Con questo spirito di non accettazione dell'assurda vita di città, per quanto possibile visto che per mangiare servono soldi, è dunque arrivato il momento di non farsi derubare (del tutto) del proprio Tempo, della propria Salute, del proprio Benessere. Della propria Vita. Andando qui, in ritiro a costruirsi. Lontano dal ronzio. Lontano dallo smog. Verde dei boschi. Bianco della neve. Aria che profuma. Camino acceso. Silenzio interrotto solo dagli uccellini, di giorno, e dai rapaci, di notte. E poi stelle. Molte stelle, finalmente visibili, senza le luci delle città.

Valle del Dardagna e "Riva" fotografate dal Monte Belvedere - Foto di Peter
Valle del Dardagna e "Riva" dal Monte Belvedere (Bo)

La "Riva" vista da Cà Vighi - Foto di Peter
La "Riva" vista da Cà Vighi

Anche questa è politica.

Peter (Ps: WALDEN è vivo e lotta insieme a noi)

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lunedì, 01 ottobre 2007

Reduce di guerra
Afghanistan

Pranzo di famiglia. C'è anche un trentenne che di mestiere fa il pilota di caccia. E' un ufficiale dell'Aeronautica, quella stessa accolita di supereroi che ha depistato e insabbiato il caso Ustica.
Dopo il pranzo, nel chiacchiericcio di tutti, si mette in un angolo e apre la sua valigetta per estrarre il computer. E' da poco tornato da una missione in Afghanistan lunga sette mesi. Un paio di anni fa è stato un anno intero in Iraq. Ancora prima è stato in Kosovo, in Libia, e poi in altri posti a fare delle cose che nessuno può sapere.
Di mestiere esegue gli ordini. Gli ordini sono di bombardare il punto segnalato nelle coordinate. Ribelli? Terroristi? Civili? Non importa. Esegui e basta.
Armeggia un po' nel portatile, in disparte. Potrà stare a casa in riposo fino a Natale. E' talmente bravo che volevano tenerlo là ancora un anno, ma lui ha detto no, grazie, vado un po' a casa mia. 
Poi c
hiude il computer. E sta lì. A parlare da solo.
E' un bel ragazzo il trentenne. E' sempre stato un tipo esuberante e sicuro di sé. Così mia madre va da sua madre. Non chiede nulla. Si siede di fianco a lei. La madre del pilota la guarda con uno sguardo che non è dato sapere.
"E' un reduce", dice. "Mio figlio è un reduce. Da quando è tornato... non è più lui. Fa cose che prima non faceva..."

Afghanistan - James Nachtwey
Fotografia di James Nachtwey

Nessuno sa cosa ha visto e vissuto. Ma forse è guarito, penso io. Ha capito, sebbene troppo tardi, cos'è la guerra. Che certamente la guerra non è un mirino da posizionare in un monitor mentre si fa roteare il culo a 10.000 metri di altezza, con l'adrenalina nel sangue e tanti soldi nel conto.
La guerra sono i civili che ammazzi per eseguire ordini di figli di troia messi lì da altri figli di troia, con nome e cognome. La guerra è anche la disperazione di chi amava quei corpi sbrindellati. La guerra è il gasdotto che deve passare dal tale punto per risparmiare. La guerra è la coltivazione d'oppio tanto utile per i fondi neri di cui la Cia ha bisogno, così che dall'invasione la produzione annua è aumentata a dismisura. La guerra è lo stabilimento Eni a due passi da Nassirya, coi carabinieri che capiscono solamente là il reale motivo della loro presenza, cioè difendere il petrolio. Prima non lo sapevano...
La guerra è anche questo trentenne colpevole della propria ignoranza, che ha pagato caro, sulla propria pelle, l'aver visto troppe volte da adolescente Top Gun.
Ma io non so cos'è la guerra. So però che sarei un disertore.

Peter
auspicando l'avvento di nuovi tabù

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sabato, 07 luglio 2007

Più di uno, meno di due
Naturalmente dedicato

Simo & Peter
Simo & Peter
(Marina di Alberese - GR)

Ogni istante come un anno. Quasi avessi vissuto sei vite in tre mesi, sulla via dell'immortalità. Perché con lei sto talmente bene che se penso all'Iraq mi sento in colpa. Poi però mi dico che la felicità - qualsiasi cosa sia - è anche questo, esiste e ha il suo sorriso. E il tuo sorriso mi fa capire, giorno dopo giorno, che ogni orgasmo d'amore è un atto rivoluzionario - contro il brutto, la violenza, l'orrore, lo squallore.
Ho sempre pensato un po' utopicamente che il mondo ha bisogno di bellezza, e che dalla bellezza tutto consegue. E anche questa è politica, che sia vita, che sia amore o che sia scrittura. E' un flusso unico. Un flusso in cui è necessario lasciarsi andare, e trovo sia meraviglioso poterlo fare tenendosi per mano, di tanto in tanto.

Peter

[...] L'occhio ti scorge / semplificato dalla distanza / in un'origine, / testa fiammante di petali / in esplosione infinita. / Il calore è l'eco del tuo / oro.

Coniato là, / sulle linee / solitarie dell'orizzonte, / tu esisti apertamente. / I nostri bisogni d'ora in ora / salgono e poi, come angeli, ritornano. / Tu sei come una mano che si apre / e che in eterno dona.

Philip Larkin, Solare (in Finestre Alte)

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domenica, 27 maggio 2007

Blogstars de noantri
A imperitura memoria d'una romanissima cena

Breve parentesi 'gnorante, che regolarmente in questo blog compare a cadenze più o meno regolari ad allietare i cuoricini stracchi di voi blog-dipendenti. Già ebbi modo di gloriarmi d'aver avuto incontri estremi. Ora è giunto il momento di incidere in questi pixell altre immagini di gloriosi busti che per sempre rimarranno a memento. Che le nuove generazioni prendano pure spunto.

