giovedì, 12 giugno 2008

Disavventure aeroportuali di un mio amico viaggiatore di poca 'sperienza

Un mio amico mi ha raccontato un sacco di cose davvero tragicomiche che gli sono capitate occorse durante un viaggio che ha fatto in Islanda. Ed è curioso, perché anch'io sono tornato da circa un mesetto dopo una settimana trascorsa colà. Del viaggio in sé non m'ha detto nulla, a quello provvederò io più avanti, perché il suo racconto si è concentrato solamente su alcune disavventure aeroportuali che vi riporto di seguito con le sue parole, tali e quali.

Merda vecchio (leggi Peter, NdR) mi son perso all'aeroporto Marconi. Come in che senso? Nel senso che mi son perso. Sono arrivato con la macchina davanti all'entratona e ho scaricato l'Ubalda coi pacchi, le valige, quelle storie lì, no? Poi sono andato a parcheggiare e quando sono tornato dopo tot minuti all'entrata lei non c'era più. Allora ho pensato: merda no scaricatore s'è infrattata con un capoverdano! E sono solo le cinque e trenta antimeridian! Poi mi chiama al cell e il clima è di gelo, altro che scaricatore, perché lei è lì che m'aspetta e io sono lì che l'aspetto, però non ci vediamo. E mi dico: l'ho lasciata proprio qui cazzo. Allora mi autopresso a dei livelli che tu non puoi sapere e penso: E' un incubo? E' una gag spazio-temporale? E' una candid camera del mago Silvan? E' Dio che giuoca a rimpiattino? Macché, lei era al piano di sopra dove l'avevo scaricata con la macchina, gran ferro, l'hai già vista no? Solo che quando sono tornato dal parcheggione non mi sono mica accorto della rampa che avevo fatto prima col ferro, e così io andando a piedi mi sono ritrovato al piano di sotto che ha la facciata uguale a quello di sopra. E così tra una pugnetta e l'altra abbiamo perso l'aereo. Sì, perso. Però solo per un minuto... Quegli spezzabolge della KLM non transigono. Sì, ho proprio detto "transigono", perché il check-in era chiuso da un minuto, e allora noi niente. Sì, lo so, è da geppi. Infatti poi lei m'ha lasciato, adducendo motivazioni di idiosincrasia nei confronto del volo e di geppaggine esperienziale. Poi ci siamo rimessi insieme e abbiamo trovato un biglietto per il giorno dopo, e con un pacco di soldi a testa in più per una nuova andata siamo andati, porco il clero.
Solo che non è mica finita qui. No. Come com'è possibile? E' possibile! Al ritorno son tornato da solo perché lei doveva andare a vedere delle storie pese nei ghiacci del polo nord per le sue storie pese di biologia marina, no? Allora lei dall'Islanda va a sinistra-in su, io in giù verso la Patria. Mi faccio la mia coda check-innica con un'ora e mezza di anticipo. Un polleggio che non ti dico, quasi me la brandavo, tanto era il polleggio. Sono le sette di mattina. Arriva il mio turno, la tipa islandese carica nel compiuter il codice del mio volo che ricopia dal mio brogliaccio. In anglo-islandese mi dice: merda vecchio devi andare in biglietteria. Allora sorrido e dico: polleg, non pressarmi, ci vado. Ma in un angolo della mente bestemmiavo senza sapere il perché, solo al mondo e inadatto alla sopravvivenza come un merlo con un'ala rotta in un gattile. Che infatti arrivo in biglietteria e la tizia armeggia cinque minuti buoni in silenzio per risolvere il mio caso. Ma io penso: quale cazzo di caso? Allora dico: so? Che per lei è "allora", ma per noi anche la contrazione, sì, ho detto contrazione, di Sochmel. Acciocché me la butta lì così, in anglo-islandese: merda vecchio i tuoi biglietti di ritorno Keflavik-Amsterdam-Bulagna non son mica validi. Cazzo dici? Dico che non son validi, fa, te hai perso l'andata e poi non l'hai detto, dovevi dirlo, geppo! Perché? chiedo. Perché così ti è stato annullato il ritorno... E' un'altra gag? No. Sei solo geppo. E caddi a terra come corpo morto cade. Dopo ricordo pochi momenti convulsi: telefonate, lo stesso biglietto ricomprato con un altro pacco di altri soldi, corsa, fiatone, sete, cecchini che sparano dai tetti, e l'intima sensazione che per saperne a pacchi delle cose del mondo bisogna soffrire. E pagare.

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lunedì, 04 febbraio 2008

Auschwitz e Birkenau (2ª parte)
Irrealtà e le anime

Appena entrato ad Auschwitz ho provato una sensazione strana difficile da focalizzare. Poi ho capito. Era senso di irrealtà. Perché Auschwitz non sembra ciò che è. Sembra, piuttosto, un campus universitario. Un villaggio agrituristico. Una colonia estiva dove puoi mandare i figli. Bei caseggiati, erba verde (che ai tempi veniva mangiata), pioppi, betulle. E tanti alberi al di là... delle torrette di guardia e del filo spinato elettrificato, che tante persone ha aiutato a salvarsi da quella vita, "andando al filo".

Auschwitz (foto di Peter)
Auschwitz

Auschwitz (foto di Peter)
Auschwitz

Ma vedere solamente Auschwitz non avrebbe alcun senso. Perché la vera percezione del fenomeno la si ha a Birkenau. Auschwitz è un campo tutto sommato piccolo e con gli edifici in muratura. Birkenau, invece, è sterminato (sì, le parole a volte possono avere un'etimologia feroce), 2 km e mezzo per 2. Ed è qui che l'aberrazione era totale e completa, con i forni crematori davvero "efficienti" e 25 gradi sotto zero in baracche di legno con ampie feritoie.