Hubrys e Tor3
Da sinistra: Hubrys, mentre ride di sguaiatamente a una irresistibile battuta del fotografo Peter (e come potrebbe essere altrimenti?) e Tor3, mentre tenta di sedurre la sua compagna (sua di Tor3, fuori inquadratura) fumando distrattamente ma avidamente, e concionando sul tema: "Metafisica dei Tool, Andrea Pazienza e cucina calabrese: una parte per il tutto e viceversa".

Tor3, Peter e Hubrys
Da sinistra: Tor3, travestito (o sfigurato) in modo convincente in Igor/Marty Feldman, poi Peter, nel disperato e vano tentativo d'essere bello in modo assurdo e infine Hubrys, travestito in modo ancor più convincente in se stesso, colto nell'istante preciso in cui ha una premonizione sul colpo di stato sventato a Kiev, incredibilmente, alcuni giorni dopo.

Seguono nei commenti altre imperdibili fotografie parte del pesissimo reportage della serata.

Peter

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giovedì, 24 maggio 2007

Nella Basilica di San Pietro, Roma
Pensieri, parole, opere e...

Spoglie di Papa San Pio X - Foto di Peter
Spoglie di Papa San Pio X, particolare
Foto di Peter

Vagando come in sogno sbagliato fra turisti provenienti da tutto il mondo (e così simili) che corrono, fotografano compulsivamente, urlano, piangono, non vedono quel che guardano, spingono, fruiscono meraviglie come se fossero in una televendita con pentole da accumulare, mi sono soffermato a guardare questo uomo disteso, morto da quasi un secolo, ma ancora lì, ad alimentare morbosità, che è la morbosità propria di ogni reliquia. E ho pensato: eccola lì, la Chiesa. Eccolo, il Cattolicesimo. Una mummia rigida, annerita dal tempo, seccata, dietro a un vetro e a una grata di ferro, isolata da tutto, immobile e illuminata da neon, come una bistecca al supermercato, dentro a un frigorifero per evitare putrefazione e vermi. Una salma/relitto tenuta insieme per miracolo, ingioiellata e vestita in modo ridicolo, agghindata come chi vuol distrarre l'osservatore da quel che sta guardando. Io ho visto del grottesco involontario. E il punctum dell'immagine intera, per dirla alla Roland Barthes, stava in quell'anello arrogante e inutile, stridente, grosso, preziosissimo, immorale, lontano da qualsiasi misticismo, da qualsiasi pietà. Osservando tutta quella gente colta da empia isteria turistica (così li vogliono), ho pensato, con un'ondata di benessere a far da contraltare, a quando sarei arrivato a casa e avrei visto S. sdraiata sul divano a leggere. E ora penso che sono due mesi che amo. E ogni giorno, un giorno dopo l'altro, ognuno riparatore, nessuno sa fino a quando, è come tirare un sospiro di sollievo. Da cosa? Dal nulla scansato. Dallo squallore. O da mani morte inanellate, esposte senza alcuna grazia.
Grazie bellezza.

Peter

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giovedì, 12 aprile 2007

Kurt Vonnegut
1922-2007

Kurt Vonnegut
Kurt Vonnegut

A lui sono molto legato. Parlo al presente perché i suoi libri rimangono, e questo forse è il grande fascino dell'arte. Una forma di immortalità. Soprattutto sono legato a Mattatoio N. 5, letto quest'estate in vacanza al mare con alcuni cari amici. Una bellissima vacanza, un preludio... E un libro incredibile, in cui Vonnegut affronta il tema della guerra (che ha vissuto) come mai nessuno prima aveva fatto. 
E poi, credendo per un attimo ai misteriosi giardini dei sentieri dei destini incrociati (Borges + Calvino), l'avevo sentito leggere, circa tre anni fa, allo Zò Café di Bologna, una sera apparentemente come tante, da una donna bellissima e intensa con una altrettanto intensa e bellissima voce, che mai avrei pensato di vedere e udire ancora. Per di più così vicino. E così dentro. Totalmente.

"Ci sono centinaia di buoni motivi per combattere" dissi "ma neanche uno per odiare senza riserve, e per credere che Dio onnipotente sia d'accordo con noi. Dov'è il male? E' quella parte di ogni uomo che vuole odiare a tutti i costi, che vuole odiare e avere anche Dio dalla sua. E' quella parte di ogni uomo che trova tanto attraente qualsiasi genere di brutalità. E' la parte di ogni imbecille che vuole punire, avvilire, e gode a fare la guerra."
Kurt Vonnegut, Madre notte (1961)

Agli altri o a se stessi, è quella parte di noi da "combattere". Per esempio con la bellezza. E Vonnegut, di bellezza, ne ha sparsa molta nel mondo, con la sua preziosa ironia.

Peter

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venerdì, 30 marzo 2007

L'albero della vita
Dedicato

Primo appuntamento.
Lui (entusiasta): Ti va di andare a fare un bel giro all'Ikea? Eh?! C'è anche il ristorante, dentro! E mobili con nomi ve-ra-men-te spassosi! Io e i miei amici passiamo intieri sabati là dentro a ridere come matti!
Lei (cercando di controllarsi): Ma, non so. Non mi piacciono molto quei posti. Troppa confusione. E un certo grado di squallore...
Lui (non domo): Ah. Mh. Allora che ne dici di andare a vedere Bologna-Rimini? Sarà una grande partita!
Lei (attonita): Veramente... il calcio non mi interessa.
Lui (sperduto): Un gelato alla baracchina della zia Tonina?
Lei (afflitta e definitivamente pentita): Ma è marzo, ci sono 4 gradi...
Lui (posseduto improvvisamente dagli spiriti di Georg Trakl e Gottfried Benn): Allora andiamo a fotografare cimiteri.
Lei (incredula e quasi commossa): Ecco. Già va meglio. Andiamo.