Birkenau (foto di Peter)
Birkenau

Qui il senso di irrealtà è, se possibile, ancora più forte. E ancora di più quando arriviamo in fondo al campo. Dove c'erano i 4 forni crematori. Cerco di immaginarmi quelle persone appena scese dal treno, con la SS che aveva indicato loro di andare di qua, e quelli più forti invece di là. Quelle persone arrivavano qui e aspettavano di fare una doccia. Si sedevano per terra, donne, bambini, vecchi, molto spesso incoscienti di quello che sarebbe accaduto. Ci sono foto, sembrano persone che fanno un picnic. Ed è qui che l'irrealtà è forte. Perché i forni crematori sono in mezzo a un bosco bellissimo.

Birkenau (foto di Peter)
Birkenau (crematorio 4)

Birkenau (foto di Peter)
Birkenau (crematorio 4)

Margherita, la nostra guida spesso commossa, dice che qui, in primavera, è meraviglioso. Lei ci viene a passeggiare da sola, e incontra lepri, daini, uccellini ovunque. Così pensa che quegli animali abbiano dentro le anime di tutte quelle persone (lo senti che ogni zolla del campo è insanguinata e ha memoria di un orrore). Anche io lo penso, anche se non credo nell'anima. Ma tutta quella fuliggine, tutta quella cenere, si è depositata a terra, ha nutrito gli alberi, le piante e l'erba di cui le bestie si sono nutrite. Mi guardo intorno, e penso che sì, tutta questa vita, in questo posto assurdo, è una meravigliosa vendetta.

Tutti i luoghi sono ormai transitabili, sono conosciuti, sono pieni di traffici, tenute assai ridenti hanno cancellato dalla nostra memoria deserti un tempo famosi, i campi coltivati hanno circoscritto le foreste, gli animali domestici hanno allontanato le fiere [...]. Ormai ne' le isole, ne' gli scogli incutono piu' timore; dovunque sorge una casa, dovunque vive un popolo, dovunque vi e' uno stato, dovunque c'e' vita.
Tertulliano - De Anima

(Vedi anche il bellissimo post di Simona - Qui la mia prima parte)

Peter

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giovedì, 31 gennaio 2008

Auschwitz e Birkenau (1ª parte)
Il treno della memoria: 25-30 gennaio 2008

Ho imparato molto in questi giorni. Ho imparato, anche, per esempio, che per avvicinarsi a ciò che è accaduto bisogna, in ultimo, guardare profondamente dentro se stessi. E capire che nessuno è immune dall'orrore. Che tutti hanno un angolino, dentro, che può farlo diventare un carnefice, una SS. Tutti, nessuno escluso. Ma poi c'è la possibilità di scegliere. Per sopravvivere, scegliere di essere Uomini che si rifiutano di farsi spossessare della propria Umanità, nella migliore accezione, nonostante tutto. Come dice Carlo. Come scrive Primo Levi in Se questo è un uomo.

Primo Levi
Primo Levi

Allora per la prima volta ci siamo accorti che la nostra lingua manca di parole per esprimere questa offesa, la demolizione di un uomo. In un attimo, con intuizione quasi profetica, la realtà ci si è rivelata: siamo arrivati al fondo. Più giù di così non si può andare: condizione umana più misera non c'è, e non è pensabile. Nulla più è nostro: ci hanno tolto gli abiti, le scarpe, anche i capelli; se parleremo, non ci ascolteranno, e se ci ascoltassero, non ci capirebbero. Ci toglieranno anche il nome: e se vorremo conservarlo, dovremo trovare in noi la forza di farlo, di fare sì che dietro al nome, qualcosa ancora di noi, di noi quali eravamo, rimanga.

Prima di riflettere sui carnefici, si empatizza con le vittime in modo emotivamente dirompente. A me non dispiace avere freddo, avere la pancia quasi vuota, la testa pesante, l'unghia dell'alluce destro che fa male e sta per staccarsi. Non mi dispiace nemmeno sentirmi stupido nel non fare nulla per risolvere questi problemi per sentirmi (stupidamente) più vicino a chi ha vissuto problemi simili, in maggior numero e amplificati. Amplificati... di quante volte? Un numero infinito. Cioè fino alla morte, nel cui istante il numero infinito scende fino allo zero. E' un tentativo che porta invariabilmente al fallimento, ma ci si prova, sapendo il possibile e immaginando l'impossibile. Senza questo tentativo forse ridicolo, come si può tentare anche lontanamente di capire?

Peter

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giovedì, 24 gennaio 2008

Lettera dall'India

India - traffico creativo
Foto di Roberta S.