Così (mi hanno detto) andarono a fotografare cimiteri. Si ritrovarono fra sperdute montagne, in un piccolissimo cimitero quasi sempre in ombra, nel mezzo di un grande bosco, vicino a un torrente. Con macchie bianche di neve vecchia e l'aria profumata della neve che sarebbe caduta abbondantemente di lì a poco. E vagando con grazia fra antiche storie sepolte di persone sconosciute scattarono una foto simile a questa:

Tomba fiorita

Una foto semplice, che però trovo splendida. Però? Perché ho scritto però? La più grande bellezza possibile forse sta proprio nella semplicità.
Una tomba di uno sconosciuto. Si chiamava Sante. Non so nient'altro. So però che la sua morte (di vecchiaia?) ha consentito a una pianta di vivere e fiorire.
Questo mi fa venire in mente un bellissimo film, uscito da poco. Si intitola L'albero della vita (The Fountain), ed è diretto da Darren Aronofsky, regista che adoro. Un film che è limpida espressione dell'Occidente, lo stesso Occidente che causa morte e dolore senza troppi problemi, ma che rimuove la morte dei propri abitanti come fosse una maledizione eterna. Si accettano cure che spesso peggiorano la qualità della poca vita che rimane. Ci si accanisce. E poi si muore in ospedale, soli. E si piange per la morte del nonno novantenne. Si fanno, insomma, un sacco di cose stupide. Totalmente contronatura. E io penso che la Natura dovrebbe tornare a essere il metro di giudizio di ogni cosa. E in Natura, se ci sono troppi animali in un determinato habitat, un po' di quegli animali muoiono di fame (ugualmente a ciò che accade fra gli umani, ma altrove, sempre altrove, lontano da noi) e torna l'equilibrio (tranne che fra gli umani), e le specie possono vivere e prosperare. La morte insomma, in Natura, è vita, semplicemente (Tiziano Terzani, uno a caso, ha cercato di raccontarcelo nei suoi ultimi due libri). Come una pianta di fiori di San Giuseppe che cresce e fiorisce rigogliosa su una tomba. Che è una cosa splendida, a ben guardare. Ed è sicuramente splendida la persona che ha pensato di piantarla nella terra in cui, poco sotto, è sepolto Sante. Fonte di nuove forme di vita. Parte del tutto.
Questo fotogramma, tratto dal film, è una delle immagini più rappresentative che ho mai visto in vita mia riguardo all'abbandono - alla vita? all'amore? alla terra/cosmo? al tutto? non importa. Ma ogni tanto ognuno di noi dovrebbe avere la fortuna di potersi inarcare così:

Un fotogramma del film "L'albero della vita", di Darren Aronofsky

Cosa che forse non fece mai Carlo Michelstaedter, un altro "rimosso".

Carlo Michelstaedter

Carlo scrisse una poesia che a leggerla adesso sembra quasi una cantilena ipnotica di un film horror. Mette i brividi. Perché è semplice. Disperata. Ossessiva.

Vita, morte,
la vita nella morte;
morte, vita,
la morte nella vita.

Noi col filo
col filo della vita
nostra sorte
filammo a questa morte.

E più forte
è il sogno della vita -
se la morte
a vivere ci aita

ma la vita
la vita non è vita
se la morte
la morte è nella vita

e la morte
morte non è finita
se più forte
per lei vive la vita.

Ma se vita
sarà la nostra morte
nella vita
viviam solo la morte

morte, vita,
la morte nella vita;
vita, morte,
la vita nella morte.

Carlo Michelstaedter, Il canto delle crisalidi
Poesie, ed. Adelphi 1987

La scrisse nel novembre del 1909. Dopo poco meno di un anno si sarebbe sparato in testa, a soli 23 anni, non prima di aver finito di compilare le note critiche della propria tesi di laurea, uno dei libri più importanti del Novecento italiano, che si intitola La persuasione e la rettorica.
Col gioco dei "se": se avesse visto quella tomba fiorita... avrebbe mai scritto questa poesia? Il film di Aronofsky in fondo cerca di fare la pace con questi versi. Di conciliarci con l'ineluttabile, che in quanto tale non può essere sbagliato. Di lenire il michelstaedter che è in ognuno di noi, che non si persuade. Trasmettendocene un po', di quella strana pace che dovrebbe essere norma. Come in un silenzioso cimitero di montagna. Con vecchi, grandi e scuri alberi, e uccelli che cantano forte sui rami, invisibili, nell'ora che precede il buio. E due nuovi sorrisi, nel mondo.

Peter

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martedì, 23 gennaio 2007

Commozione

Ritratto di Peter
Peter visto dai due artisti concettuali DjAndrea e T0r3

Due grandi professionisti della risata grassa, qui e qui, hanno pensato bene di omaggiare la mia persona a imperitura gloria con un monumento equestre da porre in piazza San Pietro a Roma. Fedele il ritratto a tempera, pastello e bronzo. Mentre sono solo vilissime illazioni quelle che si riferiscono alle mie (indubbie e indiscutibili) capacità culinarie. Alla fin fine comunque trovo che sia un invidiabile coccodrillo. Autorizzo il Tg4 e Verissimo a utilizzarlo, il giorno lontanissimo in cui volerò sulle nuvolette al fianco di Padre Pio e di Pinochet.

Peter

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venerdì, 12 gennaio 2007

Catene
Sant'Onan, protettore dei bloggers, prega per noi

1. Grazie a mastro Hubrys potrò dare finalmente sfogo al mio ego, contribuendo alla causa della catena delle Cinque Cose che non sapete di Me.