Caro Pit, qualche pensiero sconnesso e banale scritto di getto da un internet café di Udaipur, rilassante, splendida città in riva a un lago. Non mi attarderò troppo qua al chiuso. Poi, dopo dieci giorni non sono certo un esperto. Dell'India conoscevo solo le cartoline e gli stereotipi fino a dieci giorni fa. Ma l'India, lo sintetizzo così perché non trovo le parole, è meravigliosa.
    Quella che sto vedendo non è certo - solo - quella raccontata da Federico Rampini, che colma di speranza cavalca una crescita del pil a due cifre verso un futuro luminoso. C'è anche quella, certo. L'ho incontrata in aereo: studenti che tornano a casa con le felpe delle università americane, o commercianti e industriali che parlano in inglese fra loro. O nelle pubblicità di banche e finanziarie, compagnie di servizi che non fanno che parlare di new india e mostrare mondi possibili, o già esistenti in alcune zone di Bombay, Delhi o Bangalore. Il pil va bene fino a un certo punto...
    A Delhi quest'India non l'ho vista. Peccato non avere un amico indiano. Probabilmente quest'India sta nei locali costosi, nei compound, nei quartieri dei ricchi. A Delhi ho visto solo il bazaar caotico e folle della citta' vecchia, ho visto le scimmie, le vacche in mezzo alla strada e alla gente, ma anche un traffico demenziale in tutta la città, un inquinamento folle, che si mescola all'umidità dell'aria rendendola irrespirabile.
    A Delhi non si respira e c'è sempre una foschia persistente. Diverse persone mi hanno detto che è l'inquinamento. Sinceramente credo sia l'umidità ma vorrei sapere i valori di benzene e polveri sottili nell'aria, le statistiche delle malattie respiratorie. Qui non interessa a nessuno, qui la lotta per vivere di moltissimi indiani è giorno per giorno. Un passeggero portato su un risciò a pedali può fare la differenza.
    Per vedere un'altra delle mille indie basta farsi un giro nei villaggi del Rajasthan o dell'Uttar Pradesh, pochi cubi di cemento, con le fogne a cielo aperto che quando si intasano allagano tutto, con gli animali che pascolano fra i rifiuti e le cataste di plastica. E un'India,  che campa con non più di un dollaro al giorno (come gli stati più poveri del pianeta).
    E qui la new india non si vede proprio. Al massimo penetra coi cellulari. Anche nei villaggi piu' poveri i ragazzini hanno cellulari della mia stessa marca ma molto piu' nuovi e belli. Ovunque. Spesso si indebitano per acquistarli.
    Una lettura del Times of India di qualche giorno fa è rivelatrice, per me. Nella stessa pagina si legge che Bangalore avrà il grattacielo più alto del mondo. Ma anche che gli adivasi (termine generico che indica le popolazioni tribali, che in alcuni stati superano il 20%) del Gujarat hanno scoperto i cellulari e che si stanno indebitando pesantemente per acquistarli. Lascio a te i commenti... - Patrick
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Accadono cose in Italia davvero impreviste e interessanti. Mastella che mette in crisi il governo... chi l'avrebbe mai detto?! In attesa che ritorni Berlusconi a ricordarci la nostra vera natura, sono davvero molto appassionato di quel che accade (di così imprevedibile), ma mi occupo d'altro, mi scuserete, e le due cose sono collegate strettamente, anche se non apparentemente. Domani, per esempio, parto per 5 giorni ad Auschwitz.
Così grazie, caro Pat. Come sai Simona è tornata da poco dal Sierra Leone. Cartelloni in mezzo al nulla e alla morte che pubblicizzano compagnie telefoniche. Anche là, a quanto pare, hanno molto poco ma i cellulari non mancano. Due paesi, India e Sierra Leone, che forse stanno vivendo qualcosa di simile ai nostri anni '50 (sbagliando si impara?). Argomento molto complesso. Ogni giorno però trovo conferma che ciò che ha scritto Ivan Illich è più che mai attuale e fondamentale... Creare bisogni. E' questo il segreto più segreto del potere per rendere schiavi illudendo libertà? Ma c'è l'antidoto. Illich parla anche di questo.
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Peter
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lunedì, 20 marzo 2006

Due mail dagli U.S.A.
God bless us

Appena arrivati in aeroporto ti mettono in fila come le bestie all'uffico per l'immigrazione dove ti accoglie un gentile signore magrissimo, probabilmente un volontario patriota, in "divisa texana" completa, compreso quindi di cappello con folulard raffigurante la bandiera americana avvolto intorno, collana texana (quella dei cow boy) e un cartellino appeso al taschino, con su scritto: "Avete bisogno di aiuto? Chiedete, io posso aiutarvi", dove l' unica cosa di cui potresti avere bisogno è sapere se hai scritto bene il tuo nome sul modulo che ti consegnano in aereo per avere il visto temporaneo. Si affanna a rendersi utile, chiedendo a tutti se hanno bisogno o raccogliendo qua e la cartacce abbandonate e buttandole nella spazzaura. Alla fine, a parte la caricatura della quale non si rende nemmeno conto, fa un servizio utile e mi fa tenerezza. La cosa che mi ha colpito del personale di questo ufficio è la mancanza di umanità, ti trattano come se fossi un oggetto, oppure il peggiore dei terroristi, forse non sanno che io sono uno dei tanti che si occupa del loro business fuori dal loro libero paese. Ti prendono quindi le impronte digitali di entrambi gli indici e ti fanno una foto. Gli operatori  indossano guanti blu in lattice, solo per scrivere al computer, quasi come se li potessimo contagiare senza nemmeno toccarli. Finalmente posso recuperare il mio bagaglio e mettere il naso fuori dall'aeroporto di Denver che mi accorgo essere un imponente cattedrale in tensostrutture, in mezzo ad un immenso deserto. Già, proprio così, lungo il breve tragitto che percorro in pullman dall'aeroporto all'albergo, mi accorgo che tutt'intorno non c'è nulla: una immensa distesa di erba secca, bruciata dal caldo dell'estate. Nemmeno le montagne di cui il Colorado va fiero sono visibili all'orrizzonte. Arrivato in albergo, la prima cosa che mi colpisce è l' incontro tra un ragazza che era nel bus con me e quello che probabilmente è suo marito: un soldato americano con la divisa utilizzata tipicamente in Iraq.
Questa mattina, appena svegliato, raggiungo di nuovo l'aeroporto per prendere un'auto a noleggio per raggiungere poi Colorado Springs: la mia vera destinazione. Anche qui, come avevo notato già sul bus che mi ha preso e riportato all'aeroporto, e come penso sia scritto su tutte le auto, sullo specchietto retrovisore esterno un messaggio precisa: "Attenzione gli oggetti che vedete sullo specchietto, possono essere ad una distanza molto inferiore rispetto a quello che vedete". Senza questa informazione non so come avrei fatto ad arrivare sano e salvo.
Lungo l' autostrada, mi accompagna sempre lo stesso paesaggio grigio e pianeggiante. Qua e là qualche fiocco di neve ed un vento gelido. Lungo il mio percorso, incontro diversi caselli su molti dei quali troneggia l'immancabile bandiera americana. Arrivo finalmente a Colorado Springs e finalmente cambia anche il paesaggio: un paesone, circondato dalle famose rockymountains.
Marco V.

KILL THE POOR - Io credevo che a New York gli Orphans fossero in lotta con i Warriors e che le prostitute si accalcassero vicino ai barili col fuoco per scaldarsi. E invece nulla di tutto questo, vivo addirittura ad Harlem. Con i fratelli. Neppure la soddisfazione di odiare i poliziotti, che ora vantano volanti bianche decorate con il nuovo motto: Cortesia, Professionalita e Rispetto. Persino Central Park è una rinomata meta notturna nelle calde serate di primavera. Ma che fine hanno fatto i poveri? Stasera in metropolitana ho visto il primo. Non il primo in condizioni di difficoltà, ma il primo vero disperato senza piu nessuna speranza ragionevole. Non voglio mettere limiti alla provvidenza, ma sarebbe ironizzare sulla disgrazia altrui. E’ passato come un’imperfezione della realtà lungo la carrozza lucente, ad un’altezza inferiore a quella delle mie ginocchia, che mi consentivano di rimanere seduto, impassibile. Come tutti del resto. Questo andava oltre la comune comprensione o comunque richiedeva lo sforzo immane di chiedersi i poveri dove fossero finiti senza doversi sentire in colpa per la loro scomparsa. Sebbene io sia qui di passaggio per sei mesi, lavorando e vivendo a Manhattan mi metto tranquillamente in mezzo al “noi”. In effetti il disagiato medio non è poi cosi diverso nell’animo dal benestante, poichè entrambi condividono lo sforzo di lavorare, e molto, nella città piu cara e frenetica del mondo. Siamo tutti di fretta, siamo tutti felici che arrivi il sole e tutti siamo coscienti di abitare a New York. E’ una specia di tacita intesa, similmente a come mi sentirò in Italia sapendo che guadagniamo tutti mille euro al mese. Dunque l’indifferenza per quest’uomo al quale hanno tolto la dignità ci teneva uniti nel vagone multi-etnico, multi-classe e multi-colore. Sono convinto che non ci fosse freddezza nel nostro cuore, di certo non nel mio, ma solo la voglia di non pensare alla fine che si puo fare se si resta troppo indietro. New York offre tutto ciò che serve per soddisfare qualunque debolezza, dalla più culturalmente elevata alla più meschina, ma sempre ad un costo elevato. Per questo tutti lavorano così tanto, perchè vogliono comprarsi i propri sogni, la propia possibilità di essere in prima fila davanti alla più lucente vetrina del mondo, che non perdona i poveri. Che non permette loro di dormire neppure sottoterra. Pur di vivere qui sono tutti disposti (questa volta mi tiro fuori) a pagare affitti esorbitanti, anche in periferia, perchè è questa l’unica ricetta per uccidere i poveri e allontanarli dalla vista.
Ho sentito dire da un mio amico newyorkese, dichiaratamente comunista (direi l’unico perche questa è una delle città più di sinistra d’America, ma da qui all’essere comunista beh...), che l'ex sindaco Giuliani avrebbe pagato biglietti del pullman con destinazione Miami a moltissimi disperati per convincerli a lasciare la City. I più reticenti hanno incontrato l’East River, ma su questo preferiamo un po’ tutti pensare che non sia stata una direttiva, quanto la normale amministrazione di una grande metropoli.
Andrea R.

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mercoledì, 07 dicembre 2005
Aggiornamento del sito

DA LONTANO
- Viaggio in Turchia (Patrick)

DOSSIER
- Storia della merda (Peter)
- Corpi femminili (Robby)

LETTERATURA
- Il deserto dei Tartari, di Dino Buzzati (Peter)
- Fame, di Knut Hamsun (PR)

SAGGISTICA
- Come gli stregoni hanno conquistato il mondo - Breve storia delle delusioni moderne - di Francis Wheen (Patrick)

ARTE
- I mosaici bizantini di Ravenna (PR)

MUSICA
- Eels, "Blinking lights and other revelations" (Patrick)
- King Crimson, "Lizard" (papi Bogio)

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sabato, 24 settembre 2005

Lettere dall'India

Varanasi, 15 agosto 2005

Oggi è il giorno dell’indipendenza indiana. Arriviamo a Varanasi sotto la pioggia, dopo una lunga notte in treno.
Varanasi (l’antica Benares) è la città sacra per eccellenza. E’ qui che tutti gli induisti vorrebbero morire, affidando le proprie ceneri al tranquillo scorrere del Gange.Riesco a leggere molto poco. Mi accompagna un librino di Tabucchi che si intona bene con tutto ciò che vedo e che sento. Notturno indiano.
Mi mancano un sacco di cose. Qui è tutto difficile. A volte meraviglioso, a volte orrendo. Ma sempre difficile. Pesante. Deprimente.
Viaggiamo tanto. Da Delhi siamo fuggite sconvolte dopo un solo giorno. Un autista musulmano, Shamir, ci ha scortato per due settimane attraverso il Rajastan, la terra dei guerrieri Rajput e dei loro meravigliosi palazzi. Due giorni fa, Shamir ci ha lasciate ad Agra, pretendendo una mancia esagerata che non gli abbiamo lasciato. Qui funziona tutto così: mance, commissioni, raccomandazioni. Noi turisti siamo soldi che camminano.
Da Agra ci spostiamo in treno o su autobus di latta “a riempimento”: i turisti li hanno soprannominati così. Credo tu possa immaginare cosa significa.
Rimarremo ferme qualche giorno a Varanasi, poi pensavamo di andare verso il nord, ai piedi dell’Himalaya.