1) Di quella volta che il Nostro a 8 anni si stiacciò l'indice destro chiudendo la portiera del paterno veicolo, comprendendo senza indugio alcuno che stiacciarsi i diti è male, e che la via da perseguire è quella dell'estremo edonismo (che però, al contrario di una ferita aperta fino all'osso e di copioso sangue munita, nol consente l'evitare un dì di squola).
2) Di quell'entusiasmante tratto di vita in cui, implume e minorenne, per tre lunghi anni rubò le chiavi della materna auto per scorrazzare tutta notte con gli amici per buie, misteriose et insidiosissime rotabili di montagna immerse nel bosco. E di come ridusse li pneumatici a molli carcasse di tela, e di come rischiò la vita più volte, comprendendo alfine che - vedi fine punto 3. [Gommista: "Ah però signora, ci va pesante eh?!" Rivolgendo poi il suo sguardo maligno verso il Nostro, quindicenne, che nulla disse tranne: "Eh beh le curve... la montagna... mamma mi dai due sacchi che vado a comprarmi un gelato?".]
3) Di quegli anni in cui il Nostro spalancava il gas delle proprie motorette sempre e comunque, convinto, ai 160 sui viali e ai 180 nelle strade di campagna, che sarebbe un giorno diventato un professionista del motomondiale. E di come dovette qualmente abbandonare l'adolescenziale disio quando gli chiesero 30 milioni di vecchie lire per partecipare al merdosissimo campionato italiano di Sport Production 125, facendogli fortunamente comprendere che i libri fanno polvere e tengono molto posto, ma che, fuor di metafora, non son pericolosi, costano poco e forse dan qualcosa in più che girare in tondo in pista come una cavia isterica.
4) Di quella volta in cui fu fedelissimo fidanzato per sei lunghi anni, e di come poi si pentì, affogandosi di notte in Ceres, danze, etcetera e sublimando di giorno in compulsivi scatti di fedelissima reflex. E di come si empì del fraterno amore di amici ai quali sarà sempre debitore. 
 

Alba - Foto di Peter  Alba - Foto di Peter

5) Di come qualmente, infine, Egli rifiuti di inventarsi cose solo per riempire il quinto punto, e di come ne faccia un valore esistenziale imprescindibile, a costo di morire solo e in povertà.

Il virulento testimone vien passato subitaneo dal Nostro untore agli esimi: Taoquack, Ulivegreche, Dj Andrea, Patrick e Mami Pulc3tta.

2. E ora la seconda catena (liberamente adattata), che grazie a Raqqash mi consentirà di bluffare come piace tanto a noi pokeristi della domenica.

Giuoco del libro più vicino

  • Prendi il libro più vicino.
  • Sfoglia sino a pagina 123.
  • Conta le prime 5 frasi della pagina (circa).
  • Riporta nel blog le 3 frasi seguenti (circa).
  • Suggerisci il gioco ad altri 3.

Il libro a me più vicino, dopo attento esame dei molti libri vicini che sono sulla mia scrivania, è L'Adalgisa, di Carlo Emilio Gadda. Il brano:

Il bibliotecario capo dell'associazione fra i coltivatori di pere (con sede a Pastrufazio) che, manco a dirlo, avea villa e peri in quel di Lukones, nel numero di novembre 1930 del periodico dell'associazione, intiolato "La pera", sviluppò anzi una sua curiosa tesi filologica, in onore non si sa bene se dei Pirobutirro o delle pere butirro, e cioè che "hacer una pera", nell'idioma di Castilla la Vieja, significasse compiere una grande azione.

Il fetido testimone vien passato, per far loro un grande favore, a Amelia, Ucalcabari e Sahishin.

Peter

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domenica, 17 dicembre 2006

Letizia natalizia
Il bue, il bambino Iesus e l'asinello

Una umile candelina rossa adornata d'un festoso alborello in pregevole bassorilievo, su consona purpurea base. Una fiammella eternamente guizzante che scaldi i vostri cuoricini stracchi e malvisti, acciocché vi ritempriate dalle gelide fatiche invernali del vivere e dal quotidiano stress del consumo. Perché la letizia del Natale vi colga - preparati e in buona salute. Accettate questo picciol dono. Così sia, ame.

Sacra conversazione

Da sinistra: il bue Nobless Marcossi (Comandante in Capo della Letizia Natalizia e delle Borse Regalo); il bambino Acsel (Premier indiscusso della Letizia Natalizia, democraticamente eletto per Partito Preso); l'asinello Peter (Ministro degli Interni Natalizi e della Giocondità Perplessa).

Peter

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domenica, 12 novembre 2006

Stefano Bollani e Giovanni Allevi
Fine di una lettera aperta mai scritta

Stefano BollaniGiovanni Allevi
Stefano Bollani e Giovanni Allevi. Pianisti.

...infine trovo interessante che il vostro vissuto, le vostre mani insanguinate dall'esercizio, il vostro stomaco, i vostri brividi e tutto quello che usate per suonare la vostra musica abbia un ruolo così importante nella colonna sonora che compone le mie giornate. Ci siete quando faccio il caffé, quando leggo, quando scrivo, quando faccio l'amore e quando fisso il muro senza accorgermi che è il muro bianco della mia camera (smettetela di fare i guardoni).
Con le vostre note quel muro si accende e diventa il finestrino di un treno, e io guardo il paesaggio in movimento con la fronte appoggiata al vetro freddo e un po' sporco. Torno bambino, e nel sedile di fronte al mio ci sono seduti, stretti stretti, sogni e amore idealizzato, mentre fuori, nella penombra blu dei tramonti nuvolosi dell'inverno, passano campi e colline e case che sembrano abbandonate. Come il telescopio è uno strumento che potenzia la vista, la vostra musica è uno strumento che amplifica le mie emozioni e fa correre la mia mente, facendomi vivere altre dieci vite.
Poi torna il silenzio. E torno anch'io. Diverso da prima. In pace e un po' stranito. Come se la felicità, passandomi vicino, mi avesse appena sfiorato per poi farmi una linguaccia divertita. Sorrido. Ora le cose del mondo non sono più dietro ai miei occhi, ma davanti, come le persone perbene dicono debba essere, ma io non li ascolto. 
Il muro bianco è ridiventato nient'altro che un muro bianco, costruito anni fa da mani preziose come le vostre. Solo molto più grosse e callose. Sorrido ancora. Guardo fuori dalla finestra. E premo di nuovo il tasto 'play'.