Chamba
, 27 agosto 2005

Oggi è stata una bellissima giornata.
Con una jeep abbiamo percorso una stradina di montagna, stretta e sterrata, a strapiombo sul fiume Ravi, nella Chamba Valley. Uno scenario spettacolare.
Aquile enormi, crepacci tra le rocce, cascate d’acqua di centinaia di metri, chilometri e chilometri di montagne ripidissime terrazzate da un lavoro paziente e faticoso.
Dopo tre ore e mezzo di viaggio, siamo arrivate a Bharmour, un piccolo paese dai tetti di ardesia e le case di legno. Un piccolo paese dove si addensano 84 templi!
Due sono bellissimi, in arte sikkhara, ricordano un po’ quelli tibetani. Uno è in legno intarsiato. Gli altri, in realtà, sono molto piccoli, ma 84 templi in un unico piccolo paese fanno la loro scena ugualmente...
Oggi era il compleanno di Shiva. In suo onore è iniziata una festa/pellegrinaggio: migliaia di fedeli da paesi e regioni vicine arrivano a Bharmour e da qui si inerpicano per 14 ripidissimi chilometri di montagna fino a raggiungere un lago sacro.
La religione hindu è complicatissima: contempla migliaia di dei che appaiono sotto forme diverse. Ogni fedele sceglie la propria divinità da venerare quotidianamente e a cui rivolgersi per ogni problema. Ci sono un’infinità di riti, festività, preghiere differenti. Il tutto è complicato dall’esistenza e dalla coesistenza di altre religioni: sikh, giainisti, islamici, buddisti…
Un delirio per un ateo.
La cosa più sorprendente di questa religiosità è il modo in cui è vissuta nella realtà quotidiana. Effigi di dei e piccoli templi si trovano ovunque: in casa, nei negozi, nelle macchine, sugli autobus… Le persone pregano in qualsiasi momento e luogo.
Il proprietario di un negozio è riuscito a pregare e a cospargere d’incenso tutta la sua mercanzia, mentre mi vendeva una bottiglia d’acqua. Un ragazzo ha accostato davanti ad un tempietto, è sceso dalla sua moto, ha compiuto una serie rapidissima di gesti e di preghiere, per poi ripartire veloce.
Il sacro e ciò che non lo è affatto sono confinanti, anzi spesso si mescolano e si confondono.
E’ una religiosità vicina, palpabile, non distante e intoccabile come la nostra.
Torno a casa più atea che mai.
Ho visto bramini pregare per me chiedendo denaro in cambio. Sadhu gironzolare con gli occhi spenti a chiedere elemosine in nome di chissà quale via dell’illuminazione. Orrori e miserie tali da non ammettere l’esistenza di un dio, tantomeno di migliaia di essi.
Nel libro di Tabucchi c’è una frase che mi sembra assolutamente adatta all’India: qui essere atei è la peggiore delle maledizioni che ti possano capitare.
Solo credendo nel ciclo delle reincarnazioni e nella possibilità di una vita futura migliore della precedente e nella predestinazione della vita presente è possibile accettare tanta miseria e tanta disparità tra caste diverse e tanta ingiustizia e tanto orrore.

Robby

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sabato, 17 settembre 2005

Lettera dal Portogallo

Hi Pete,
ti scrivo da Coimbra per un brevissimo saluto. Sto perlustrando questo angolo di mondo occidentale, il Portogallo, con lo stupore e l'ansia di un bambino.
Sembra che il paese sia scisso tra modernità e tradizione. I vecchi fuori dalle case col basco in testa e la faccia malinconica, le scrostate case fin de siecle tutte decadenti e romantiche, vecchie musiche che sgorgano da vecchi caffé in stile art decò. Assurdo, perché poi giri l'angolo e ti vedi frotte di giovani coi pantaloni strappati, piercing e tutto il resto. Giri un altro angolo e scovi jazz club e casas de fado che convivono in armonia. Alcuni vecchietti sanno solo il dialetto della zona, tutti i ragazzi invece parlano inglese a menadito. Forse è così anche da noi, ma non avevo mai assistito ad un così esplicito punto di rottura. Sto vivendo al rallentatore il passaggio dal mondo di una volta a quello della globalizzazione, il tutto in uno scenario incantato di villaggi bianchi persi tra le colline e le case del novecento piene di sporcizia di fianco a bar allestiti all'ultimo grido. 

Daniele

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giovedì, 26 maggio 2005

Dalla Turchia (4)
Van - Dogubeyazit

"Ýstanbul... Turkye, Van... Kurdistan". Lo sapevo già ma Mehmet, su uno stipatissimo dolmus (minibus che partono solo quando sono strapieni), mi chiarisce meglio il concetto.

E' incredibile l'attaccamento e l'orgoglio di questa gente per la sua terra. Anche se spesso non sanno l'inglese, appena capiscono che sei straniero, i ragazzi del posto (e non solo i ragazzi) incominciano a illustrare le bellezze dei luoghi, ad annuire fra espressioni di meraviglia, a consigliarti. Ýl mio turco (faccio progressi) basta per intendersi. Mi è successo già tre volte: ti strappano la guida di mano, cercano immagini o nomi dei siti pýù importanti e cercano di spýegarti dov'è e come ci si arriva, scambiandosi espressioni di approvazione con i vicini di bus. Da queste parti, a Van, estremità est della Turchia, vedi solo curdi, li riconosci, impossibile sbagliarsi. E quel poco di turco che so mi basta per capire che qui si parla soprattutto curdo. Ma in molti (che non so quantificare) sembrano riconoscersi comunque nella Turchia e nella pacifica convivenza, vedi ovunque i soliti ritratti di Ataturk, le bandiere, nei negozi, fuori dalle case, anche qui e non me l'aspettavo. Non so quanto sia apparenza e quali siano le loro aspirazioni.
Vado coi piedi di pýombo quando si parla di politica, lascio parlare.  "Turkish nice, Kurdish nice, arabic nice, everybody in turkey is nýce" sintetizza una signora, maestra di scuola. Suo figlio insegna inglese, anche lui, è maestro. Alcuni giovani attaccano bottone solo per far pratica di conversazione.