Peter

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lunedì, 06 novembre 2006

Itaglia faccista
Tra Bocca e Miyazaki

Giorgio Bocca

Ieri sera Giorgio Bocca ha detto a Che tempo che fa (in televisione!) una grande verità. La maggioranza degli italiani è di fatto fascista, o ha una mentalità riconducibile al fascismo.
La mia è una famiglia di partigiani e donne che facevano la staffetta nascondendo pistole nelle ceste di frutta. E se noi siamo qui a farci le pippe a vicenda è soprattutto grazie a loro e a chi non si è fatto e non si fa comprare (al contrario di Pansa).
Un lievissimo omaggio a Bocca e ai miei vecchi che da quando son nato mi raccontano storie di guerra, usando uno dei capolavori di Hayao Miyazaki, regista di cui sono ormai schiavo intossicato.
Il film è Porco Rosso (1992), è ambientato nel nord Italia e nell'Adriatico ai tempi del fascismo (anni '30). Il protagonista ricalca la figura del Barone Rosso, famoso pilota d'aerei, e ha la faccia da maiale a causa di una maledizione (in ogni film di Miyazaki c'è una maledizione da riscattare).
Scambio di battute tra l'amico, pilota dell'esercito, Ferrarin e Marco-Porco Rosso, cacciatore di taglie nel cielo, fuorilegge e ricercato.

"Rientra nell'aviazione, Marco. Potrei ancora farti reintegrare."
"Meglio maiale che fascista."

Porco Rosso - di Hayao Miyazaki (1992)

Peter (ricordo anche il bel post che fece Acsel tempo fa)

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giovedì, 27 aprile 2006

Eccoci
Molto piacere

Vista la brusca virata (più corretto deriva) editoriale di questo blog improntata all'ignoranza belluina verificatasi nei commenti del post precedente per colpa dei soliti sparuti vandali no-globi (ora una virgola), dopo due anni e mezzo di onorata e rispettata attività ci mettiamo la faccia, con alcuni evidenti effetti collaterali.
Io mi presento, il compare Acsel lo fa suo malgrado, visto che è ignaro di questo post aggressivo e arrogante. Gli altri due invece non possono far altro che subire la mia sanguinosissima e puntuale atroce vendetta (ora basta aggettivi). 

Da sin. Dj Andrea, Ulivegreche, Peter e Acsel, immersi nei fumi dell'alcol e nei fumi dei fumi, intenti ad apparire affascinanti con risultati peraltro - financo - non trascurabili. Anche se solo uno ci riesce alla grande.

Peter

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mercoledì, 26 aprile 2006

Piccolo linguaggio antico
Minuscolo scorcio dell'Italia di quattro decenni fa - con in allegato i recenti sviluppi

Il linguaggio esprime mondi, reali e mentali. O forse il mondo esiste perché c'è un linguaggio a descriverlo e sistematizzarlo.
Ho aperto oggi un libro profumato di carta attempata del 1962. E' l'Orlando Furioso di Ludovico Ariosto, edito da tale Carlo Signorelli Editore. Era un libro per le scuole medie superiori con introduzione e note di tale Giuseppe Lipparini. Nel frontespizio la firma di mio padre e una data, 1965. Mi imbatto nei seguenti brani dell'Introduzione del sovracitato curatore:

Là (Ariosto, ndr) visse felice sino alla morte, limando e correggendo le ottave del suo poema e terminando di comporre le Satire. Lo consolava l'amore della moglie Alessandra, dalle cui labbra apprendeva, e se ne giovava, la schiettezza dell'idioma fiorentino; e attendeva anche a coltivare il suo orticello, ma con poca fortuna [...]
Vi è in lui, oltre la ricchezza straordinaria della fantasia e lo splendore dei versi e delle immagini, una ironia finissima e signorile che spunta qua e là per il poema e ne accresce mirabilmente la grazia. Questa bellezza graziosa o questa grazia bella è la principale virtù del poema, da cui derivano tutte le altre. Non vi sono disuguaglianze e squilibri; ma una armonia per cui la passione grida ma non urla, e il comico ride ma non sghignazza. [...] Come fluiscono rapide e facili le sue ottave! Come la loro musica canta italianamente melodiosa ai nostro orecchi dopo quattro secoli! Noi non crediamo più agli incantesimi e alle isole fatate: ma chi di noi non pensa talora a quegli incantati paesi di là dai mari lontani, dove la natura è meravigliosa e le fate belle attendono nei giardini di sogno i viandanti?

Penso con affetto a mio padre e ai suoi compagni, adolescenti in giacca e cravatta che passavano parte del loro tempo su costruzioni formali e sintattiche di questo tipo, maschere di un mondo che non esiste più, espressioni di un sistema pedagogico obsoleto, sorpassato, borbonico che conserva però una indefinibile (per me) forma di fascino. Uno pensa agli anni '60 e sono vicini... ma riflettendo sulla forma mentis che esala da questa prosa sembrano lontanissimi. Quasi è più vicino a noi il greco in cui redigeva i suoi Ricordi Marco Aurelio.
Quante e quali differenze con l'oggi? Si possono dare giudizi di valore? So che adesso non lo so. Ma continuo a essere affascinato dai cambiamenti che questo popolo ha attraversato in così pochi anni. Mi chiedo: qual è stato il meccanismo? Domanda che mi pongo tenendo sulla scrivania una foto dell'entrata degli studi Mediaset come memento.

Peter

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mercoledì, 29 marzo 2006

Quindi?

Mi innervosisce parecchio chi erige muri in ogni direzione. Chi ironizza senza sapere che l'ironia attua un ribaltamento, dunque propone alternative. L'ironia senza un'alternativa è un sorriso vuoto e un po' coglione, è qualcosa di sterile, di completamente inutile. Mi manda in bestia. Perché ogni giorno che passa voglio che la vita mi lasci uno strumento in più per capire e agire di conseguenza. Per l'immobilità protratta di beckettiana memoria c'è la bara, non il qui e ora.
Io la penso così. Ma cerco di vedere i lati positivi delle cose, gli spiragli, le crepe in cui si può entrare per agire, dopo un'adolescenza di pessismismo fine a se stesso che era solamente una scusa per tirarmi fuori da tutto e non dovermi pentire di niente. Era un atteggiamento, un atteggiamento frutto dell'ignoranza. L'inazione può essere moltissime cose, per esempio la fine. E si sa che l'unica vera fine è la morte. L'azione, il FARE le cose, invece di porre continui ostacoli, ci consente di non avere rimpianti, in punto di morte. E, incidentalmente, di migliorare qualcosa, compresi noi stessi, vivi. Dare addosso a tutto e a tutti non porta a niente. Ma il nulla, si sa, fa tendenza, e il discorrere inane ne è la sua potente Voce. Come non provare un moto di stima verso chi, consunto e macerato dall'esistenza matrigna, va incontro al proprio destino vacuo e beffardo, conscio dell'inconsistenza del vivere? L'infinita vanità del tutto... Che luogo caldo e accogliente! 