Ý turchi dell'ovest sono persone quasi sempre gentilissime, ospitali e allegre, ma in molti posti il grande turismo ha reso tutto pýù artificiale e inaridito i rapporti. E forse è per questo che i curdi ai miei occhi sembrano persone così aperte, amichevoli, solari e che qui ho fatto pýù conoscenze con la
gente del posto. Qui turisti non ne arrivano molti, ma in realtà qualcuno in pýù di quel che pensavo: quasi tutti in comitive di viaggi organizzati però.
Poi ci sono i bambini. Che fanno ogni genere di lavoro, constato. Non saprei dire se provo sgomento o tristezza o se la cosa, in questo contesto, mi appare normale. Ci sono ancora glý sciuscià. Ti vengono a prendere le scarpe mentre bevi il te' e ti rifilano un paio di cýabatte mentre te le lucidano. C'è chi sul marciapiede aspetta con una bilancia. 100.000 lýre (5 centesimi di euro) e ti puoi pesare. Chi ti fa la guida (qualche volta lo pretende) nei siti turistici. Hanno imparato tutti i trucchi tanto che
i bambini, in gruppo, qualche volta diventano anche un po' aggressivi, non gli bastano mai le mance. Cercano di affibbiarti qualcosa con la forza.

Passo indietro. A Van c'è il lago. Ýl pýù grande della Turchia. E' un'apparizione quasi eterea, all'alba mentre arrivo col bus da Urfa. L'acqua ha colori strani, lo scopri quando il sole è alto. Turchese, azzurro intenso e innaturale, color latte nei pressi delle spiagge.
La chýesa armena di Akdamar è su dý un'isola a qualche chilometro da riva. L'architettura è stranissima ma sono soprattutto i bassorilievi la parte pýù interessante. Una specie di Bibbia a fumetti naif nella quale spunta anche l'architetto della chiesa con un modellino della stessa ýn mano, una chiesetta a tutto tondo che sporge di mezzo metro dalla parete. Ma è il luogo a rendere tutto magico. Ýl paesaggio, a 1700 metri di altezza sull'altopiano anatolico è cupo e maestoso, il lago è incorniciato da altissime montagne innevate ovunque posi lo sguardo. Turisti pochi e discreti. Una famiglia del posto fa un barbecue.

Dogubeyazit invece è un paese al confine con l'Iran. La strada è indicata da cartelli gialli: Iran. Strada interessante quella per arrivare (a Dogubeyazit, non in Ýran). Passa per villaggi fuori dal tempo, crateri vulcanici, colate di lava, caserme. Vario. L'autýsta del minibus ha guidato come un folle, e abbiamo passato tre posti di blocco dei militari. Ý militari sono ovunque in città. I carri armati sono parcheggiati (ma dormienti) per le vie. Su tutto incombe la sagoma imponente dell'Ararat che un po' stride con il grigiore del paese. Sono venuto a vedere un palazzo del '700: Ishak Pasha. Bello ma non vale i 200 km da Van e il taxi per arrivare sul monte sul quale un folle lo ha fatto costruire (il governatore che lo completò dopo 99 anni di costruzioni venne rimosso e esiliato perché era troppo sfarzoso per uno del suo rango, secondo il sultano; il palazzo fu la sua rovina).
Per fortuna sul minibus incontro Ýsmail. Pýù vicino ai 60 che ai 50 ha la passione dell'alpinismo e mi illustra le bellezze dei monti. Parla un buon inglese. Mi mostra un dizionario, turco-inglese. Lo tiene sempre in tasca, lo legge sul minibus, spiega. Poi mi spiega i problemi della Turchia. Faccio fatica a spiegargli quelli italiani (cosa capirebbe un turco o curdo della lettera di Peter?), ma ha le idee chiare: il capitalismo occidentale non porta a nulla dý buono, tantomeno l'euro. Anche sui problemi dell'est turco ha le idee chiare: popolazione, molte famiglie qui hanno anche dieci bambini, inflazione (1 milione di lire = 0.60 euro) ed educazione.

Viaggio di ritorno. Conosco un trentenne tedesco visibilmente provato e all'apparenza un po' male in arnese (non so se per scelta, francamente) con lo zaino. Torna in Germania dall'Ýndia dove ha vissuto due anni con sua moglie. Sua moglie è andata in aereo, lui ha scelto la via di terra. In dieci giorni ha attraversato Pakistan e Ýran.
Domani parto per Ankara (20 ore di bus). Ho altre cose da vedere ma sono triste, come sempre quando devo dire addio.

Patrick

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domenica, 22 maggio 2005

Dalla Turchia (3)
Nemrut Dagi - Urfa - Mardin

Per vedere il Nemrut Dagi (si pronuncýa Daae) bisogna fare un tour organizzato. Detesto i tour organizzati dove vieni sballottato da un posto all'altro senza sosta mentre la guida recita a pappagallo le storielle del caso. Questa volta però la imbrocco buona. Siamo solo in 4 e sia turisti che guide sono personaggi interessanti e ottimi compagni di viaggio. Ma dovrei scrivere troppo per parlare anche di Kenzo e Marije, di Jeannette, della guida Huseyn e del driver cowboy turco Ismail. Il viaggio per il monte Nemrut è lunghissimo, attraversiamo paesaggi brulli, campi coltivati, deserti, paesi. Il minibus supera continuamente enormi file di camion appesantiti all'inverosimile, il carico deborda da davanti, dietro, ai lati, legato precariamente. C'è anche chi trasloca: sedie, elettrodomestici, mobili e famiglia ammassati sul retro di un camion che all'inizio avevo scambiato per un incendio. Da lontano il fumo nerissimo del suo scappamento sembrava un pozzo di petrolio incendiato.

Sveglia alle 2 per vedere l'alba dalla terrazza est del Nemrut Dagi. Piccola scarpinata e finalmente si è in cima. A 2200 metri, sulla cima di un monte severo e spoglio, 7 statue di dei del pantheon greco guardano a est e altrettante guardano a ovest seguendo il percorso del sole. Fra le due, la cima artificiale del monte, un tumulo fatto di pietra frantumata alto 50 metri. Sotto è sepolto tale Antioco primo, re preromano. Personaggio megalomane senza dubbio, e il bassorilievo che lo ritrae mentre stringe la mano compiaciuto addirittura a Eracle, mi porta alla mente personaggi dei nostri giorni.
Sito e alba sull'Eufrate assolutamente spettacolari.

Tappa successiva a Sanli Urfa. Città meta di pellegrinaggi perché secondo la tradizione islamica avrebbe dato i natali ad Abramo. Starei ore solo a guardare la gente per strada. Arabi, curdi, turchi, gente del posto e pellegrini, e poi molti, moltissimi gruppi di donne completamente velate. Non posso evitare di provare una certa inquietudine davanti a queste figure nere, silenziose, ai miei occhi misteriose, e cercare di indovinare il volto, intuire la bellezza celata. Sembrano fantasmi, sono donne. Il bazaar e' un luogo di altri tempi, un macello (da caos, ndr). Artigiani lavorano ferro e rame nei suoi vicoli coperti, si vende di tutto, tabacco, spezie, animali.
Ieri bella serata con raki e birra in un pub di Urfa, grazie anche alle buone conoscenze di Huseyn e Ismail. Si beve accompagnati dalle note incredibilmente tristi e malinconiche di musica turca e curda. Le canzoni curde vengono applaudite con molta convinzione da alcuni avventori. Tomo, una giapponese in albergo con noi ha bevuto tre bicchieri di raki offerti da Ismail. Ormai parla a raffica, in giapponese. Tentano di farle credere che io sia un famoso calciatore professionista. "Aah... futtuboru", e poi è tutto un inchino. Imbarazzo. La mattina saluto le guide e i compagni di viaggio: io resto a Urfa, loro tornano in Cappadocia.

Oggi sono a Mardin di nuovo solo. L'Iraq è a 150 chilometri, ma appare lontanissimo. Fa un po' impressione vedere quanto è vicina Mosul. In questa città tranquilla e sonnacchiosa sono lontani i tempi in cui turchi e curdi combattevano per le strade dei paesi in queste zone. Dyarbakir dove aveva la sua roccaforte il Pkk è a 100 chilometri. Solo la massiccia presenza dei militari ricorda quei giorni. Mardin è una bella e antica città tutta arroccata su un monte, dalla quale si gode una bella vista sulla pianura che porta in Siria. Qui qualche hanno fa era solo arido deserto. Ma l'enorme diga sull'Eufrate realizzata fra mille problemi, anche ambientali (paesi sommersi, evacuazioni, malaria), ha portato l'acqua ovunque e trasformato i luoghi. La terra è tanto fertile che si hanno tre raccolti all'anno, mi dicono. Ora sono campi a perdita d'occhio. Finché non vedi i contadini che vanno al lavoro sui carretti trainati da cavalli penseresti che è la Romagna. I vecchi curdi, tutti con baffi, coppola e gilet, giocano tranquillamente a backgammon in piccoli tavolini allestiti sui marciapiedi o a dama o a carte nei caffé. Bazaar chiassoso, mercanzie portate sugli asini davanti agli internet caffé, preti e imam per strada.
Mi ci rituffo.

Patrick

 

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giovedì, 19 maggio 2005

Dalla Turchia (2)
Cappadocia

sul bus sono l'unico straniero. strano, perché la cappadocia è molto turistica e frequentata da moltissimi viaggýatori di tutto il mondo. sul bus che parte da istanbul ci sono solo anziani del posto. donne col capo velato e anziani dai volti duri e rugosi. la cappadocia è un susseguirsi di montý e colline brulle, campi coltivati. in lontananza si vedono le montagne del tauro innevate, ma nulla fa presagire quello che poi si scopre entrando nella valle dý göreme.

si valica una collina e si è a uchishar, dove inizia questa valle stupenda: architetture geologiche impossibili, paesaggi lunari, monasteri, chiese e città sotterranee scavate nel tufo o nella roccia. ce n'è abbastanza per riempire glý occhi, il cuore, lo spirito, l'immaginazione. purtroppo lo sviluppo turistico è stato impetuoso e devastante. botteghe, caffé, bancarelle e negozi kýtsch non si contano a Göreme, cosi come le colate di cemento, i torpedoni di turisti, le comitive chiassose e i býglietti d'ingresso salati. Ýn un piccolo paese una donna molto anziana mi vuole vendere una bambola cucita da lei. io sono in imbarazzo, sorrido, anche lei sorride, non posso prenderla, non ho spazio nello zaino, lei capisce, mý mette una mano sulla spalla, sorrýde e se ne va, ma me ne pentirò, la cifra era irrisoria, meno dý un euro e il paese è poverissimo. mi sento in colpa. una ragazza cinese scatta una foto della scena. finirò a cena con due cinesi e due coreani, lingua franca uno stranissimo inglese. serata interessante che meriterebbe molto spazio a parte, cosi come yoshi, un giapponese stralunato e folle, che gira per due settimane soltanto con quello che è poco più dý un marsupio. io col mio enorme zaino da 75 litri mi sento un po' ridicolo.

in ostello invece c'è marie (diminutivo di un nome pýù lungo, tipo marieseize o qualcosa del genere) una bellissima ragazza del quebec che sarà ýn viaggio fino a ottobre e vuole attraversare tutta l'asia fino a pechino. le hanno negato il visto iraniano (dove e' gýà stata 3 anný fa) perché, racconta, una cittadina canadese di origine iraniana un anno e mezzo  fa è stata arrestata in iran per motivi politici (fotografava proteste davanti alle carceri) e tre giorni dopo e' morta in cella, sicuramente uccisa dalle percosse, forse torturata e violentata. avevo letto della cosa. i rapporti fra i due paesi si sono molto deteriorati e presto ci saranno le elezioni. non era il periodo giusto. è pazza e irresponsabile, penso. vuole attraversare il pakistan, arrivando a karachi in aereo passando per le zone semitribali di qetta, arrivando a Ýslamabad per poi arrivare nella cina occidentale attraversando il karakorum. un viaggio meraviglioso, incredibile. "non hai paura?" le chiedo. "sono terrorizzata, ma non ci penso al momento", mi risponde. la ammiro, sogno ad occhi aperti leggendo sulle cartine i posti che attraverserà, ma allo stesso tempo sono sconcertato. ci salutiamo e mi dimentico di chiederle l'e-mail. chissa se ce la farà.