Peter

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venerdì, 10 marzo 2006

Zio Buk
"La cosa più immensa della bellezza / è capire che è scomparsa"

Non so perché non ho mai parlato qui di Charles Bukowski. Zio Buk è l'autore che sento più vicino, più intimo.
A 14 anni Stephen King mi iniziò alla lettura. A 16 anni Bukowski mi iniziò alla letteratura, salvandomi la vita.
Ne parlo ora perché mi sto leggendo l'ultimo libro di poesie che ha pubblicato
Minimum fax, "Il primo bicchiere, come sempre, è il migliore".
Forse non ne ho mai parlato per due motivi: perché lo do per scontato (chi scrive di quanto è notevole respirare o deglutire? boh, forse Baricco), e per pudore. Quel pudore che si ha grazie alla profonda intimità con una persona con cui si è passato tante ore, a cui segue totale rispetto. I suoi 40 libri che tengo vicini al letto (inconsciamente li ho messi lì, noto ora), letti due volte nel corso di 11 anni di ininterrotto rapporto, me lo ribadiscono.
Questo sproloquio, comunque, è solo una scusa per mettere questo Suo estratto:

ci ho messo 15 anni a rendere umana la poesia / ma ci vuole ben altro che me / per rendere umana l'umanità. // le anime buone non ce la faranno / l'anarchia non ce la farà / i neri / i gialli / gli indiani / i chicanos / non ce la faranno. // io credo nella forza della mano insanguinata / io credo nel ghiaccio eterno / io credo che si muoia / con le labbra blu e un sorriso beffardo che attraversi l'impossibilità / di noi stessi / sdraiati di traverso su noi stessi. [dalla poesia Per certi amici]

La mano insanguinata...

Peter

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mercoledì, 25 gennaio 2006

David Sedaris

Ieri sera il grande umorista David Sedaris, americano di origini greche che vive sei mesi a Parigi e sei mesi a Londra, ha presentato il suo nuovo libro intitolato Mi raccomando: tutti vestiti bene (Mondadori Strade Blu) alle Scuderie di Bologna. Trainava inutilmente la Iena Pellizzari, suo estimatore di lunga data.
Finito il divertente incontro-intervista-lettura, nonostante la lunga fila di persone in attesa di farsi firmare la loro copia, Sedaris, prima di autografare, intavolava una conversazione con ognuno. Dopo ho scoperto perché: in base alle risposte che dai lui ti costruisce su misura la dedica. L'ho scoperto a casa, quando ho letto le dediche dei tre libri che gli ho fatto firmare, ridendo più di quanto rido nel leggere la sua roba.
A voi il gioco di indovinare il tipo di conversazione che abbiamo avuto in base alle dediche che mi ha fatto.
Primo libro, Holidays on Ice: "Forza Italia!";
Secondo libro, Mi raccomando: tutti vestiti bene: ha cancellato il proprio nome nel frontespizio e lo ha sostituito con "Bruno Vespa", legandolo al mio nome con una lunga freccia;
Terzo libro, Me parlare bello un giorno, essendo io l'unico lì con tre copie dei suoi lavori: "Thank you for making me rich".

Peter

Conversazione che riporto tradotta in italiano.
DS: Studi qui a bologna? Sei un medico?
P: Sì a Bologna, ma studio italianistica.
DS (estraendo dalla tasca della camicia il suo taccuino): Allora ti dico chi è il mio scrittore italiano preferito... (legge) Brunou Vespah!
P: Odio Bruno Vespa! E' il ministro della propaganda di Berlusconi!
Traduttore (inserendosi con enfasi): Vedessi cosa si è appuntato in questi giorni che è in Italia!
DS: Abiti in una casa o in appartamento?
P: In appartamento.
DS: E costa molto un appartamento qui?
P: Sì, molto...

E' dunque lecito supporre che ci saranno amarissime risate per i lettori italiani di Sedaris... Un suo racconto su Vespa o sugli invasati di Forza Italia è roba che va letta.

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sabato, 14 gennaio 2006

Mark Lanegan

Il numero di gennaio di Jam dedica dieci pagine a Mark Lanegan e lo mette in copertina (insieme alla sempiterna esca/copy-sellers Kurt Cobain, pace all'anima sua).
Sta per uscire un suo nuovo album (qui quello del 2004), fatto insieme a Isobel Campbell, ex cantante dei Belle and Sebastian. Sembra molto interessante. Esce il 27 gennaio. Si intitola Ballad of the Broken Seas. Lui è la voce più profonda della storia della musica, lei è... Heidi. Bel mix, l'attesa mi lacera le carni e mi consuma dentro come l'alcol consuma l'alcolizzato, come l'eroina consuma l'eroinomane, come il gioco consuma lo scommettitore, come... basta checcazzo.
Tutto questo per dire che quando esce un nuovo album di Mark Lanegan (o, in misura minore, dei Radiohead e dei Tool) io torno quel bambino di nove anni che, varcata la soglia dell'ingresso del luna park, non stava nella pelle, si agitava saltellando entusiasta e voleva fare tutte le giostre tutte in una volta. E badate che non si scherza con l'ebefrenia!

Peter

(Post dedicato a fratello Acsel, che un bel giorno di 8 anni fa, nella mia camera, mi prestò con fare disattento un album che aveva noleggiato per caso. Il titolo dell'album era Scraps at Midnight, album minimale e notturno che contiene Praying Ground, canzone che, per qualche sinistro e insondabile motivo, è una delle mie preferite in assoluto. Grazie Acsel.)

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giovedì, 12 gennaio 2006

La Testa di Neve

Inverno 2105. Fra disabitate montagne.

Ho fatto una Testa di Neve. Non so chi sia, né come si chiami, ma le voglio già bene. Mi ci sono impegnato. Avevo le mani gelate ma volevo finirla, fare un buon lavoro. È calva, bianca, ha il cranio leggermente a pera, un gran nasone, occhi infossati ma vispi e un largo profondo sorriso. Ricomincia a nevicare forte.


Dopo un’ora di Bufera la Neve che le si è depositata sopra l’ha trasformata secondo il suo gusto e il suo volere. E qui la regola è che il volere della Bufera di Neve è l’unico volere in grado di potere. A me non resta che guardarla, mentre tutto, a perdita d’occhio, viene percosso dal Vento e la Neve cade, si insinua e rimodella la Testa e il Mondo.

Ora la Testa di Neve ha gli occhi tristi e quasi chiusi. La bocca è contratta in una smorfia di dolore. Ha il volto di un uomo che sta per morire.

La Bufera infuria. La Neve sta coprendo ogni cosa, il Vento la sistema in ogni angolo, e tutto è bianco. Sarà un durissimo lavoro per il Sole riportare alla luce, con la sua Luce, le cose del Mondo così come sarebbero senza essere coperte dalla Neve. Le cose scoperte le trovo belle. E una temperatura più mite la preferisco. Ma gli Alberi sono grandi e resistono. Sempre.

Dopo due ore di Bufera la Testa di Neve è un ricordo. È affogata, morta e sepolta dalla stessa crudele materia di cui era fatta. Me la immagino, là sotto: attonita, braccata, in un inesorabile e gelido nulla. Mentre questo orrore bianco continua.

La Testa di Neve, da questo momento, esiste solo in queste parole. E queste parole esisteranno solo mentre le scrivo, perché qui non c’è più nessuno che può dare loro la vita leggendole.

Ecco, ho finito. Già non esistono più. Già non esiste più niente di quanto ho scritto finora. Primo, perché come dicevo sono solo. Secondo, perché ho scritto per muovermi, per sopravvivere a questo freddo. Con un ramo. Sulla Neve.
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sabato, 03 dicembre 2005

Fango e diarrea

Sono le 20.40. Sto guidando. Vedo una macchina scartare improvvisamente un'altra macchina per superarla. I loro fari sono abbastanza lontani. La macchina in sorpasso - tanto brusca è stata la manovra - sbanda perdendo il controllo. Le sto andando incontro. Sembra vada piano. Tolgo il piede dall'acceleratore. Sento lo stridore dei suoi pneumatici. Dallo schermo cinematografico che è il parabrezza della mia vettura vedo che prima sbanda a sinistra, poi controsterza e va a destra. Verso di me. Verso la mia corsia. Penso: "Ora si fermerà". Penso: "Non può succedermi nulla, sarebbe stupido, devo far da mangiare alla Malmostosa...".
Capisco che non si fermerà mai, quella macchina impazzita. E non capisco dove diavolo sta andando. Freno più che posso. Mi sfreccia davanti attraversando la mia corsia in contromano, butta zolle di fango addosso alla mia macchina, esce dal lato destro della mia carreggiata, sfrecciando a poco più di un metro dal mio muso. Prosegue nel fosso, capottando.
Mi fermo. Respiro. Bestemmio. Prendo il cellulare nel caso probabile che si siano fatti male. Esco dalla mia macchina, mi incammino verso quelle lamiere di Mondeo station-wagon nera, finalmente immobile. Chi la conduceva è già uscito dall'abitacolo, illeso. Mentre parla mi rendo conto che oltre a essere in stato di shock egli è, soprattutto, ubriaco. Avrà 35 anni.
Sento la mascella stringersi. Dice qualcosa, ma me ne vado subito, conscio del fatto che se rimanessi lì gli romperei come una furia tutte le ossa che non si è rotto con l'incidente.
Destini incrociati... sentieri che biforcano...
Penso a tutti coloro che amo. Penso che due minuti prima sarei potuto morire in modo molto stupido, e precoce. Sento rabbia. Perché ho ancora molte cose da creare, sogni da realizzare, persone da amare e procreare. Morire sarebbe stato un inconveniente estremamente sgradevole.
Giunto dalla Malmostosa (mio camino), inetto a qualsiasi azione se non scaricare lo stress nel water, la guardo prepararsi da mangiare, le dico quello che non avrei mai potuto dirle se fossi morto. E penso ai miei amici più cari, preziosi come la Vita. Loro sanno di chi parlo.
Ai miei genitori decido di dirlo il giorno dopo, sennò non dormirebbero.

Peter

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martedì, 29 novembre 2005
A poco a poco la fiducia si affievoliva. Difficile è credere in una cosa quando si è soli, e non se ne può parlare con alcuno. Proprio in quel tempo Drogo si accorse come gli uomini, per quanto possano volersi bene, rimangano sempre lontani; che se uno soffre, il dolore è completamente suo, nessun altro può prenderne su di sé una minima parte; che se uno soffre, gli altri per questo non sentono male, anche se l'amore è grande, e questo provoca la solitudine della vita.