ma ora devo pensare al mio, di viaggio. non ho ancora idea di dove andrò stasera. sicuramente a est, verso il kurdistan o anatolia orientale (sono lo stesso posto). ma non so ancora dove. il lago di van, sotto il monte ararat, al confine con l'iran, lontanissimo (1000 km), anche come idea e stato mentale. oppure Þanli urfa (urfa la grande), città biblica (vi nacque abramo), a un tiro di schioppo dalla siria. o forse farò una sosta a metà strada, malatya, per vedere le statue colossali del monte nemrut.
Ýn ogni modo non ho idea di cosa troverò.

Patrick

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domenica, 15 maggio 2005

Dalla Turchia (1)
Istanbul

sono ancora stordito da appena due bicchieri di raki (rake), portentosa bevanda alcolica, simile all'ouzo (ma non ditelo ai turchi), bevuti ieri sera in una specie di incrocio fra pub e ristorante. ho dato il peggio di me, cantato canzonette, battutto le mani e offerto un pessimo spettacolo come spesso mi accade. forse non era raki ma assenzio, visto che poi per tutta la notte ho avuto sogni, incubi ed esperienze extracorporee di inaudita vividezza.

chissà perché avevo questo pregiudizio che i turchi non sapessero bere. e invece mi hanno inflitto una punizione durissima, alla fine. ci sono barbe lunghissime, turbanti e donne completamente velate, ma anche gente che al termine del ramadan si scola al volo due bicchieri di raki per rompere il digiuno e moltissimi giovani che, le barbe, le guardano con sospetto. paese stranissimo.

il traffico è bestiale. non mi lamenterò mai più di bologna. non ci sono orari di punta. è sempre orario di punta, alle due di notte come alle 8 o alle 11 di mattina. l'unica differenza sono i flussi. prima tutti a nord, poi tutti a sud, poi tutti a nord e così via. devi riuscire, con un pizzico di fortuna, ad andare controcorrente. il traffico è un business. la lobby dei taxisti ha impedito che la metro arrivasse all'aeroporto. nel traffico si vende di tutto. è un bazaar. si mangia, si beve, si acquista, si contratta.
i carretti si muovono lungo il serpentone e offrono di tutto. dalla paccottiglia e pupazzetti, alle rose, al pesce fritto. si comunica col clacson. è monotale ma ce ne sono mille sfumature. si chiama il venditore, si saluta l'amico tassista, il taxi si fa notare da un passante... il traffico è un ritmo sincopato di clacson...

stanotte parto per la cappadocia.

Patrick

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martedì, 11 gennaio 2005

E-mails dall'Australia, from our friend Andrea B.

Bella Pete!
Come va la vita li dalle tue parti? Qua tutto ok... Ho fatto un lungo viaggio per arrivare in Australia e per riprendermi dal fuso orario ho impiegato 4 giorni... Sono in una Farm a 70 km da Perth e ho lavorato 4 ore al giorno in mezzo a degli asparagi. Lavoro leggero ma noioso nel togliere  le erbacce... Qua la temperatura si aggira intorno ai 30-35, ieri 40 gradi... bestiale. Very beautiful sun! Domani go away! Mi accompagnano alla stazione del treno e comincia seriamente il mio movimento Au-
Ho gia' aggiornato il my travel book e posso scriverti qualcosa di carino... Domani decidero' la mia prossima meta... Tu hai novità? Come hai passato il capodanno? figa? studi? Il mio capodanno è stato in aereo con un bicchierino scrigno di spumante dopo 2 bottigliette di red wine australiano e un conto alla rovescia terrificante dall'autoparlante del pilota... ten, nine... two, one... Happy new year!
Sembrava dovesse scoppiare una bomba.
Sulla Quantas very figa di hostess... belle australiane!!!
See you!!!
[7 gennaio 2005]

Grande Pete!
Son qui a Perth. Ore 12.30 am. Stordito dalla birra di ieri... Le ragazze hanno dato un barbecue con amici... bevono da far schifo e non si fermano mai. 2 ragazza su 3 hanno problemi di sovrappeso... Domenica prox parto per un tour Perth-Adelaide lungo la costa di 1 week dove la sera dormi in dei camping... dicono che sia fantastic! in pullman...
Poi Adelaide-Melbourne e Melbourne-Sidney by bus con ticket free... Sarà ed è già una very big and good experience.
Domani vado a collassare su un'isola difronte a Pert... Rottnest Island.
Mi sto integrando con la gioventu' australiana di Perth... Spero presto di poter dire a una ragazza un bel "Vut Ciaver?"
Perth e' una bella city, piccola ma Grande.... bel paesaggio. Temperatura fantastica, piena estate...
[10 gennaio]

Andrea

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categoria:viaggi
venerdì, 19 novembre 2004

Sei tutto solo nella mia testa?
Sei la mia testa
una parte della mia testa che prende forma nella tua persona.

Dalla nostra amica Elena, dal Giappone.



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categoria:viaggi, pensiero
lunedì, 08 novembre 2004

Siamo OnLine.

Dopo mesi di aberrante duro adeguato soddisfacente strapazzante scanzonato alacre intellettuale mefistofelico sardonico dolce spietato riluttante pensieroso bramoso entusiasta lavoro: siamo OnLine.

http://www.devilstrainers.com

Grazie a tutti.
Acsel




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