Da "Il deserto dei Tartari" di Dino Buzzati
Posted by: Acsel
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giovedì, 24 novembre 2005

Fiocco rosa

Giovedì 10 novembre, intorno alle 8 e 30 del mattino, la pancia di Valentina pareva puntura di calabrone gigante, ma da dentro Matilde ci teneva a far sapere che, malgrado diversi doloretti, non c'entrava nulla il fritto misto totale globale della sera prima.
Ecco che infatti alle 12,10 saltava fuori e cominciava a sgambettare in questo strano mondo la bogietta più bella che abbiate mai visto...
In questi giorni ha pianto, ha sorriso, ha fatto cose dentro certi pannolini che voi umani non potete nemmeno immaginare, ha aperto due occhi grandi così, ha fatto emozionare i nonni, ha "comunicato" la sua presenza ai felicissimi vicini di casa, ha ricevuto visite e regali, ha piagato un capezzolo della mamma, ha imbevuto più volte il suo papà di pipì santa e benedetta, e ha pure dormito ma ancora senza troppa convinzione...
E' l'inizio di una grande incredibile avventura che teniamo a condividere con gli amici nostri e di Matilde.

Il Bogio

E' con grande commozione che pubblichiamo qui questa lettera del nostro amico, che con Valentina ha deciso di fare una figlia in barba alla presa per i fondelli dei mille euro di finanziamento per ogni figlio della nuova finanziaria.
Il mistero della vita vale più di qualsiasi parola, e ci ricompensa di tutte le brutture che siamo costretti a vedere. C'è poi un altro e più insondabile mistero: Bogio, visto che tu che sei il padre, come fa Matilde a essere così bella?! Sarà tutto merito della mamma, presumiamo...
A parte gli scherzi: tutto il nostro affetto a Voi, giovani eroi.
Perché diventare genitori alla nostra età, in questa Italia, con questa situazione lavorativa e con questo potere d'acquisto... è prerogativa degli eroi.
Sono queste le battaglie da combattere. E per fortuna - questo sì un vero miracolo - non sarà una stupida medaglia a premiarvi, ma una nuova Vita, nata dal vostro amore, che riderà e piangerà con voi nei prossimi decenni.
Serena vita, Matilde.

Peter, Acsel e tutti noi

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categoria:personal, società
giovedì, 13 ottobre 2005

Fiesta! (maddeché)

Per festeggiare (?) i 20.000 contatti di questo blog di liberi pensatori di sinistra:

  • ieri ho stretto la canuta e pallida mano di Ian McEwan;
  • ho bevuto molte birre con Acsel e Nobless, parlando di donne, amore, matrimonio, sogni (tra cui la casa di proprietà), progetti e altre cose che ci incastrano definitivamente nell'età adulta;
  • vi segnalo il nuovo blog di Danielino Luttazzi, che ci voleva proprio;
  • appunto questa frase di zio Marco Aurelio: "E' cosa degna di riso che l'uomo non voglia evitare la propria cattiveria, ciò che pure è possibile, e voglia poi fuggire quella degli altri, il che è impossibile."
  • per questa volta evito di scrivere cose sgradevoli, polemiche, etc.;
  • dovrò svenarmi per il premio all'amico PC1969, tesserato numero 10.000, 11.111, 20.000 e 2.000 su www.devilstrainers.com;
  • appunto anche questa frase: "Mi fanno male gli occhi a furia di cercare la tua immagine nel vuoto per farmi una sega", di Efraim Medina Reyes;
  • vi dico: fin qui è stato bello, ho conosciuto e sto conoscendo persone di grande valore e spessore, grazie.
  • stasera starò con la malmostosa, ma questo coi 20.000 contatti non c'entra granché, ci sarei voluto stare comunque, con lei, e tutto ciò non vi riguarda, comunisti;
  • infine mi appunto anche questa, già che ci sono: "Cosa resta, quando resta poesia? Nient'altro che l'essenziale, dunque quasi niente", di Guido Ceronetti.

Peter

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categoria:personal
giovedì, 28 luglio 2005

Personal blob

Ella mi si avvicina con fare predatorio e vorace, avvolta in una nube tossica di sensualità. Mi abbraccia da dietro. Virile la interrogo:
<<Cerchi rogne? Vuoi qualcosa?>>
Lei: <<Sì, Ambrogio. Qualcosa di buono.>>
Che dire? La adoro.

Da una rivista specializzata apprendo che durante l'ultimo concerto a Milano di Marilyn Manson (che in un certo senso stimo, benché immagino io debba motivare la causa di questa mia stima ma ora è estate e non mi va/non posso, troppo preso come sono dall'essere/interpretare quel pervertito di Ambrogio sempre così carico di dolcetti - sono sprovvisto dei suoi baffetti ma ho i dolcetti, può bastare? Peter la smetti? Ok) sono stati distribuiti volantini da un gruppo cristiano con scritto:
"Dio ti ama, nonostante quello che sentirai dire di Lui questa sera".

Tutto si collega. Dunque così parlò il MioNonno (85 anni compiuti da poco) ispirato dai fatti del nostro mondo, presenti e passati:
"Se incontro il Padreterno... gli do tanti di quegli schiaffi che non finisco più".
Marilyn Manson non avrebbe sicuramente il coraggio di arrivare a tanto. Ma il Nonno ha fatto la guerra, e gli girano tanto i coglioni.

Tutto si collega! Uno dei tanti motivi per cui possono girare i coglioni al nonno (ormai mio personale simbolo del buonsenso) è la riforma della giustizia.
Non so se ve ne siete accorti, ma questa nuova riforma, fra i tanti orrori, ha la peculiarità intrinseca di essere stata pensata e fatta appositamente per dare piena libertà alla MAFIA (tutto porta a questa roboante conclusione, a partire dalle regole per nominare il procuratore capo). Naturalmente con l'appoggio della Margherita (Rutelli), cioè la succursale nella sinistra della P2, il grande meta-partito che ci governa. E naturalmente se si favorisce la mafia, in questo caso, si favorisce se stessi.

[Così parlò recentemente Licio Gelli, fondatore della P2:
"Guardo il Paese, leggo i giornali e penso: ecco qua che tutto si realizza poco a poco, pezzo a pezzo. Forse sì, dovrei avere i diritti d'autore. La giustizia, la televisione, l'ordine pubblico. Ho scritto tutto trent'anni fa."]

Buone vacanze.

Peter

postato da: DevilsTrainers alle ore 17:36 | Permalink | commenti (37)
categoria:politica, personal, mafia, delirium tremens



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